Calo delle nascite in Umbria: nel 2022 saremo solo 866mila

Ha perso 36 mila abitanti in un decennio, una diminuzione della popolazione che coinvolge le città più grandi, ma anche i borghi minori
Perugia

L’Italia stordita e disorientata dal Coronavirus fa sempre meno figli. Basti dire che dal baby boom ad oggi si è registrato un calo del 60% delle nascite.
Il 2020 ha fatto segnare un nuovo minimo storico dall’unità d’Italia, con un massimo epocale di decessi dal secondo dopoguerra. Dunque non v'è dubbio alcuno che gli effetti negativi prodotti dal Covid abbiano amplificato la tendenza al declino.
Per la prima volta l’anno scorso le nascite sono risultate essere quasi la metà dei decessi: 404.104 le prime, 746.146 i secondi, portando la popolazione a scendere sotto i 60 milioni.

A questo punto siamo del 30% sotto ai livelli del 2008, anno in cui l’Italia sprofondò nella grande recessione dopo il crollo di Lehman. Anche allora i concepimenti crollarono, a dimostrazione che le persone reagiscono alla paura, all’incertezza e alla minaccia della disoccupazione congelando le scelte per il futuro.

Un calo della popolazione più accentuato al Nord, con un Centro che vede raddoppiare in termini percentuali il deficit (da -0,3% del 2019 a -0,6% del 2020) e Sud e Isole che hanno subito una perdita dello 0,7%, simile a quella del 2019, per effetto della tendenza allo spopolamento già in atto da diversi anni.

L’Umbria è passata dai 906mila abitanti del 2010, agli 870.165 del 2020. Ha perso 36 mila abitanti in un decennio e si prevede che nel 2022 saremo solo 866mila.

Una perdita demografica che coinvolge i borghi minori ma anche le città più grandi. Infatti nel confronto 2010-2020 Perugia è passata da 168.969 abitanti agli attuali 166.969, Foligno da 58.162 a 56.935, Città di Castello da 40.657 a 39.162 e Spoleto da 39.574 a 37.672. I comuni delle zone interne da Scheggia a Costacciaro a Preci hanno perso molto di più, attorno al 15%.

Inoltre, siamo la terza regione per età media (ben oltre i 47 anni). Nelle zone interne della fascia appenninica e nei centri storici delle città, a partire da Perugia, le persone ultra 65enni sono ben oltre il 30% della popolazione totale.
E dunque, l'Umbria, oltre che essere una regione che perde pezzi di popolazione, risulta essere anche poco attrattiva per gli immigrati il cui calo, combinato con quello delle nascite, ha determinato una riduzione di 3.579 abitanti in un anno, oltre 14mila in meno rispetto al 2011.
Anche questo è solo uno dei tanti spaccati che emergono dal Censimento permanente Istat 2019 nel quale Corciano si evidenzia come comune più giovane e più dinamico a livello demografico.

Ecco allora che in questo contesto la cosa peggiore è fare finta di nulla, come ha fatto la Giunta Regionale che nel Defr ha ignorato del tutto il problema del cambiamento demografico.

Un tema centrale che va invece affrontato con urgenza e competenza, magari attraverso una nuova alleanza intergenerazionale che, nel dare sollievo agli anziani, che costituiscono il 26% della popolazione, crei nuove occasioni di lavoro per i giovani. In sintesi solo un nuovo welfare può costituire un freno allo spopolamento e un’opportunità di sviluppo per questa terra di mezzo così penalizzata e sempre più desolata.

«Il calo delle nascite, oggi, è una vera emergenza italiana. E probabilmente è la più grande emergenza dell'Europa»: a sottolinearlo è il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve. «Non è una questione politica di destra o di sinistra - aggiunge il porporato -, e non è neanche soltanto una questione di soldi o di sgravi fiscali (seppur necessari): è una questione di civiltà. Questo calo della natalità, infatti, è il segno di una crisi culturale che ha radici profonde nel nostro recente passato».

"Rispetto alla situazione nazionale, il quadro demografico dell’Umbria è molto più preoccupante". E’ l’analisi pubblicata da La Nazione di Odoardo Bussini, già docente di demografia Università degli Studi di Perugia, che spiega come "non deve preoccupare troppo la perdita complessiva di popolazione, quanto l’aumento degli squilibri demografici differenziali. Secondo le stime recentemente avanzate da Luca Calzola – spiega Bussini – il bilancio negativo della popolazione regionale è destinato ad aumentare: nel 2020 (anche a causa della pandemia) la perdita complessiva sarebbe di 4.000 unità che farebbe scendere l’ammontare a fine anno a circa 866 mila abitanti, rispetto agli 897 mila del 2014, con una diminuzione di 31.000 unità in soli sei anni. Appare chiaro che se non ci sarà presto una forte ripresa economica il degrado demografico è destinato inevitabilmente a prosperare, provocando un aggiuntivo forte invecchiamento e un’ulteriore riduzione delle fasce di popolazione più giovani. Purtroppo però – continua – in Umbria il declino demografico si affianca a un declino economico assai marcato rispetto ad altre regioni italiane. Al momento della crisi economica del 2008 il PIL regionale era di 5 punti inferiore alla media nazionale, oggi è di 15 punti e ciò allontana, quanto meno in termini temporali – conclude –, l’avvento di una ripresa economica in grado di risollevare anche il quadro demografico".