L’impatto del coronavirus sulla mobilità degli umbri

Nel periodo tra il 23 febbraio e il 26 marzo crollo del numero degli spostamenti giornalieri
Perugia

di Mauro Casavecchia (*) - Non c’è dubbio che, anche in Umbria, le restrizioni alla mobilità necessarie al contenimento dell’epidemia siano state prese molto sul serio. Molti di noi sono relegati in casa da settimane, altri hanno ridotto drasticamente i propri spostamenti limitandosi ad uscire per le necessità legate alla sopravvivenza, e solo una parte minoritaria continua a muoversi quotidianamente per assicurare la produzione di beni e servizi essenziali al sostentamento della collettività.

Le immagini ci parlano di vie e piazze vuote e di strade pressoché deserte ma, al di là della percezione aneddotica, non è facile dare una misura dell’entità di questo repentino rallentamento della mobilità delle persone. Uno dei metodi più attendibili, utilizzato dagli esperti di big data, fa leva sul monitoraggio dei movimenti dei cellulari, naturalmente in forma anonima e aggregata. Una elaborazione di questo tipo è stata appena realizzata da una società di consulenza svizzera, la Teralytics, che ha analizzato le informazioni provenienti da 27 milioni di sim telefoniche di diversi operatori presenti in Italia, per rilevare l’intensità degli spostamenti sul territorio nazionale.

L’andamento dei dati, riferito al periodo tra il 23 febbraio e il 26 marzo, mette in luce un vero e proprio crollo del numero degli spostamenti giornalieri, che si verifica dapprima nelle aree più colpite dall’emergenza sanitaria del Nord Italia, per estendersi poi progressivamente verso le regioni centrali e meridionali.

I due grafici sottostanti mostrano quanto è avvenuto nel periodo esaminato in Umbria, rispettivamente nelle aree di Perugia e di Terni (distinguendo il territorio del comune capoluogo dal resto della provincia), e mettono a confronto l’intensità degli spostamenti di ciascun giorno con il livello del corrispondente giorno della settimana tra il 10 e il 16 febbraio, presa come base di riferimento in quanto precedente alla proclamazione dell’emergenza sanitaria. Il dato dei territori umbri è affiancato da quello riferito alla città di Bergamo, tra i primi e più importanti centri colpiti, per rendere evidente la diversa intensità del fenomeno e lo sfasamento temporale tra le aree.

Come impatta il progressivo lockdown sugli spostamenti?

Fino al 4 marzo - data del decreto che ha sospeso le attività didattiche in scuole e università - mentre gli abitanti di Lombardia e Veneto hanno già da tempo rallentato la propria mobilità e Bergamo si trova al -34% rispetto a tre settimane prima, gli umbri non modificano in modo sostanziale le proprie abitudini di movimento, che continuano a fluttuare intorno ai livelli registrati in precedenza. In quella data a Perugia, con il +10% rispetto a venti giorni prima, si tocca l’ultimo picco positivo prima delle restrizioni.

A partire dal 5 marzo tutte le regioni italiane cominciano a fermarsi e l’ultimo giorno in cui in alcune sporadiche città – tra cui Terni – si registrano flussi non ridotti è il 6.

Il 9 marzo, quando viene pubblicato il decreto c.d. che estende le misure della zona rossa del decreto precedente all’intero territorio nazionale e limita gli spostamenti a quelli necessari, la mobilità è già calata del 20% circa in Umbria (e si è più che dimezzata a Bergamo).

Quando l’11 marzo un nuovo decreto dispone la chiusura di esercizi commerciali, bar e ristoranti, gli spostamenti degli umbri si sono ridotti di ulteriori dieci punti. Si comincia inoltre a ravvisare una certa divaricazione – che continuerà a manifestarsi anche nelle settimane successive, almeno nei giorni feriali – tra le aree urbane dei due maggiori centri regionali e il resto dei loro territori provinciali, nei quali la riduzione degli spostamenti risulta meno pronunciata. Un disallineamento che trova probabilmente giustificazione nella diversa distribuzione dei servizi essenziali, più facili da reperire in prossimità nei centri urbani, e che d’altra parte si riscontra in certa misura anche a livello nazionale tra aree metropolitane e zone montane.

Nelle settimane seguenti prosegue dappertutto la tendenza alla limitazione progressiva degli spostamenti, che si minimizzano durante gli ultimi fine settimana. Il decreto di domenica 22 marzo, che impone ulteriori restrizioni con la chiusura delle attività produttive non essenziali, coincide con il punto minimo sin qui registrato negli spostamenti: rispetto a cinque settimane prima, la mobilità è crollata ormai a -69% a Perugia e addirittura a -84% a Terni, appiattita quasi sui livelli bergamaschi.

Proprio l’esempio di Bergamo dimostra che, pur avendo subito un massiccio ridimensionamento, gli spostamenti degli umbri non sono stati altrettanto pesantemente decurtati, naturalmente in funzione della diversa gravità dell’emergenza sanitaria.

In ogni caso, va tenuto presente che se intensità e durata del necessario rallentamento della mobilità da un lato favoriscono il contenimento della diffusione del contagio, nel contempo tendono ovviamente a impattare in modo negativo sullo svolgimento delle attività economiche. Occorrerà dunque continuare a monitorare attentamente l’evoluzione della situazione per provare a contemperare le due esigenze e trovare il migliore punto di equilibrio possibile.

(*) Responsabile di ricerca (Aur)