“Col decreto Zan il concetto d’identità cambia, facendoci precipitare nel caos antropologico”

L'analisi di Maria Rita Castellani, Garante Minori dell’Umbria
Perugia

Dal desiderio alla realtà. Sei proprio sicura di voler essere: Una, Nessuna, o Centomila? Domanderebbe Pirandello alla nostra generazione. Sì, perché nel decreto Zan all’articolo 1, punto d, si legge che per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione.
Pertanto il concetto d’identità cambia, non è più quello antropologico che conosciamo da sempre e che distingue persona da persona a ragione di evidenze biologiche, ma diventerà qualcosa che io, cittadino, posso decidere arbitrariamente secondo la percezione del momento. Di conseguenza ogni desiderio sarà considerato un bisogno e il bisogno un diritto. A partire da queste considerazioni preliminari si deduce che il sesso biologico non avrà più importanza dal punto di vista sociale perché conterà soprattutto il sesso culturale cioè quello percepito come, d’altra parte, si potrà scegliere l’orientamento sessuale verso cose, animali, e/o persone di ogni genere e, perché no, anche di ogni età, fino al punto che la poligamia come l’incesto non saranno più un tabù, ma libertà legittime

Questo scenario non è così improbabile e non deve stupire nessuno, poiché già da anni, in alcuni Paesi europei si sono avanzate proposte di legge in questo senso per poter avere rapporti sessuali con bambini. L’intento del gender è quello di eliminare il concetto binario del maschile e del femminile per un individuo ibrido, che può scegliere tra 58 identità distinte, esistenti separatamente o insieme, ma anche nessuna, quando si desidera essere fluidi. A questo punto la confusione è totale e il disordine ontologico prende il posto di ogni ordine naturale. Siamo nel caos antropologico che si oppone totalmente al bisogno primario del bambino che è anzitutto quello della stabilità affettiva e della chiarezza identitaria nella distinzione dei due sessi genitoriali.

La carezza di una madre infatti, non è uguale a quella di un padre e questo perché la coppia uomo/donna è antropologicamente considerata come una struttura dell’essere. L’identità del bambino si comincia a formare all’interno di questa dimensione relazionale nel senso che l’io nasce e cresce nel noi e comincia a pensarsi e quindi ad auto-definirsi proprio in questa dimensione di reciprocità. In secondo luogo i bambini sono concreti e vogliono certezze. Fin dalla più tenera età cominciano a domandare il perché delle cose e desiderano ricevere risposte logiche ed evidenti per potersi formare una loro idea del mondo. Il processo di conoscenza è basato sul linguaggio descrittivo che esprime appunto la realtà per come è, e per come si sperimenta oggettivamente, mentre i teorici del gender usano un linguaggio chiamato performativo inventando nuove parole per trasformare il mondo secondo la loro visione soggettiva e delirante.

Questa visione ideologica insidia la vita dei più giovani nella maniera più subdola perché quando non si insegna a distinguere il desiderio dalla realtà si chiude l’individuo nell’inganno del suo immaginario narcisistico. Il corpo sessuato è dunque il primo limite naturale che il bambino incontra, ma è anche una importantissima conquista: perché è luogo concettuale dove egli sperimenta la verità su se stesso, le proprie capacità, il dolore e l’autocontrollo. Non dobbiamo dimenticare che il corpo è il primo elemento dell’identità e che da esso partono tutti i processi fisici e mentali che sono alla base dello sviluppo e dell’apprendimento. Come insegna da sempre la psicologia dell’età evolutiva si impara a conoscere la realtà attraverso i sensi: i confini del mondo reale sono pertanto i confini della mente e non il contrario. Nessuno di noi genera una cultura a partire dal nulla o a partire da se stesso. Tutte le informazioni intellettuali e scientifiche che l’umanità possiede sono il frutto di una storia di ricerche che fanno riferimento ad assiomi, cioè a leggi generali. La scienza non la inventa lo scienziato! Ogni ricercatore fa le sue deduzioni logiche con quella umiltà intellettuale che lo fa andare avanti, basandosi sul principio di realtà e su quello di non contraddizione.

Se A è diverso da B, A e B non possono essere uguali. Se questi assiomi fondamentali non vengono presi in considerazione si annulla ogni realismo ontologico e si acconsente ad un mondo senza più regole universali ed evidenti, fino al punto che: io potrei non essere io, tu potresti non essere tu e tutta la realtà è una fantasia che ciascuno può codificare e de-codificare come vuole. In sostanza con questa assurda visione fluida non ha più senso la ricerca scientifica, non ha più senso educare, non ha più senso la famiglia, le leggi e lo Stato perché ciascuno è normativo a se stesso. Per poter contrastare davvero l’odio e la violenza che sono la causa di tanta sofferenza nel mondo c’è bisogno di insegnare l’umiltà e il rispetto della natura con le sue leggi e i suoi limiti. La realtà ci precede e ci obbliga a fare scelte di vita secondo la sua verità e non secondo i nostri desideri. Ogni decisione importante richiede sforzo e dedizione perché avviene per contrasto. Per poter dire un all’accoglienza delle diversità non servono leggi impositive e relativistiche, bisogna aver detto molti no, al proprio egoismo, alle pretese, alle tante illusioni individualistiche ed egocentriche, imparando a guardare al mondo, a se stessi e agli altri con stima, gratitudine e rispetto.

   Maria Rita Castellani

Garante Minori dell’Umbria