La scuola a distanza penalizza soprattutto gli studenti disabili

Lo sconforto e la rabbia di un genitore, padre di una bimba di 7 anni autistica
Perugia

La scuola a distanza, senza internet e senza un progetto comune, è già un problema, lo dicono anche i presidi dei migliori istituti. Ma raggiungere e coinvolgere gli alunni diventa ancora più complicato, se non impossibile, quando si entra nel mondo delle disabilità. Lì dentro, come denunciano gli educatori, tutto è ancora fermo, o quasi, al 5 marzo, al giorno della chiusura delle scuole.

Va sottolineato a proposito che molti ragazzi, proprio per quel disagio di cui soffrono, il pc non ce l’hanno. E molti disabili non possono, tecnicamente o fisicamente, essere raggiunti a distanza. Un’impossibilità che diventa la negazione di un diritto dell’alunno e anche, alla fine, un onere che si va ad aggiungere alle famiglie.

A dar voce a questo disagio nelle colonne del quotidiano La Nazione, nel servizio a firma di Michele Nucci, è un padre, che così si esprime: «Mia figlia di 7 anni è disabile al cento per cento, ha purtroppo un grado di attenzione bassissimo, capacità cognitive di una bimba di un anno, ma nonostante questo il Comune di Perugia si ostina a volerle fare didattica a distanza invece che, come accade in altre Comuni, farle avere un operatore a domicilio. A me sembra sinceramente una presa in giro».
Il Iockdown è terminato ormai da un mese, ma la piccola ancora deve fare i conti con gli strascichi e la burocrazia (per non chiamarla in altro modo) che si portano dietro più di 60 giorni di blocco di qualsiasi attività, non solo quelle economiche, ma anche di carattere sociale. Giorgio, padre della bimba che soffre di una forma di autismo secondario, è dal 4 maggio che sta cercando di comprendere i motivi per i quali l'amministrazione comunale di Perugia continua a negare alla famiglia l'assistenza a domicilio.
«Normalmente usufruiamo di 20 ore settimanali di un operatore delle cooperative che dipende dall'amministrazione comunale, altre 24 ore di sostegno in classe a cui si aggiungono 6 di un operatore della AsI e 4 derivanti dal progetto Home care, sempre del Comune. Bene - spiega l'uomo -, questi ultimi due progetti sono stati mantenuti, quello del sostegno ovviamente non c'è più da quando sono state chiuse le scuole e poi cì sarebbero queste 20 ore a distanza, di tele didattica».
«A 7 anni una bambina iperattiva, che deve essere controllata a vista per tutto il giorno, è molto difficile da gestire». Giorgio ha inviato mail e chiesto la motivazione ufficiale a destra e manca, («ho scritto anche al sindaco Romizi») senza ricevere una spiegazione a suo avviso plausibile.
«Mia figlia ha una soglia di attenzione bassissima - continua il padre -. Riesce a manipolare con difficoltà qualche oggetto per pochi secondi. Ha bisogno di essere seguita 24 ore su 24, proprio perché ha il fisico di una bimba della sua età e un ritardo cognitivo importante che spesso le fa compiere anche gesti pericolosi. Ora mi chiedo come si possa non comprendere che la didattica a distanza per lei è improponibile, inutile. Ma non mi spiego neanche il motivo per il quale l'operatrice venga pagata per offrire il servizio 'on line' e non a domicilio».
Un bel rebus, non c'è che dire, che Giorgio ha cercato di approfondire con alcuni dirigenti dell'amministrazione comunale, senza venirne a capo. La risposta che gli sarebbe stata fornita, in sostanza, è che per questo tipo di disabilità non è prevista assistenza domiciliare. La famiglia è in difficoltà naturalmente anche nel poter seguire la piccola durante la giornata.
«La mia compagna ha lavorato in smart working per un po' di tempo - continua Giorgio -, ma non è semplice dato che Caterina come ho detto ha bisogno di essere controllata e seguita per tutto il giorno. Ci danno una mano i nonni, che però tutti sanno sono soggetti più esposti al virus e quindi dovrebbero essere protetti anche loro. Ripeto, io mi sento preso in giro».