A 250 anni dalla scomparsa l’Umbria ricorda Giuseppe Tartini

Figura di prim'ordine nella storia della musica strumentale italiana, fondatore della celebre scuola di violino di Padova
Perugia

Nelle contingenze di questo periodo parlare di musica vuol dire anche constatare come siano state praticamente bruciate le due ricorrenze in corso, quella di Beethoven, autore che non ha bisogno di recuperi, e i duecentocinquanta anni dalla morte di Giuseppe Tartini.

E qui ci sarebbe stato molto da dire e molto da fare, perché la statura di compositore, di violinista e di teorico del musicista istriano, nel Settecento strumentale italiano, è del tutto paragonabile a quella di Vivaldi, anzi, forse superiore. Ma la popolarità del prete Rosso spazza via ogni possibilità di paragone.

Nato a Pirano, nel 1692, in quella che allora si chiamava Illiria e faceva parte dei domini di terraferma di Venezia, il giovane Giuseppe deve essere stato quello che si dice un figlio problematico. Inviato dal padre a Capodistria per farsi un po’ di istruzione, Giuseppe cominciò a studiare il violino e a tirare di scherma. Spedito poi a Padova per accedere agli studi universitari di giurisprudenza Tartini, passando da un duello all’altro, era fortemente deciso a farsi maestro d’arme, a Napoli o a Parigi.

Lo fermò l’amore per Elisabetta Premazore, sua allieva di violino, da lui sposata segretamente nella chiesa del Carmine nel 1710. L’atto, ormai irrimediabile, sollevò le ire del padre di Tartini e dello zio di Elisabetta, nientemeno che il vescovo di Padova, il cardinale Giorgio Cornaro. Siccome correvano ancora i tempi descritti nei Promessi Sposi, fu necessario per Giuseppe cambiare aria.

Come in un romanzo gotico traversò gli Appennini travestito da pellegrino mentre la sposa veniva reclusa in un convento. Temendo di avere i Bravi alle calcagna, cosa del resto non improbabile, Tartini prese la via di Roma, ma sentendosi braccato, si fermò ad Assisi, nel sacro convento, dove aveva un provvidenziale parente, il padre guardiano Giovanni Battista Torre.

Qui, tra le impenetrabili mura della fortezza di frate Elia, Giuseppe dovette pazientare un paio d’anni in attesa che le cose si calmassero. La sua fortuna fu che nel serafico recinto fosse maestro di cappella un musicista boemo, il padre Bohuslav Matej Ĉernohorsky, un organista più che celebre. Ne nacque un rapporto allievo-discepolo che fu molto proficuo per Tartini. Che, oltretutto, dimenticò la spada e si fece persona amabile, mite e disponibile. Probabilmente le molte ore disponibili consentirono a Giuseppe di rimeditare le sue cognizioni strumentali e di perfezionare non solo la tecnica del violino, ma anche le relative cognizioni sulla sua sostanza acustica. E qui Tartini cominciò ad entrare nella storia per la individuazione di quello che ancora oggi si chiama “il terzo suono di Tartini”, una risonanza inferiore che si produce autonomamente quando due corde vengono sollecitate dall’archetto. Una intuizione e una scoperta che il musicista perfezionerà per il resto della sua vita, entrando d’autorità nel novero dei saggi della scienza musicale, fino a dialogare con Rameau, Rousseau e con gli Enciclopedisti.

A fine del 1713 arrivò il prevedibile perdono del prelato e la possibilità di riabbracciare la sposa. Ma ormai Tartini si era fatto violinista professionale, e prima di rientrare nella città del Santo cominciò a suonare nelle orchestre delle Marche, ad Ancona. Il ritorno a Padova avvenne nel ’16, e ormai l’eccellenza strumentale faceva di Tartini un musicista appetibile. Nel 1721 la presidenza della Veneranda Arca di sant’Antonio lo volle capo dell’orchestra dalla Basilica del Santo, una delle più nutrite cappelle italiane, coi suoi quaranta musicisti e cantanti. Nel ’28, alternò ai soggiorni patavini frequenti tournee non solo in Italia centrale, ma anche a Praga, alla corte di Carlo VI, dove rimase alcuni anni. Dal ’28 il musicista istriano era a capo di una autentica scuola violinista che, per la presenza di molti allievi europei, fu definita La Scuola delle Nazioni. Dagli anni ’40 la sua fama si era talmente diffusa nell’Europa dei Lumi, che matematici come Eulero, il marchese Algarotti letterato e persino il re di Prussia intesserono col rinomato maestro dotte corrispondenze: Per Federico di Prussia Tartini scrisse addirittura un Concerto per flauto, lo strumento suonato dal monarca.

