L'inchiesta Di Donna partita dalla denuncia di un imprenditore umbro

Giovanni Buini sentito dalla Procura di Roma
Perugia

Luca Di Donna, amico e fedelissimo dell’ex premier Giuseppe Conte, è stato perquisito dai carabinieri, che hanno fatto visita al suo ufficio a piazza Cairoli e nella sua abitazione.
Gli investigatori credono che alcune delle parcelle incassate da Di Donna siano il frutto di comportamenti illeciti.
In pratica il professore ordinario alla Sapienza avrebbe ottenuto consulenze irregolari da aziende private interessate all’assegnazione di appalti pubblici.
A carico di Di Donna e dei suoi coindagati che, secondo l’accusa, «si associavano allo scopo di ricevere utilità da soggetti privati sfruttando e mettendo a disposizione reciproca le relazioni di ciascuno di loro con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti», c’erano alcune segnalazioni di operazioni sospette da parte della Banca d’Italia. Ma a far scattare l’indagine (inizialmente per corruzione, poi derubricata) è stata la denuncia dell'imprenditore umbro Giovanni Buini, sentito dalla Procura di Roma. "Sostenevano, Di Donna e il collega Gianluca Esposito - spiega Buini a Repubblica - di essere il braccio destro del premier Conte. E, per questo, potevano agevolare gli appalti con la struttura commissariale".
"Centosessanta milioni di pezzi. Il contratto che avrei dovuto firmare era - prosegue Buini su Repubblica - per 10 milioni di mascherine a settimana. Dovevano andare alle farmacie a cui Arcuri aveva promesso un prezzo calmierato. Ne hanno parlato anche i telegiornali, e io avevo un accordo verbale con la Struttura. Arrivo nel loro studio e trovo, oltre a Di Donna ed Esposito, due generali (uno è il capo di gabinetto dell’Aise, il generale Enrico Tedeschi, ascoltato come testimone dalla procura di Roma ndr). Secondo me li avevano fatti venire per mostrarmi che facevano sul serio. Abbiamo parlato per 10 minuti, non di lavoro. Dopo una settimana, gli ho inviato una Pec per fargli sapere che non volevo più aver a che fare con loro e che la scrittura privata era sciolta. Avevo capito che c’era qualcosa di troppo strano».