Pillola aborto fai da te, ma l’Umbria non è la sola a negarla

I motivi per cui 15 Regioni hanno detto no all'aborto farmacologico senza ricovero
Perugia

di Francesco Castellini - In Umbria si torna a discutere di aborto e diritti delle donne. L’approvazione da parte della Giunta regionale di una delibera con la quale viene definitivamente abrogata la sperimentazione dell’Ivg farmacologica in regime di day hospital, ha suscitato molte polemiche. Le donne che, in Umbria, vorranno sottoporsi a una interruzione volontaria di gravidanza mediante pillola abortiva, da adesso in poi dovranno necessariamente farlo con tre giorni di ricovero in ospedale.
La presidente della Regione Donatella Tesei ha spiegato di aver applicato la legge nazionale non per togliere un diritto alle donne, ma per aggiungere la garanzia di poter abortire in sicurezza.
Ma subito si sono alzate le barricate.


A Perugia si è svolta una manifestazione in piazza per un appuntamento promosso dalla Rete umbra per l'autodeterminazione, animato da numerose realtà associative femministe, da singole donne e abusivamente fatto proprio dai soliti furbetti della politica.
“Una mobilitazione che vuol essere - hanno affermato gli organizzatori - di carattere nazionale e attraversare in futuro le piazze di tutte le regioni italiane”.
Le associazioni in difesa dei diritti delle donne hanno sostenuto in piazza che “obbligare una donna al ricovero vuol dire esporla a un trauma maggiore, oltre che all’obbligo - nei fatti - di dover comunicare i motivi del ricovero a chi sta loro intorno, dal datore di lavoro ai familiari”.
Tralasciando di dire che le , basate sul parere espresso dal Consiglio superiore di Sanità il 18 marzo 2010, prevedono che “l’aborto farmacologico debba essere effettuato solo dietro ricovero ospedaliero”. Lasciando comunque alle Regioni la possibilità di organizzarsi diversamente.
Da ricordare a tal proposito che nel luglio 2009, con quattro voti favorevoli su cinque, anche l’Agenzia italiana del farmaco (l’ente che autorizza i nuovi farmaci) diede il via libera alla commercializzazione nelle strutture ospedaliere italiane del Mifegyne (Mifeprostone) prodotto dalla Exelgynem, fissando però rigide regole: “la Ru486 può essere somministrata, nel rispetto della legge 194, solo in ambito ospedaliero e con l’obbligo di ricovero dal momento dell’assunzione all’avvenuto aborto”.
In effetti a guardare i numeri, i rischi si corrono.
Dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, la Ru486 è commerciabile anche in Italia ben 24 donne sono morte dopo l’assunzione del mifepristone e 4.000 sono andate incontro a gravi infezioni, emorragie (anche con conseguente necessità di trasfusione), forti dolori addominali, gravidanze extrauterine o bisogno di ricovero.
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E questo chi è medico dovrebbe saperlo bene che è del tutto ipocrita chiamare “aborto sicuro” una pratica che - dati i rischi che comporta e le condizioni in cui viene effettuata, è estremamente simile all’aborto clandestino.
Ma allora quale “assistenza sanitaria” fatta in casa?
Qui c’è un feto che viene soppresso e una donna che rimane esposta a seri rischi per la sua salute fisica e psichica.
Affermare che debba fare tutto da sola e che l’auto-aborto la tutela, significa a tutti gli effetti negare una realtà drammatica.
Tant'è che non solo l'Umbria non ne autorizza l'uso domestico.
Sono 15 le Regioni che hanno detto no all'aborto farmacologico senza ricovero.
Solo Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio hanno detto sì all'interruzione di gravidanza farmacologica in day hospital.
E dunque in gran parte delle regioni italiane le donne che decidono di abortire con i farmaci devono ricoverarsi per tre giorni.
Per questo, a fronte di tanto baccano, guardando al can can delle manifestazioni in piazza fomentate da boriosi personaggi che evidentemente non hanno nient'altro a cui aggrapparsi per esercitare una democratica opposizione, viene da sospettare che si tratti di scelte speculativamente personali, operate al solo scopo della ricerca di visibilità, con l'aggravante di essere spinte proprio da quell'ego spropositato che rende ciechi e che in tal modo compensa patologicamente la propria carenza di sostanza e lungimiranza politica.
E a proposito di opinioni sarebbe interessante sapere cosa ne pensa la Chiesa, allo stato dei fatti odierni.
L'ultima presa di posizione del Vaticano risale a quando venne dato il via libera dell'Agenzia del farmaco (Aifa) alla pillola abortiva.
All'epoca la Santa Sede la classificò senza mezzi termini “veleno letale”, definendo tale pratica un “delitto” che comporta “la scomunica” della Chiesa per chi la usa, la prescrive o partecipa a qualsiasi titolo all'iter”.
“Non possiamo restare passivi - scrisse il presidente della Pontificia Accademia della Vita monsignor Rino Fisichella in un editoriale dell'Osservatore Romano -, chi abortisce sia cosciente della gravità del gesto”. “La pillola Ru486 è - sottolineava il presule - una tecnica abortiva, perché sopprime una vita umana vera e piena”. “Fare ciò - ricordava - è una responsabilità che nessuno può permettersi di assumere senza conoscerne a fondo le conseguenze”. Concludendo: “Quanti faranno ricorso alla pillola compiranno un atto abortivo diretto e deliberato; per questo devono essere coscienti delle conseguenze canoniche a cui vanno incontro, ma soprattutto devono essere consapevoli della gravità oggettiva del loro gesto”.

