Note stellari alla sala dei Notari

Bellissimo concerto del violinista Emmanuel Tjeknavorian e del pianista Aaron Pilsan
Perugia

Due fiammanti Dioscuri si sono manifestati ieri pomeriggio nella sala dei Notari. Emmanuel Tjeknavorian, violinista da romanzo e il pianista Aaron Pilsan messi insieme non arrivano al mezzo secolo, formano una coppia bellissima a vedersi e suonano in maniera divina. Un fresco respiro di giovinezza ardente si solleva al loro apparire nella pedana della sala dei Notari. Il pubblico, a corto di grande musica nelle more delle vacanze di fine anno, sembra affamato di qualità. Ed eccola a disposizione dei tanti che affollano la sala, con numeri confortanti e uno spirito di collaborazione che sembra crescere a ogni appuntamento di lusso.

Difficile non rimanere affascinati dalla cavata morbida e soffice di Emmanuel quando stacca l’inizio della sonata La Primavera di Beethoven, appoggiandola sulla duttile tastiera di un pianista-cantante. E’ una delle pagine più suonate del grande di Bonn e con questo pezzo gli Amici della musica entrano nell’anno delle celebrazioni beethoveniane, quasi sbirciando dalla serratura quel che avverrà poi nel corso delle stagioni. Il fitto dialogo tra i due ragazzi avviene nella misura di una eleganza senza pari, con una stretta ritmica tipica di due esecutori a caccia di successo. Incalzandosi a vicenda i Dioscuri ignorano la cifra ancora tutta settecentesca dell’idillio e premono su dinamiche sfolgoranti. “Primavera d’intorno brilla nell’aria”, cantava Leopardi, e anche Beethoven, noto amante degli spazi naturali, sembra condividere l’atmosfera serena. Salvo poi, nel breve e fulminante Scherzo, ad aggiungere un corrugamento straniante, un brivido, un fremito conturbante. Tutta la lettura dei Dioscuri è stata stizzosa e orgogliosa, forse alla luce di questa increspatura dinamica, una delle più concise tra quelle firmare da Beethoven, una anticipazione delle stravaganze delle Bagattelle.

Si doveva entrare nel secondo dei brani, il Rondò Brillante di Schubert per trovare una conferma del talento dei due. Pagina astiosa, complicata, un quarto d’ora di non-Schubert, per lo meno come lo si apprezza nella completezza della sua maturazione. Tra fanfare di bande musicali asburgiche, tremoli operistici, modulazioni rabbiose, questa complessa opera di Schubert richiede una esecuzione sul filo del rasoio per giustificare la sua evidente progettualità. Non è mancato niente ai due ospiti, dallo charme strumentale, alla tecnica virtuosistica, all’umorismo, alla trasparenza. Come dire che due bravi esecutori possono rendere ragione a un’opera irsuta e poco comunicabile.

Aria di Proust nel numero che apriva la seconda parte. Negli anni ’80 la musicologia, ancora militante nelle sfere della grande cultura, discettava a perdifiato sulla Melodia di Vinteuil su cosa fosse la “petite phrase” evocata nel romanzo “Un amour de Swann”. Luigi Magnani ci scrisse addirittura un libro pubblicato da Einaudi. La seconda sonata op. 13 proposta da Emmanuel e Aaron era tra le pagine indiziate, unitamente, ma in seconda posizione, alla Sonata di Franck. Fu Proust stesso, in una sua lettera a indicare a tutti coloro che avevano espresso mille congetture, che la piccola frase scaturiva da un tema della Sonata per violino di Saint-Saëns. Dettagli che non tolgono nulla e nulla aggiungono alla bellezza di una pagina che vide la luce nel 1877, immergendo la sua plastica sinuosità nella densità dei colori della pittura impressionista, luci e ombre lunghe di una realtà che spesso, tra le tende dei salotti illuminati dalla luce pomeridiana creava atmosfere rarefatte in cui l’amore trovava le sue strade silenziose. Detto ancora per dettaglio Fauré, dopo questa esecuzione, si giocò la fidanzata, che lo lasciò. Travolgenti i due giovani e nuovi amici che speriamo di riascoltare prossimamente. Anche perché, per congedarsi, scelgono un brulicante pot-pourri di atmosfere viennesi, la Rapsodie Fantasietta di Fritz Kreisler. Non raggiungerà le vette nostalgiche di La Valse di Ravel, ma la pagina è indicativa di un gusto raffinato di cosa si intendesse, nel 1942, per nostalgia del mondo dell’operetta viennese. Gusto condiviso anche da Hitler, che, come si sa, adorava la musica della Vedova Allegra. Ma qui, in Kreisler, c’è stato il virtuosismo sovrano di Tjeknavorian, la sua eccellenza strumentale, la piena padronanza delle melodie a doppie corde sfiorate con autorevole e marcata gioiosità.

Bis rarefatto, il Bach-Gounod che in queste versione casta è risuonato di un a straordinaria modernità. Inutile insistere con gli applausi, il concerto è finito.
    Stefano Ragni