Anche in Umbria i ristoratori sfidano il Dpcm con #ioapro

Un’iniziativa che sta raccogliendo sempre più adesioni in tutta Italia
Perugia

I ristoratori sfidano il Dpcm con , un’iniziativa che sta raccogliendo sempre più adesioni in tutta Italia.
Potrebbe essere questa la scelta eclatante di "disobbedienza" ai divieti previsti dal Dpcm che molti ristoratori in tutta Italia sono pronti a mettere in atto alla scadenza delle misure attualmente in vigore. E nella giornata di oggi, l'hashtag è diventato virale, con tanti video e messaggi di esercenti della ristorazione pronti a questa forma di protesta per non correre il rischio di vedere compromesso il futuro delle proprie attività. Alcuni di loro hanno espresso le proprie posizioni in maniera chiara e decisa, come nel caso del video. 
E mentre in Italia si registrano già oltre centomila adesioni all'ìiniziativa, per quanto riguarda il capoluogo di regione l’unico locale ad aver apertamente annunciato di aderire alla iniziativa di disobbedienza è il Gale di Ferro di Cavallo. Per il resto, a Perugia come nel circondario, praticamente tutti hanno deciso di non sfidare le restrizioni del Governo e di seguire le indicazioni delle associazioni di categoria, che comunque hanno confermato la situazione drammatica, professando adesione ideale alle manifestazioni di protesta, ma al tempo stesso sconsigliando ai tesserati di aprire col rischio di incorrere in sanzioni.

All’Umami di Foligno i titolari hanno annunciato di esporre una bandiera colorata all’esterno del locale per comunicare il colore del giorno in Umbria.
Come riporta un servizio pubblicato sul Corriere dell'Umbria, a FOligno gli effetti della pandemia si fanno sentire con forza nell'attività dei bar del centro. Che hanno iniziato questo 2021 tra mille difficoltà. "Nel 2020 avrò lavorato sì e no quattro mesi in tutto l'anno e per questo 2021 l'obiettivo è riuscire a restare aperti, ma non è facile - attacca Giuseppe Nocera di Caffetteria Nocera -. Da me venivano clienti anche da Perugia e Assisi a prendersi un caffè, ma ora non si vedono più. In questi giorni di lavoro in zona gialla, in generale, di gente se n'è vista poca in centro. I ristori sono arrivati, ma dopo dieci giorni ho dovuto usarli per pagare bollette e tasse. La situazione è difficile non solo dal punto di vista economico, ma anche psicologico, perché non c'è più contatto con il cliente. L'asporto? Per il mio bar non ha senso e il fatto che ogni settimana si cambia colore è destabilizzante". Stessi problemi vive Giorgio Papandrea del Bar Duomo: "Si cerca di tenere duro, ma c'è grande incertezza racconta e non si può andare avanti così a tempo indeterminato. Noi abbiamo fatto investimenti per adeguarci alle normative e per permettere agli avventori di venire al bar in sicurezza, ma per ora non ci sono stati risultati. Quando siamo zona arancione facciamo un po' di asporto, ma i guadagni sono marginali. Purtroppo ci stanno mancando gli eventi, le manifestazioni e in generale il turismo che porta movimento e clienti. Previsioni future? Spero che in primavera ci possa essere una ripresa, ma tutto dipenderà dal rispetto delle regole da parte della gente. In questi giorni di zona gialla, purtroppo, non si è lavorato molto, anche se siamo riusciti a rimetterci in contatto con la clientela più affezionata". Dalle parti del Bar Posta c'è paura per il futuro: "E' tutto un punto interrogativo e non si capisce mai cosa si può o non si può fare spiega Barbara Primi In pratica lavoriamo solo quando siamo aperti, perché per noi l'asporto equivale a chiudere. Il fatto che siamo di fronte alle Poste non ci porta grossi benefici perchè la gente entra solo per andare al bagno... a volte mi pare di lavorare per niente. Ristori? Dall'inizio dell'emergenza sono arrivati solo 600 euro, praticamente nulla in confronto alle bollette da pagare. Così diventa ogni giorno più complicato lavorare".
La titolare di un altro bar del centro, che preferisce restare anonima, è esasperata da tutte le problematiche di questo tempo: "Domenica scorsa ho fatto solo 4 euro di incassi dice anche perché la clientela, per via delle zone e dei colori, non sa se può venire e come può consumare e quindi, alla fine, non viene per niente. I ristori sono arrivati, ma a malapena sono bastati per pagare l'affitto. Purtroppo ci sono ancora dei ragazzi che, dopo un anno di pandemia, non hanno rispetto per chi lavora e ha paura di essere contagiato".