E sempre di quell'epoca risuonano ancora come un monito le parole di Carlo Casini, presidente del Movimento per la Vita, che fu il primo a commentare la Ru486 a Radio Anch'io: “L'aborto in Italia è diventato un fatto di massa, di routine, e la pillola abortiva è particolarmente grave perchè lo banalizza. E in definitiva vuole cancellare fino in fondo l'idea che c'è di mezzo la vita di un figlio. Come si fa a dire che c'era davvero un bambino se per ucciderlo basta bere un bicchier d'acqua o poco più?”.


COS’È LA RU486
Da anni la pillola Ru486 è un’alternativa all’aborto chirurgico. Un medicinale che provoca l’interruzione di una gravidanza in corso, senza bisogno di anestesia e di intervento. Il farmaco utilizzato si chiama mifepristone: la pillola agisce direttamente sui recettori del progesterone, ormone necessario a sostenere la crescita dell’embrione fecondato, bloccandone l’azione. Per aumentare l’efficacia della molecola viene usata una seconda sostanza: la prostaglandina. Questa seconda pillola viene somministrata, ma non in tutti i casi, a due giorni dall’assunzione della prima.

Come funziona?
La prima pillola di mifepristone causa il distacco e l’eliminazione della mucosa uterina, con un processo simile a quello che avviene durante il ciclo mestruale. La seconda pillola di prostaglandina provoca contrazioni uterine e favorisce l’eliminazione dell’embrione senza bisogno di ricorrere all’intervento chirurgico. Gli eventuali effetti collaterali (crampi, nausea, vomito) sono minori rispetto all’aborto tradizionale. Se la procedura è usata in modo corretto, funziona nel 95% dei casi. Non va confusa con la pillola del giorno dopo che si basa su principi diversi e va assunta entro 48-72 ore dal rapporto sessuale.

A quando risale la scoperta?
La Ru486 è stata inventata nel 1980 da Etienne-Emile Baulieu nei laboratori francesi Roussel-Uclaf, durante alcuni esperimenti su derivati del progesterone. La sperimentazione è iniziata subito, agli inizi degli anni Ottanta, in molti Paesi europei e negli Stati Uniti. Il primo Paese ad averla adottata nel 1988 è stata la Francia. Nel 1991 è arrivata sul mercato della Gran Bretagna, l’anno dopo su quello della Svezia, nel 2000 è stata autorizzata negli Usa. Dal 2010 è registrata in 15 Paesi dell’Ue (altri stanno per autorizzarla) e altrettanti in tutto il mondo.

