Musica rinascimentale secondo Tritonus

Grande performance alla Stranieri del piccolo gruppo vocale uscito dai corsi del liceo Classico Mariotti
Perugia

La stagione A.Gi.Mus. si avvia alla sua conclusione dell’anno solare rinnovando gli appuntamenti che il presidente nazionale Salvatore Silivestro promuove nell’ambito delle attività culturali dell’ateneo di palazzo Gallenga.

Ieri pomeriggio per chi ha saputo sfidare il diluvio di pioggia c’è stato il premio dell’ascolto del piccolo gruppo vocale uscito dai corsi del liceo Classico Mariotti. La formazione dei sette ragazzi e ragazze di Tritonus è nata tre anni fa per impulso dello stesso Silivestro e nella sua attività, svolta sotto la direzione di Franco Radicchia e Mauro Presazzi, ha curato la preparazione di un repertorio di carattere rinascimentale che viene elaborato con gioioso accento giovanile. Cosa che conferisce a Tritonus il sapore di una geniale ed effervescente freschezza. Vederli schierarsi nella pedana dell’aula magna del Gallenga, sede pochi giorni fa di una prestigiosa allocuzione del rettore Giuliana Bolli, un vero manifesto di programmazione accademica di intramontabile prestigio, ha rinnovato la centralità della storica sala nel contesto della vita culturale cittadina.

Dall’alto del suo podio il busto di Leonardo, solennemente capelluto, sembrava guardare con sorpresa i ragazzi vestiti di nero con cravatte e sciarpe rosso amaranto, quasi si chiedesse come mai creature tanto giovani in palese età da discoteca, stessero invece lì ad interessere frottole, strambotti e madrigali. Il fatto è che Francesca Maraziti, Costanza Mignini, Sabrina Alunni, Caterina Centrone, Emilio Seri, Luca Rondini e Riccardo Forcignanò, nei loro anni di liceo, sono stati attratti dalla studio della polifonia rinascimentale, ne sono stati contagiati e ora la coltivano con evidente soddisfazione del corpo e della mente. Cosa che non li stranisce come marziani, ma quanto meno li segnala come giovani di eccezionale spessore umano.

Ripercorrere la polifonia sacra e profana al tempo di Leonardo da Vinci ha voluto dire anche ricordare come il geniale toscano fosse un musicista praticante, interessato, come tutti gli intellettuali della sua età, all’incidenza dell’arte dei suoni nella formazione di una visione umanisticamente globale della cultura.

Era esperto suonatore di lira da braccio, Leonardo, e come tale fu apprezzato da Lorenzo de Medici che lo indirizzò alla corte degli Sforza di Milano. Immaginiamoci come Leonardo, come narra il Vasari, si presentasse a Galeazzo Maria con uno strumento d’argento a forma di testa di cavallo. Circostanza che lo fece apprezzare anche come scenografo di spettacoli teatrali, inventore di macchine sceniche e regista di memorabili serate musicali. Nel contesto della corte di Ludovico il Moro, prima di spiccare il volo per la Francia, Leonardo progettò strumenti descritti e disegnati nel Codice Atlantico, quali la viola organistica e i flauti e flusso sonoro continuo.

Il genio teorico leonardesco si tradusse anche in pronunciamenti sulla sostanza della musica, raccolti tra le righe del Trattato sulla Pittura: la mancanza di un progetto sistematico non impedì al poliedrico ingegno di produrre riflessioni di estremo interesse, soprattutto sulla relazione tra suoni e arte figurativa.

Raccolti sotto il gesto direttoriale di Franco Radicchia, maestro incomparabilmente votato alla vocalità corale, Tritonus ha presentato una polimorfa rassegna di canti che andavano da Tallis a Juan del Encina, da Lasso a Palestrina, da Festa a Patavino, con l’acme di una prodigiosa pagina del più prezioso petrarchismo, “Il bianco e dolce cigno” di Arcadelt. Il docente che ancora oggi avesse il coraggio di affrontare con la sua scolaresca lo studio della Rinascenza potrebbe risparmiarsi fiumi di parole facendo ascoltare questa liquidità di suoni che trasformano le parole in sostanza volatile avvolgente e penetrante. Nel corso del concerto idiomi inglesi, francesi e spagnoli si sono fusi nella aerea dolcezza della musicalità italiana, un vero patrimonio che il Bel Paese ha saputo consegnare all’Umanità di ieri e di oggi. Sul domani ci sono perplessità.

Grazie comunque a Franco Radicchia e i suoi ragazzi avvolti in un applauso convinto.

Siamo usciti tutti col sorriso dopo essere stati allietati dal finale “Son ben mi c’ha bon tempo” di Orazio Vecchi, una frottola dalla trama sonoro di un’ironia intramontabile. La pioggia ci aspettava.
    Stefano Ragni