Fatti e misfatti di mezza estate, fra sogno e realtà

Dalla conquista della Luna all’Amazzonia in fiamme, ai vegani antisesso
Perugia

di Adriano Marinensi - Oggi andiamo in cronaca. Cronaca di un tempo (non di una notte) di mezza estate (del 2019). Al netto della turbolenta caduta del Governo, la bella stagione offre al racconto alcuni episodi di qualche rilievo e talune curiosità. Primo: ricorre quest’anno, il 50° anniversario della conquista della Luna e, a Huston, qualche settimana fa, è stata festa grande. L’applauso liberatorio, quanto fragoroso, ci fu poco dopo le 22, ora italiana, del 20 luglio 1969: la navicella aveva toccato il suolo lunare. L’impresa spaziale per la grande storia. A bordo dell’Apollo 11, gli eroi Neil Armstrong, Michael Collins e Edwin Buzz Aldrin. Lo spettacolo in diretta T.V. dagli USA, con il siparietto giornalistico tra Tito Stagno e Ruggero Orlando: “Ha toccato!”, “No, ancora no!”. Poi, Armstrong che scende dalla scaletta e pone il piede sinistro cautamente sull’“astro d’argento” di tante sdolcinate canzonette. E la frase rimasta famosa: “Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità”. Quindi, Aldrin sceso dopo 18 minuti, mentre Collins attendeva la loro risalita in orbita. Rimasero sopra la Luna due ore e mezza per raccogliere quasi 22 chili di rocce destinate a studi scientifici. Lasciarono, oltre alla bandiera americana, una targa con le loro firme, insieme a quella del Presidente Richard Nixon. Sulla targa stava scritto: “Qui, nel luglio 1969, misero per la prima volta piede uomini venuti dal Pianeta Terra, in pace per l’intera Umanità”. La straordinaria impresa, progettata da J. F. Kennedy nel 1961, s’era realizzata tra lo stupore del mondo.

Durante la prima decade di agosto, in Russia, è accaduto un incidente mentre si lavorava alla costruzione di un moderno missile nucleare. E si è subito sparso l’effetto Chernobil, quando, in Unione Sovietica, a Chernobyl appunto, sul confine con la Bielorussia, il 26 aprile 1986, accadde il peggiore incidente nucleare in una centrale atomica. Esplose uno dei reattori e una nuvola carica di radioattività arrivò sino ai cieli d’Europa. Ci vietarono di mangiare tanti cibi, compresi gli “ortaggi a foglia larga”, nella presunzione, nient’affatto remota, che fossero contaminati. Passammo giorni di paura. Attorno alla Centrale 300.000 persone dovettero essere evacuate. Le Agenzie dell’ONU – malgrado molte notizie in URSS fossero incautamente secretate – in un rapporto ufficiale, scrissero di 65 morti accertati e 4.000 casi di tumore alla tiroide. Ma, negli anni a venire, il bilancio risultò più pesante. L’impianto venne sepolto sotto una gigantesca colata di cemento, un “sarcofago” immenso che però ha mostrato presto pericolosi segni di cedimento ed ha richiesto interventi di “cicatrizzazione”.

Da un disastro all’altro. In Brasile, nelle scorse settimane, è ricominciato il disboscamento della Foresta pluviale Amazzonica, l’immenso polmone verde avente effetto sugli equilibri climatici mondiali. Sono ripresi incendi devastanti che rischiano di procurare danni irreversibili. La Foresta mostra un valore ambientale inestimabile; vi sono state classificate circa 60.000 specie di piante e attribuita una enorme biodiversità animale. Malgrado il valore universale, il Presidente Bolsonaro (per oltre la metà, la foresta si trova in territorio brasiliano) si è permesso di dire che a deciderne il destino spetta a lui ed ai suoi connazionali. Insomma, è cosa loro. Invece, stando all’interesse rivolto al problema, durante la riunione del G 7, non sembra affatto cosa sua. Ancora, tenendo d’occhio il tema del dissesto ecologico, in alcune zone del Circolo polare artico, ecco un’altra calamità naturale sotto forma di fuoco e fiamme. Pare sia andato in fumo un territorio vasto quanto l’Umbria. Se brucia persino il mondo di ghiaccio, il segnale merita una riflessione preoccupata, riguardante il futuro del la vita sulla Terra. E il nemico della Terra – ha detto l’astronauta Luca Parmitano, guardandoci dall’alto della stratosfera – è il riscaldamento globale.