Passare per Padova e ossequiare il grande Tartini costituiva quasi un obbligo per i tanti viaggiatori del Grande Tour che transitavano in città. A questo obbligo non si sottrasse Jérôme Lalande, un astronomo francese che tra il 1765 e il ’66 compiva il suo percorso di erudizione e di curiosità nella penisola, arrivando fino a Napoli. Sulla via del ritorno, a Padova, Lalande incontrò Tartini e ne descrisse l’incontro nel suo celebre Voyage en Italie che sarà edito nel ’69. La descrizione del dialogo col musicista fu immortalata sulla carte scritta, creando una delle più colossali fake news della storia musicale. Si tratterebbe nientemeno di un patto che Tartini avrebbe steso col diavolo in persona e la creazione, sotto specie di infatuazione demoniaca, di una pagina già allora celebre detta Sonata del Diavolo.

Oggi tutti gli studenti del mondo la devono studiare se vogliono padroneggiare lo strumento: la chiamiamo “Sonata del trillo del diavolo” per la persistenza di un abbellimento che ne orna i movimenti. Ma quello che renderebbe ancor più drammatico il racconto è che la Sonata stessa potrebbe essere stata dettata in sogno a Tartini proprio tra le musa del sacro convento. Confrontiamo le date: l’intervistato precisa al suo visitatore l’anno dell’evento, il 1713. Potrebbe essere benissimo ancora il periodo della permanenza tra i frati che Lalande definiva Les Cordeliers. Se non lo è stato, ci piace pensarlo e immaginare Tartini, a letto, con la papalina, candela spenta sul comodino, svegliato diavolo avvolto da una luce accecante seduto sul bordo del giaciglio, impugnando il violino a suonare la sua ridda infernale. E’ una celebre incisione di Bouilly diffusa in tutte le pubblicazioni che parlano del maestro delle Nazioni.

Inventate una balla pittoresca e troverete sempre chi la diffonde.

In un certo senso questa stupefacente invenzione letteraria di Lalande e la incisione di Bouilly hanno codificato la fama di Tartini, oggi ridotta praticamente a questo solo titolo. L’altro, la sonata detta “Didone abbandonata” veleggia alcune posizioni sotto. Delle oltre quattrocento sonate e concerti non se ne ascolta una pagina. Questo bicentenario, forse, avrebbe potuto essere speso per qualche riesumazione da affiancare alle poche, pionieristiche incisioni discografiche, ma a quanto pare le cose si sono messe diversamente. Fosse vivo Camilleri ne avrebbe potuto fare un suo romanzo: il diavolo in convento. Ci poteva scappare anche un film, ma chissà se padre Fortunato avrebbe offerto la sua consulenza. Ora, tra noi alita un diavolo ben peggiore e nell’attesa che si dissolva diamo un’occhiata agli annali dei nostri cari Amici della Musica per vedere qualcosa su Tartini. In effetti il “Trillo del diavolo”, nella cronistoria dell’associazione, fu suonato per la prima volta il 22 dicembre nell’aula magna dell’Università per Stranieri. Ne erano interpreti il violinista Edmondo Malanotte e il pianista Tullio Macoggi, che la associarono alla Sonata in La di Pizzetti. Anni dopo l’immenso David Oistrak la risuonò col prediletto Vladimir Jampolski: era il 12 maggio del 1957 e il Trillo concludeva, sorprendentemente un concerto che aveva visto nella successione Sonate di Beethoven Prokofiev e Brahms. Come dire essenza del “virtuosismo”. Nella medesima sala maggiore della Galleria Nazionale dell’Umbria, agone delle mitiche stagioni di donna Alba Buitoni, appena la settimana seguente avrebbe suonato Artur Rubinstein.

Quando la si riascolterà da un giovane interprete, l’appassionante Uto Ughi, il 5 aprile del 1970, molte stagioni si erano succedute e consumate, e anche il prestigioso collaboratore pianistico, Macoggi aveva visto le sue primavere. Per questo aprile l’AGiMus di Salvatore Silivestro aveva affidato alla violinista giapponese Sayako Obori il dittico Trillo-Didone, da presentare nell’aula magna di palazzo Gallenga, ma è certo che bisognerà ancora aspettare.

Intanto Tartini, come narrano le cronache attuali, vaga nella chiesa di santa Caterina a Padova, spirito inquieto e inappagato. Il suo corpo fu dissolto nell’acido per impedirne la putrefazione, dato il luogo in cui sorgeva la chiesa neoclassica. Niente di strano per un musicista che è finito sui fumetti di Dylan Dog a turbare i sogni dei suoi ignari lettori. Potenza, ancora di una fake news ben riuscita.
                         Stefano Ragni