I primi in Italia a sperimentarla?
La pillola Ru486 è stata sperimentata nel 2005 in Piemonte e in Toscana: 132 le pazienti coinvolte. Il ginecologo Silvio Viale, sperimentatore della pillola abortiva al Sant’Anna di Torino ed esponente dei radicali, è finito sotto inchiesta. Nel 2006 i test sono partiti in modo più diffuso in Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Marche e Trento. Lo stesso anno l’Oms ha inserito il mifepristone nella lista dei farmaci essenziali alla salute riproduttiva. Nel giugno 2007 l’Ente europeo per il controllo sui farmaci (Emea) ne ha approvato l’uso e ne ha ribadito la sicurezza.


NUOVO STUDIO CONFERMA: LA RU486 FA MALE

Una ricerca sui ratti, condotta da un’università statunitense e una cilena, ha scoperto che l’aborto chimico produce “significativi cambiamenti biologici e comportamentali negativi”, inclusa “una chiara angoscia”. Lo studio ribadisce quanto diverse donne, reduci da un aborto con il mifepristone, testimoniano da anni sui devastanti effetti psico-fisici della RU486.

Uno studio sugli effetti dell’aborto chimico, attraverso la RU486, toglie tutti gli alibi. Pazienza, gli abortisti che non hanno compassione per le donne rispettino almeno quella dei topolini. Vietare subito la RU486 e le combinazioni farmacologiche delle medesime sostanze è un imperativo umano, femminile e animale, fondato sulla scienza. Ogni alibi è smascherato, fermare l’aborto chimico è un dovere scientifico, così come fermare l’aborto (omicidio del concepito) è un imperativo morale e civile, soprattutto in un Paese in via di estinzione come l’Italia.

I sostenitori dell'aborto - comprese le agenzie sanitarie internazionali - hanno promosso la combinazione di farmaci per l'aborto chimico nota come RU486, proponendola a milioni di donne in tutto il mondo senza la verifica di una seria ricerca sugli effetti dei farmaci sugli animali. Siamo in un mondo di topi, ovvero in cui è necessario tutelare gli animali prima degli uomini e delle donne in particolare.

Ora, uno studio unico nel suo genere ha scoperto che il cocktail di sostanze chimiche della RU486 produce “significativi cambiamenti biologici e comportamentali negativi” nei ratti, compresi segni di ansia e depressione, che sono distinti dai comportamenti derivanti dall'aborto naturale di un roditore della sua progenie.

La ricerca è parallela alle recenti testimonianze giudiziarie di donne che hanno subito aborti chimici e descrivono durature e strazianti prove mentali dopo aver ingerito il farmaco abortivo. Lo studio fa luce in uno degli angoli più oscuri della scienza: gli effetti fisici e psicologici dell'aborto in generale e l'aborto chimico in particolare. Lo studio, atteso da tempo, mostra anche come la politica dell'aborto si sia profondamente radicata nella presunta comunità scientifica "oggettiva".

I ricercatori della Franciscan University di Steubenville, in Ohio, e della School of Medicine dell'Università di San Sebastian, in Cile, credono che la loro ricerca sia il primo studio pubblicato che espone un modello animale alla combinazione farmacologica che induce l'aborto, misurando i cambiamenti biologici e biochimici e monitorando in seguito il comportamento degli animali.

In Italia, sono già stati pubblicati libri precisi sull’argomento. Basterà ricordare quello di Renzo Puccetti, Vittorio Baldini e padre Giorgio Maria Carbone, Pillole che uccidono. Quello che nessuno ti dice sulla contraccezione, o quello di Eugenia Roccella e Assuntina Morresi, La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola Ru 486. Testi che già scientificamente riportavano decine di casi di morte e conseguenze nefaste per le donne. Ciononostante, nessuna autorità sanitaria italiana o dell’Unione europea ha preso posizione contro questa vera e propria pillola ‘killer’, che, quando non uccide, lascia segni indelebili nella vita delle donne.

Nello studio appena pubblicato sulla rivista Frontiers in Neuroscience, si sono suddivisi 81 ratti in quattro gruppi: ratti gravidi che hanno ricevuto la RU486, ratti non gravidi che hanno ricevuto i farmaci, ratti gravidi che hanno ottenuto la soluzione di controllo senza i farmaci abortivi, e ratti non gravidi che hanno ottenuto la soluzione di controllo. Solo i ratti le cui gravidanze sono state interrotte con RU486 hanno mostrato una significativa riduzione del peso corporeo e dell'assunzione di cibo e un'attività nettamente ridotta: marcatori ben noti di depressione e ansia, secondo lo studio. «I risultati più importanti di questa ricerca sono la “chiara angoscia” che è stata osservata, insieme al comportamento simile all'ansia e alla depressione, solo nei ratti che hanno subito l'aborto usando il mifepristone e il misoprostol», ha detto in un’intervista al National Catholic Register Stephen Sammut, professore di psicologia alla Franciscan University e coautore dello studio.

