Musica e manierismo nel duomo di San Lorenzo

La Cappella di san Bernardino e il Deposto di Croce del Barocci
Perugia

La Cappella di san Bernardino

La Cappella di san Bernardino, posta a destra dell’ingresso principale della Cattedrale perugina di san Lorenzo, venne ricevuta in donazione dai nobili mercatores nel 1515 e il suo mutamento stilistico in chiave rinascimentale e manierista, inizia tra il 1561 e il 1562 su progetto di Ludovico Scalza di Orvieto e Giovanni di Domenico fiorentino, rimuovendo gli elementi di un apparato cinquecentesco dedicato a san Bernardino.
Sono gli anni in cui fa anche ritorno a Perugia da Firenze Vincenzo Danti (era al servizio di Cosimo dei Medici, per il quale scrisse il Trattato delle perfette proporzioni) e a lui viene affidato il compito di realizzare le tredici figure simboliche che presidiano l’altare della rinnovata cappella.
A tale rifacimento parteciparono, dal 1565 al 1567, anche ottimi legnaioli e intagliatori, quali Jacopo Antonio Fiorentino e Ercole di Tommaso dal Riccio, che provvidero ai seggi della cappella con l’inginocchiatoio, i balaustri e i cassoni con l’emblema del Collegio, poi dorati da maestro Battista Doratore. Per la monofora presente in questa parete nel 1565 venne compiuta anche l’invetriata dipinta da Heindrich Van Der Broeeck ( Arrigo il Fiammingo) con la Predica di san Bernardino.
L’altare, studiato e prodotto da Ludovico Scalza, Giovanni di Domenico e Vincenzo Danti, venne appositamente allestito per accogliere il telerio con il Deposto di Croce, capolavoro che Federico Barocci realizzerà tra il 1567 e il 1569.
La regia complessiva che intende animare questo luogo è attenta: essa regola, sceglie e coordina tutti gli elementi essenziali alla riuscita della scena, come anche gli artifici destinati all’opera. Da un disegno di questo altare, prima che lo stesso venisse demolito e perduto nel 1793, il manierismo michelangiolesco appare in tutta la sua evidenza nelle sculture del Danti, esprimenti il tema della salvezza attraverso il sacrificio divino, con al culmine posta la statua del Cristo vittorioso, salvatore e vessillifero tra i due grifoni perugini!
Tra il 1794 e il 1795, sempre dietro commessa del Nobile Collegio della Mercanzia, Giovanni Cerrini, produce il modello dell’attuale altare marmoreo che prevede lapidei preziosi, quali il “Rosso” di Cantiano, la “Cotonella” di Perugia, il “Bianco e Nero”di Perugia, l’”Africano”, il “Giallo antico”, il “Porta santa”, il “Broccatello” di Spagna, il “Bianco” di Carrara. Il progetto di decoro prevede poi due angeli, una raggiera con gloria di nuvole e teste di serafini con il globo in mezzo, esprimente la santissima triade, altre due testine con cascate ai lati e due cascate di palme che vanno attorno il sesto della cornice del quadro.
L’altare viene concluso nel 1798, ma non può accogliere la tavola picta del Deposito del Barocci, poiché la stessa nel 1791 viene requisita, assieme ad altre trenta opere perugine, dal maresciallo francese Tinet ed inviate al Louvre di Parigi. Il dipinto tornerà in Italia nel 1817 – riconsegnato al Canova – e nel 1819 troverà la sua collocazione definitiva in questo altare, rimosso soltanto nel 1975 per essere presente a una mostra bolognese e nel 1979 per essere restaurato e quindi esposto a Siena.

Il Deposto di Croce di Barocci

Nato ad Urbino da una famiglia di origini lombarde (l’Ambrogio Barocci scultore del XV secolo era suo antenato) Federico è uno dei pittori più significativi tra Correggio e Caravaggio, così che la sua figura colma il periodo storico connotato dalla Controriforma. La sua carriera inizia a Roma, ispirata da Raffaello, ammirata da un ormai anziano Michelangelo e propiziata da Taddeo Zuccari. Un personaggio chiave in tale contesto fu san Filippo Neri, i cui oratori nascevano con la vocazione di ricollegare il regno dello Spirito con la vita quotidiana delle persone. Fu proprio Neri ad incaricare Barocci di dipingere la Pala della Visitazione per la sua chiesa Nuova. Si dice anche – qui la storia sfiora la leggenda – che Neri sia stato portato verso l’estasi proprio dalla figurazione del Barocci che mostra Elisabetta e la Vergine salutanti, ambientata nella vita quotidiana di Roma. La vigilia di Natale del 1569 arrivò a Perugia la prima opera significativamente manierista del maestro marchigiano, il Deposto di Croce commissionata dal Nobile Collegio della Mercanzia; un telerio dipinto nel quale il perfetto accordo tra forma, movimento, ardite ma bilanciate innovazioni compositive e coloristiche, divennero metro di paragone per tutti i pittori locali. Barocci compone il Deposto curando che, come scrive l’Orsini:” tutti i colori avessero la loro concordia e unione senza offendersi l’un l’altro e, poiché l’armonia delle voci diletta l’udito, così ancora la vista si diletta nella consonanza dei colori accompagnata dall’armonia dei lineamenti. Barocci chiamava la pittura musica”. E sul motivo di questi rapporti armonici, ricorda ancora:” L’armonia è massimamente nei passaggi da un colore all’altro, per passare dal giallo al rosso senza violenza bisogna framezzarvi il pavonazzo e il verde, ma nella maniera pratica di saper modulare con misurata proporzione i colori, consiste l’intelligenza e l’eccellenza dell’operatore”. Svelando poi l’artificio musicale di Barocci, conclude:” L’armonia e la musica del suo pingere si conforma a partire dal basso nel gruppo della Vergine svenuta soccorsa dalle Marie, con l’uso di pigmenti azzurri, di viola, di gialli e bruni, di rossi…”. Barocci dunque, in armonia con i dettati dell’arte manierista e musicalmente parlando, nel suo Deposto di Croce crea un accordo coloristico che sfalda la forma organica rinascimentale a tutto vantaggio di una forma emotiva e dinamica, creando una grafia di eventi mentali. Ecco dunque che il segreto musicale dell’arte manierista e barocca si manifesta come caratteristica animatrice di questo capolavoro dell’espressione manierista.

   Marco Nicoletti