Morte del dottor Stefano Brando, l'autopsia esclude la colpa dei sanitari che lo ebbero in cura

La relazione, firmata da tre professionisti di fama internazionale, è stata depositata in Procura a Perugia
Perugia

Per la sua morte in procura nel mese di novembre scorso era stato aperto un fascicolo. Il dottor Stefano Brando, medico di Medicina Generale di 62 anni, aveva contratto il Covid operando in prima linea, deceduto presso l'ospedale di Perugia in seguito alle complicanze dovute all'infezione.

Riguardo alla sua morte, la famiglia aveva chiesto di far luce riguardo alla mancanza degli appositi DPI (dispositivi di protezione individuale) forniti ai medici di base, ai lunghi tempi per effettuare un tampone e ai dubbi su un ricovero non abbastanza rapido in terapia intensiva.

Il fascicolo, in mano al procuratore capo Raffaele Cantone e all'aggiunto Giuseppe Petrazzini, in seguito alla denuncia da parte dei familiari, faceva riferimento all'accusa di omicidio colposo contro ignoti.

Nel frattempo, era stato chiesto anche il sequestro delle cartelle cliniche e delle registrazioni delle telefonate con il 118, per fare ulteriore chiarezza sul caso.
Da qui poi l’incarico per eseguire l’esame autoptico sulla salma del medico di famiglia di Perugia, al fine di far luce sulle tempistiche e la modalità con cui il medico ha ricevuto cure e assistenza.
La salma del medico si trova al Gemelli di Roma proprio perché all’istituto di medicina legale di Perugia non è possibile eseguire esami autoptici per malati di Coronavirus.  

Adesso, dopo mesi, è arrivata la relazione autoptica che esclude colpe mediche per la morte di Stefano Brando. “In conclusione - sta scritto a chiusura dell’elaborato medico legale - nel giudizio globale, a carico del personale sanitario che ebbe in cura il dottor Brando non si ravvisa nessun profilo di colpa penalmente rilevante". 

La relazione è stata depositata in Procura a Perugia, firmata da tre professionisti di fama nazionale: il medico-legale professor Antonio Oliva, il rianimatore, professor Andrea Arcangeli e l'anatomo patologo, dottor Vincenzo Arena. Il procuratore aggiunto di Perugia, Giuseppe Petrazzini, aveva optato per un pool di medici legali proprio per la complessità del caso della morte del medico perugino ucciso dal Coronavirus. Un primo risultato era già emerso nell’immediatezza dei primi esami, effettuati al policlinico Gemelli di Roma, proprio perché interessavano una salma di persona malata di Covid.