Perugia, allarme droga fra i giovani

La dottoressa Gaudenzi, referente del Sert: "Sul web trovarla è facile"
Perugia

Dei circa seicento pazienti in carico al servizio per le tossicodipendenze di Perugia (Sert) il 7% ha meno di 24 anni, ma gli accessi sono aumentati nonostante la pandemia abbia avuto un impatto anche sul mercato nero delle sostanze. Sintomo di come la piaga della droga sia ancora un'emergenza. Come riporta il servizio de , lo testimoniano i dati, allarmanti, contenuti nella Relazione al Parlamento sulle politiche antidroga uscita nei giorni scorsi: in Umbria nel 2020 ci sono state 19 vittime per overdose, 10 in più rispetto al 2019. «L'abuso di stupefacenti è ancora allarmante e noi vediamo solo una piccola parte di quello che è il fenomeno nella sua complessità - sottolinea la dottoressa Roberta Gaudenzi, attuale referente facente funzioni del Sert Perugino -. L'ingresso in terapia avviene prevalentemente per l'uso di eroina e cocaina ed è rimasto un dato costante, probabilmente perché, nonostante le restrizioni per arginare il Covid, non è variata la disponibilità della 'piazza'».
È aumentato l'accesso dei giovani al Sert?
«I nostri pazienti hanno un'età media di 45 anni e per noi è difficile capire quanto abbia inciso il periodo di pandemia sul comportamento dei giovani in relazione all' abuso di sostanze. Chi ha meno di vent'anni non arriva al servizio a meno che non sia stato segnalato dalla Prefettura, ad esempio, ma la sfida che sta lanciando la Regione, grazie al piano regionale adolescenti e giovani adulti, è quello della prevenzione e della promozione della salute. L'obiettivo è intervenire prima, sul territorio, nel loro ambiente scolastico e ricreativo».
Preoccupano le nuove sostanze psicoattive?
«Si recepiscono in internet con una certa facilità, ma vengono continuamente modificate sotto il profilo chimico e sono difficili da rintracciare con eventuali esami di laboratorio, ed è per questo che noi siamo in stretto contatto con il centro antiveleni di Pavia. Hanno effetti simili alle droghe più comuni e magari non sono state ancora tabellate come sostanze illegali, ma le conseguenze su corpo e mente sono imprevedibili».
Com'è cambiato ilvostro servizio durante la pandemia?
«Nonostante una prima fase di, difficoltà, abbiamo sempre cercato di rispondere alla domanda, consapevoli che chi accede al Sert, a volte, può non avere gli strumenti per prendersi cura di sé. Abbiamo continuato a garantire il servizio e nel momento più complesso della pandemia, abbiamo anche portato la terapia a domicilio per gli utenti che erano in quarantena e non potevano spostarsi. Ma noi non siamo solo distributori di metadone, chi arriva da noi spesso nasconde disagi psicologici, sociali e personali e il nostro approccio deve essere a largo spettro: Non basta la terapia farmacologica».
Cosa fare?
«Ampliare e rafforzare il servizio e favorire l'inclusione nel territorio dei pazienti in fase di reinserimento per creare nuove relazioni e opportunità. Chi è dipendente spesso non riesce ad uscire dal tunnel perché, quella con la sostanza, è l'unica relazione che è riuscito a crearsi. Da qui l'importanza di includerlo in rapporti nuovi e positivi. II Sert ha da tempo attivato il Pat programma accompagnamento territoriale che aiuta gli utenti a conoscere le risorse del proprio territorio. Al centro diurno Cad, gestito insieme a una cooperativa e dove gli utenti vengono accolti per un percorso riabilitativo, abbiamo in cantiere un progetto che includa lo sport e la montagna come terapia. L'insegnante di nordic walking, Paola Baldassarri, ha intanto fatto una lezione di prova per gli operatori».