Inoltre, tali misure biologiche e biochimiche hanno suggerito che l'aborto chimico ha privato gli animali di effetti benefici sulla salute che si verificano naturalmente quando una gravidanza viene portata a termine. Lo studio ha anche osservato che gli effetti dannosi dell'aborto indotto da farmaci erano di natura diversa rispetto a quelli derivanti dall'aborto spontaneo. “Dato il ruolo degli studi sugli animali nel darci informazioni su come funzionano il nostro cervello e il nostro corpo, questi risultati sembrano indicare che questo tipo di aborto potrebbe potenzialmente comportare effetti simili negli esseri umani”, ha detto Sammut.

La Food and Drug Administration ha approvato gli aborti chimici fino a 10 settimane di gestazione. Gli aborti con la RU486 (di cui esiste un “antidoto”) coinvolgono due farmaci: il mifepristone, che uccide il feto interferendo con gli ormoni della madre, e il misoprostolo, che induce forti contrazioni uterine che inducono la donna a espellere il suo bambino intatto o in parti. Tuttavia un team di ricercatori australiani ha scoperto che, mentre una donna su 3.000 sottoposte ad aborto chirurgico precoce perdeva più di un litro di sangue, quella cifra saliva a una su 200 per l'aborto con RU486. Il numero di ricoveri ospedalieri per infezione è stato pari a uno su 1.500 per l'aborto chirurgico precoce e di uno su 480 per l'aborto indotto da farmaci.

L'Organizzazione mondiale della Sanità, che ha aggiunto la RU486 alla sua lista di “medicine essenziali” da avere a livello globale sin dal 2005, non ha risposto a nessuna delle domande che emergono dopo la pubblicazione della ricerca: troppo scomodo confrontarsi con la scienza per un organismo mondiale sempre più dipendente dalle donazioni della case farmaceutiche.

L'ansia e la depressione (nonché l'uso in tandem di antidepressivi) sono esplose negli ultimi decenni in tutto il mondo, in particolare tra le donne, che hanno il doppio delle probabilità di essere colpite da disturbi dell'umore rispetto agli uomini. Solo negli Stati Uniti, secondo i dati del 2017 dei Centers for disease control (Cdc), il numero di americani che affermano di aver assunto un antidepressivo nel corso dell'ultimo mese è aumentato del 65% tra il 1999 e il 2014. Una donna su cinque - bianca americana, non ispanica (il 21,4%) - di età superiore ai 12 anni aveva assunto farmaci antidepressivi nel mese precedente; e più di un quarto di esse (27,2%) assumeva antidepressivi da oltre 10 anni. "Abbiamo bisogno di avere una comprensione molto migliore di ciò che sta accadendo alla madre incinta che riceve questi farmaci per interrompere una gravidanza", ha detto il professor Sammut.

Gli effetti dell'aborto chimico non vengono semplicemente rilevati in laboratorio. Tra le tante testimonianze di donne che denunciano gli effetti devastanti della RU486, quella di “Christen C.” è particolarmente toccante: "La pillola [RU486] è così semplice che non dà alla madre il tempo di riflettere veramente su ciò che le sue azioni faranno e sulle conseguenze che può causare per tutta la vita", ha testimoniato in tribunale, dove con altre 5 donne è in causa contro il servizio sanitario e l’azienda produttrice della RU486. “A me sembra un modo molto semplice per l'azienda di guadagnare rapidamente nutrendosi della paura della madre spaventata e ingenua, che sarà quella che sarà costretta a convivere con le conseguenze, mentre l'azienda trarrà profitto e si muoverà verso la prossima madre”.

In un mondo di topi, la compassione per gli animali si estenderà anche agli uomini e alle donne?
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