Però, quanto sono bizzarri questi vegani! Chi sono? Gli osservanti del veganesimo che, se non fosse blasfemo, si potrebbe definire una religione, per di più ortodossa, rifiutano ogni alimento proveniente dal mondo animale (compresa lana, seta naturale, pelli e pellicce). C’è una definizione che rende l’idea: “Il vegano mangia tutto, senza mangiare nessuno”. S. Agostino, questa, per lui, malsana dottrina mise all’indice: Sollevava accigliati contrasti intorno al sacro desco familiare, tra congiunti vegani e bisteccari. Ora una corrente di pensiero molto avanzata all’interno della fede (ma, quale fede?) vegana, pare si stia affermando con intransigenza e osservanza. Ne fanno parte coloro che aborrono ogni e qualsiasi accoppiamento fisico con gli onnivori. Loro dicono sia il maligno in persona ad ispirare le scelte di quanti ingurgitano ciò che l’oste della mal’ora mette in tavola. Ergo, a bordo letto, vade retro satana! Sesso libero soltanto per le “missionarie” dedite a riportare all’ovile vegano, passando sotto le coperte, le pecorelle smarritesi nel magna, magna.

Esco immediatamente dal terreno delle fesserie. Per gli appassionati del ciclismo come me, la morte improvvisa di Felice Gimondi, avvenuta nel mare di Sicilia, il 16 agosto scorso, a 76 anni, ha provocato profonda commozione. E’ stato il pedalatore che ha sconfitto Eddy Merckx, il “cannibale”, soprannominato anche “Mister 525” (vittorie in carriera). A Merckx chiesero: Cosa ti piace di più di questo sport? Rispose: Mi piace vincere. Eppure, non di rado, primo Gimondi e dopo lui. Primo Felice Gimondi in tre Giri d’Italia ed in un Tour de France, nel 1965, quando partì gregario di Vittorio Adorni e giunse in maglia gialla a Parigi. Poi la Vuelta spagnola e numerose “classiche monumento”. Vale a dire, un protagonista del ciclismo moderno che ha saputo lottare come si faceva in antico. Con eccelsa classe e lealtà agonistica.

Infine alcune notizie di minore portata. Il sole d’agosto sembra abbia colpito in testa un tizio di Reggio Emilia. Ha perso ingenti somme al lotto, senza mai beccare manco un terno e anziché la iella, s’è presa di petto la titolare del banco e zacchete le ha tagliato la gola. In tema di scommesse, il cliente che non t’aspetti, di Ferragosto, è entrato in un bar, a Lodi, si è preso un caffè e una schedina del Superenalotto precompilata. Pre-com-pi-la-ta! Capito? Sei numeri a caso e il caso lo ha ripagato così: 209 milioni, 160 mila, 441 euro e mezzo. La vincita più alta di sempre. Come dire il bacio della dea bendata in fronte. Anzi, in altro loco.

Noterella conclusiva. Auguri vivissimi al prof. Romano Prodi, il Presidente del Consiglio che volle al suo fianco, a Palazzo Chigi, il ternano (morto e non ancora immortalato dalla città) Enrico Micheli. Per il professore 80 anni compiuti il 9 agosto, senza dimostrarli. Questa la definizione nel titolo di un quotidiano: L’unico leader a sinistra che ha vinto le elezioni. Due volte Capo del Governo, ma anche Presidente dell’I.R.I., Presidente della Commissione europea, Docente di Economia e politica industriale all’Università di Bologna, fondatore della coalizione dell’Ulivo. Un impegno autorevole al servizio degli altri. Ed oggi ancora nell’agone politico. Vir magnus, quindi.