Carmina Burana alla sala dei Notari

Il 20 giugno laico con la musica di Orff
Perugia

In quella storia sala dove i patrioti cittadini del 20 giugno intimarono al delegato papale che era ora di sloggiare, la Perugia laica celebra la sua coesione e le sue convinzioni con la straripante musica di Orff, intonando la sontuosa partitura dei Carmina Burana. Musica adorata dal pubblico, per quanto abusata dalla filmografia, da quando Omen-Demian ne assunse le sembianze sonore per preconizzare l’Anticristo. Excalibur, Ultimo dei Mohicani (la scena del massacro), The Messanger (Giovanna d’Arco), Beowulf sono alcuni dei testi che hanno incorporato nelle loro sequenze l’inno iniziale, O Fortuna, simbolo iconico di cosa nel Medioevo si pensasse del destino e del capriccio della sorte. “La Fortuna è come la luna, cresce e decresce” recita il testo iniziale.

Con questo suggestivo allestimento musicale si è chiusa il momento evocativo più importante della storia della città: il neoassessore Leonardo Varasano, in prima fila per l’evento, ha subito parlato di “degno coronamento di una giornata senza eguali, risultato di sforzo di musicisti perugini che è stato sottolineato dal massimo riconoscimento possibile da parte del pubblico”.

Platea vastissima, quella che ha occupato la sala del palazzo dei Priori, affrontando anche un relativo esborso finanziario che non ha castigato le presenze. Ma chi c’era, ovviamente, era maggiormente motivato.

Il concerto, come ha ricordato Giovanni Brozzetti, a nome della Famiglia Perugina, è anche l’operazione che ha visto affiancarsi istituzioni come La società operaia del Mutuo Soccorso e il Borgo di s. Antonio, in una concordia di intenti che ha voluto premiare, più che meritatamente, la memoria di una illustre concittadina da poco scomparsa, Serena Innamorati.

L’allestimento presentato in pedana vedeva presenti non pochi agenti, a cominciare dal glorioso coro dei Cantori di Perugia, che si sono ricompattati sotto la vigile cura di Vladimiro Vagnetti, un musicista di seria preparazione, di molte doti e di spiccata comunicativa. Sotto le sue mani cantavano anche i componenti della Corale Polifonica di Pontevalleceppi, uniti all’antico e famoso Gruppo Polifonico Coradini di Arezzo. E questa presenza, visto che siamo in tempi di rievocazioni, serviva anche a ricordare come l’11 giugno del 1289 le milizie perugine avessero combattuto a fianco dei ghibellini di Arezzo a Campaldino. E mai alleanza fu più sciagurata e sfortunata.

Il marcato significato laico della partitura dei Carmina Burana ha approfondito il significato della festa Grande, ma il capolavoro scritto da Carl Orff tra il 1935 e il ’36 ha valicato anche le diffidenze legate alla sua formulazione nei tempi del nazismo. Orff, già musicista famoso per la stesura di un metodo educativo con cui ancora oggi i giovanissimi possono accedere allo studio della musica, si trovò invischiato nel neopaganesimo promulgato da Himmler, una disgustosa miscela di Santo Graal, di suprematismo ariano, di ancestrali riferimenti alla mitologia scaldica rinvigorita dalla musica di Wagner. Certamente la storia non ha assolto Orff, che da parte sua ha tenuto fino al 1982, anno della sua scomparsa, un reticente e prudente silenzio. Gli è andata bene sul fatto che i nazisti diffidarono subito di un’ opera musicale che era troppo intelligente e colta per spiattellarsi sulla loro ideologia.

Orff l’aveva concepita in uno straordinario slancio creativo che aveva adottato i testi poetici dei Clerici Vagantes dell’Altomedioevo, una sequenza di quasi trecento poesie in latino ritrovare agli inizi del 1800 nel monastero benedettino nei pressi di Monaco. Quel che doveva indispettire i censori nazisti era proprio lo spirito di libertà che alitava tra le pagine dei giovani universitari che percorrevano l’Europa di Narciso e Boccadoro e dei Racconti di Canterbury: dalla blasfeme invocazioni mariane, all’inno bacchico, alla spietata denuncia delle ricchezze e degli abusi dell’alto clero, all’esaltazione di Venere genitrice, dea dell’amore e della bellezza, è tutta una protesta, quella che, a ogni agitare di fronda, percorre ancora il mondo studentesco internazionale, sempre in bilico tra violenza e utopia.

Giustamente, prima di dare inizio al concerto, Vagnetti ha tenuto a precisare che per lui e per i cantori quel che valeva era la bellezza della musica, e in questo siamo tutti concordi. Anche perché la prestazione dei tre cori riuniti è stata eccellente, al pari del ruolo rivestito dai cantanti solisti, Giulio Boschetti, incoronato come un mago d’Oriente, Stefano Benini, vero “buffone” con tanto di salvagente ai fianchi, che si aggirava cantando per la sala, la splendida Francesca Bruni, conturbante Venere inneggiante alla forza salvifica dell’amore. Come sostegno strumentale Viola Cartoni Mancinelli e Arthur Marden al pianoforte, erano schierati accanto al nutrito gruppo di percussionisti: Giulio Calandri, Alessandro Beco, Davide Costantini e Dimitri Fabrizi.
   Stefano Ragni