Davide Pecorelli: "Ho trovato il tesoro di Montecristo"

Secondo il racconto reso a La vita in diretta sarebbero già stati dissotterrati due forzieri su tre
Perugia

"Ho trovato il tesoro di San Mamiliano, sono tre forzieri con 250 chili di monete d’oro zecchino da cinque grammi l’una”. E avrebbe dovuto “fare a metà col prete che mi ha indicato i luoghi del ritrovamento”. Davide Pecorelli, l’imprenditore dato per morto per otto mesi e poi ricomparso naufrago all’isola di Montecristo, non la finisce più di giocare a stupire chi lo ascolta.
Ha raccontato di aver già trovato due dei tre forzieri contenenti l'oro, a Cala Corfù e a Cala Fortezza. Poi, prima di rintracciare la terza parte delle ricchezze (a Cala Maestra), quando proprio lì sarebbe stato intercettato dai carabinieri forestali che hanno messo fine alla sua seconda vita da Conte di Montecristo. Aveva con sé picconi, sacchi e mappe.
Ma purtroppo a quanto risulta dalle sue strampalate dichiarazioni le monetre sarebbero rimaste sull'isola, al sicuro.
Al  spiega che sarebbero state "troppo pesanti per essere portare nel garage affittato sulla terraferma". Ma - ha detto Pecorelli - "ho le foto e le ho mandate in Procura, a Perugia”. Ma la Procura, aggiunge il Corriere, smentisce il particolare. 
Anche perché aveva detto di aver passato gli otto e rotti mesi in una comunità religiosa mentre alcune foto e testimonianze dicono che almeno d’estate stava a Valona a progettare partite di calcio e viaggi in Grecia, bevendo superalcolici, parlando di sport e spacciandosi per scrittore intento a riscrivere un romanzo ispirato al Conte di Montecristo di Dumas. Guarda caso. E si faceva chiamare Cristiano.

Comunque sia lui continua a ricamare il suo romanzo. Intervistato da Lucilla Nasucci de "La vita in diretta" (Rai 1) ha dato questa nuova versione dei fatti. 
“Avevo deciso di suicidarmi”, ha detto ancora Pecorelli, “poi sono andato a confessarmi da un prete che mi ha convinto a non farlo e a simulare la mia morte”.
Sempre secondo le sue dichiarazioni sarebbe stato lui il complice che l’avrebbe aiutato a bruciare la Skoda Fabia e gli avrebbe fornito i resti umani presi da un ossario comune. Non vuole fare il nome del religioso.
“Non lo farò mai, è la persona che mi ha salvato la vita”. Ha ribadito di essere stato otto mesi nella comunità di Medjugorje, di cui “quattro drammatici, sempre a piangere”. Peccato che poi quando parla del tesoro la voce del registrato trattiene a stento il riso. Altro particolare: la carta d’identità (a nome Giuseppe Mundo) sarebbe stata di un suo vecchio debitore, avuta come pegno. In realtà risultano solo crediti da pagare, a suo carico, per cifre importanti. Simili al premio della polizza sulla vita che avrebbe stipulato a settembre. Ieri Pecorelli ha ribadito che un’assicurazione ce l’ha ma da 30 anni. E che l’obiettivo non era fingersi morto per riscuotere. La compagna albanese non ha mai avviato la pratica di morte presunta. Senonché nell’informativa della mobile di Perugia il sospetto che Pecorelli fosse vivo c’era da tempo. Il tesoro? Che sia un colpo di scena per uscire in bellezza da un piano malriuscito? Dopo la trasmissione degli atti, oltre che a Tirana, anche a Grosseto, non mancheranno gli accertamenti del caso.