ll reato di “passeggiata” non esiste: i pm di Genova archiviano le denunce

«Le persone che, fermate per controllo, offrono giustificazioni non veritiere non possono essere denunciate per l’art. 483»
Perugia

Durante la Fase 1, in pieno lockdown, è stata vietata da quasi tutti i sindaci l'attività motoria e la possibilità di fare passeggiatine per limitare il contagio dal Coronavirus. Ora però si viene a sapere che non c'è alcun reato di “passeggiata” ed è per questo motivo che i giudici tenderanno ad annullare tutte le denunce, come riportato dal portale “” (organo della Fondazione Avvocatura Italiana), secondo il quale sono state emesse troppe segnalazioni per la violazione delle disposizione sul decreto Coronavirus.
Nel sito si legge: “L’allarme viene direttamente dalla Procura di Genova, “sommersa” in questi giorni dalle notizie di reato per inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità e falsa attestazione da parte delle Forze di polizia in relazione all’emergenza in corso – scrive Il Dubbio -. Il problema è nato dalla qualificazione giuridica delle condotte da sanzionare, e quindi dei reati che verrebbero violati, inseriti nei moduli prestampati diffusi dal Ministero dell’interno per giustificare gli spostamenti all’esterno della propria abitazione. L’autocertificazione in questione, peraltro, è stata recentemente aggiornata da parte del capo della polizia con la previsione anche dell’indicazione di ‘non essere positivo’ o in ‘quarantena’”.

Secondo Il Dubbio: “L’attenzione dei magistrati si è concentrata sull’articolo 495 cp, «falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri», reato punito con la reclusione non inferiore a due anni.
Martedi scorso è stata diffusa una circolare alle Forze di polizia firmata da Paolo D’Ovidio, procuratore aggiunto della Procura ligure. Per il magistrato, «il delitto dell’art. 495 viene integrato esclusivamente dalle false attestazioni aventi ad oggetto l’identità lo stato od altre qualità della persona». Nulla a che vedere, dunque, sulla veridicità o meno di quanto indicato nel modulo a proposito dei motivi dello spostamento dal proprio domicilio. Ma non solo.
«Le persone che, fermate per controllo, offrano giustificazioni non veritiere – aggiunge D’Ovidio – non possono essere denunciate per l’art. 483», che punisce la «falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico» con la reclusione fino a due anni. Il motivo? «L’impossibilità di qualificare come “attestazione” penalmente valutabile la dichiarazione che, non può ritenersi finalizzata a provare la verità dei fatti esposti», puntualizza la toga. Resta, allora, solo la violazione dell’art. 650 cp, «inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità», una contravvenzione punita con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a duecentosei euro. Poca cosa, quindi, rispetto ai due reati che erano stati previsti dal Ministero dell’interno. L’art. 650 è uno scarso deterrente per le persone che, nonostante i ripetuti avvisi, continuano imperterrite ad uscire di casa senza giustificato motivo. Il governo, infatti, ha già in programma una stretta per cercare di arginare il fenomeno. Ipotizzando, ad esempio, il reato di diffusione di epidemia.


Si stima che fino ad oggi il 5% della popolazione non abbia rispettato le regole
Al di là delle ragioni – note e meno note – che hanno portato gli italiani a disobbedire alla legge, anche quando il diktat sarebbe dovuto provenire dalla coscienza piuttosto che dal legislatore, c’è un aspetto che non è sfuggito ai costituzionalisti e che potrebbe far saltare tutto l’architrave delle denunce sino ad oggi collezionate.
La leva è l’incostituzionalità del sistema per come delineato dal presidente Conte.
La questione si gioca su un piano interpretativo.
Fra legislatori e studiosi del Diritto, sono sempre più numerosi coloro che si dicono sicuri che un giorno, quando tutto questo sarà definitivamente chiuso, interverranno i giudici, e probabilmente la Corte Costituzionale, a sanare tutto.
Intanto tutte le forze dell'ordine schierate in campo hanno comminato multe come se piovesse.
E ce n'è per tutti, dalla sanzione imposta a chi si è avventurato ad andare a cogliere asparagi in un bosco da solo, a chi ha portato a spasso il cane lontano da casa, a chi si spostato troppo dalla propria residenza per fare la spesa anche se è restato all’interno del comune, e giù sanzioni anche a qualche papà che si era concesso una passeggiata col proprio bambino.
E così, mentre qualche tutore dell'ordine è più conciliante, altri non sentono ragioni, tutto va bene pur di appioppare una sonora contravvezione da 400 a 3.000 euro per violazione delle norme anti Coronavirus. 


Denunce per reati da coronavirus: bruciato il lavoro di Carabinieri e Polizia 
Le 100.000 operazioni di Carabinieri e Polizia finiscono nel dimenticatoio. Per una norma molto discutibile

Lo riporta il sito

Dall’inizio della pandemia al 24 marzo 2020, Carabinieri e Polizia locale e stradale hanno fatto un lavoro straordinario. Due milioni di controlli su strade. Risultato: 100.000 denunce per reati. Articolo 650 del Codice Penale: 3 anni di galera o 206 euro di multa. Ma ora, tutte bruciate le denunce per reati da coronavirus. Perché? Lo dice il decreto del 25 marzo 2020. Non è una libera interpretazione, è proprio scritto chiaro e tondo.

Denunce per reati da coronavirus: liberi tutti

Un condono, una sanatoria, un’amnistia. Chiamatela come volete, comunque è molto discutibile.

Carabinieri e Polizia locale e stradale per fare quel lavoro hanno operato talvolta senza mascherina o guanti o comunque in condizioni delicatissime. Un automobilista in quarantena o positivo poteva anche far loro del male. Con le goccioline di saliva che escono dalla bocca quando si parla. Il contagio è così: veloce, maledetto, subdolo. Senza dimenticare starnuti e colpi di tosse, con le goccioline di saliva che escono a velocità elevata e che hanno un raggio d’azione molto esteso. Altro che un metro di distanza.

Le Forze dell’ordine hanno fermato il bravo padre di famiglia con l’autocertificazione. Ma hanno anche fermato balordi, tossici, gente con fedina penale sporchissima. Un lavoro pericoloso, certosino, minuzioso. Davvero un’opera encomiabile.

Per ogni operazione, specie nella prima parte del periodo antecedente l’ultimo decreto, si doveva identificare l’automobilista fermato. Un lavorone. Non sempre è come chiedere nome e cognome alle brave persone. Talvolta, si ha a che fare con signori dalla dubbia moralità. Tant’è vero che il 5% dei fermati è stato denunciato ai sensi del Codice Penale. Non si parla di Codice della Strada o di illeciti amministrativi. Qui si entra in un campo minato.

Denunce per reati da coronavirus: il decreto del 24 marzo 2020

Salvo che il fatto costituisca reato, il mancato rispetto delle misure di contenimento viene punito con una sanzione amministrativa. Addio al reato dal 24 marzo. Pagamento di una somma da 400 a 3.000 euro. E non si applicano le sanzioni contravvenzionali previste dall’articolo 650 del Codice Penale o da ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità. Se il mancato rispetto delle misure avviene mediante l’utilizzo di un veicolo, le sanzioni sono aumentate fino a un terzo.
Si pagherà dunque, sempre ammesso che a fronte delle migliaia di ricorsi che andranno ad ingolfare ancora di più le procure, non si decida alla fine di risolvere tutto con una sanatoria libera tutti.