Esponenti del Pd insorgono contro la multa da 30mila euro per chi cambia casacca

Da Orfini, Stefano, Marcucci, Ginetti, Marini e Leonelli criticano Verini
Perugia

La multa di 30 mila euro per chi “cambia casacca” nel Pd ha scatenato una accesa polemica fra i Dem. La scrittura privata fatta firmare ai 20 candidati delle regionali umbre, che sanziona chi esce dal gruppo una volta eletto, non va giù a molti esponenti del partito, che manifestano pubblicamente il loro dissenso.
Come riporta il Corriere dell'Umbria, che cita la ex governatrice Catiuscia Marini che su Facebook con un tocco di ironia scrive: “In Umbria le modifiche costituzionali si applicano prima che le approvi il Parlamento, siamo avanti”. C'è poi il presidente dei senatori Pd Andrea Marcucci: “Inseguire il M5S non è una buona idea, Verini ci ripensi”.
Mentre Matteo Orfini la definisce “una sciocchezza”.
Il vicepresidente dei senatori piddini, Dario Stefano, a sua volta lo bolla come “un errore madornale” che “spaventa qualche eletto e annacqua l'identità democratica e plurale del Pd”. Per Riccardo Magi di +Europa è atto “grave e preoccupante, equivale al contratto privato incostituzionale dei CMquestelle”.
   La mossa viene letta in chiave anti Renzi.
   La senatrice umbra Nadia Ginetti, Italia viva, lo considera un “atto antidemocratico. Un tentativo di impedire l'adesione al nuovo gruppo, in contrasto con il dettato costituzionale”. Idem Luciano Nobili.
    “Perplesso” per la “eccessiva forzatura” l'altro senatore renziano Leonardo Grimani. Che domanda perché non si è fatto lo stesso con Leu.
  Verini, intervistato da AdnKronos, si difende spiegando che la proposta è stata avanzata da “un candidato già segretario del Pd” (Giacomo Leonelli), che è stata condivisa da tutta la squadra Dem ed è stata inserita in una scrittura privata dal tesoriere. Verini parla di “una sorta di risarcimento per il danno d'immagine e politico”. Arriva la replica di Leonelli, che nega di aver fatto la proposta (“non ricordo”) pur confermando che tutti sono stati favorevoli a firmare il documento. Serve a tutelare i conti del partito, “che vive sulla contribuzione degli eletti” ha detto l'ex segretario. L'atto non rientra nel contratto vidimato dal notaio, ricorda Marco Guasticchi. Può essere impugnabile, secondo alcuni. Prova a smorzare il capolista Luca Gammaitoni: “E' un patto politico-morale”.
Che però tocca il portafogli, condizionando gli eletti.