Il vulcano è molto bello se non balla

I disastri combinati dal Vesuvio e dal Krakatoa
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- di Adriano Marinensi

Quella montagna con in cima un pennacchio di fumo, turisticamente avvenente, che si vede dinnanzi al Golfo di Napoli, nelle cartoline illustrate, è un vulcano e si chiama Vesuvio. E questo non è certo uno scoop. Se però il pennacchio diventa un fungo quasi atomico, allora la notizia si fa clamorosa e il discorso cambia. L’eruzione è un fenomeno naturale finché è contenuta; altrimenti si trasforma in calamità. E’ ciò che accadde, nel 79 dopo Cristo, quand’era imperatore, a Roma,Tito Flavio Vespasiano. Il gigante partenopeo fece boom! e il tappo volò via. Uscì per aria una miscela micidiale di gas tossici, cenere rovente e frammenti piroclastici, come li chiamano i vulcanologi perché sono pezzi di pietra incandescenti. Un segnale sismico c’era stato poco meno di venti anni prima, mentre l’esibizionista Nerone stava cantando in un teatro di Napoli e molte case malandate crollarono alle falde del monte, attorno alle numerose ville patrizie. Ma, da quelle parti, ai terremoti erano quasi abituati e non si misero in campana per una scossa di modeste dimensioni.

A raccontare il micidiale spettacolo del 79 d. C., ci pensarono Plinio il Vecchio e suo nipote il Giovane che si trovarono fuori dalla portata omicida del Vesuvio. Il solito terremoto inascoltato aveva preceduto l’evento. Strabone, storico greco, vissuto qualche decennio prima, parla di una montagna “magnificamente coltivata tutt’intorno al cratere”. La data dell’eruzione è fissata in una lettera del giovane Plinio che pone l’accadimento “nonum kal (calende) september”, cioè il 24 agosto. Una cumulo colossale - lo racconta ancora Plinio al suo amico Cornelio Tacito - salì ad una altezza di 20 chilometri. Il proverbiale sole di Napoli scomparve per qualche giorno. Parla di un forte evento sismico che “sembrava ogni cosa si rovesciasse”. Non accadeva da un paio di secoli e così, all’improvviso, colse tutti a tradimento.

Totalmente seppellite sotto l’effetto della nube ardente, furono Ercolano, Pompei e Stabia, insieme alla gran parte dei loro abitanti. Gli scavi hanno rinvenuto corpi quasi mummificati, in posizioni strane, molti in atteggiamento come se fuggissero e fossero morti all’istante. Dai calcoli effettuati in era moderna, risulta una espulsione di materiali pari a circa quattro chilometri cubi: una montagna espulsa da un’altra montagna che l’aveva dentro di se E quella esterna aveva cambiato forma. Scrive Marziale: “Ecco il Vesuvio, verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un’uva pregiata faceva traboccare le tinozze, ora tutto giace sommerso”. Ogni segno di vita annullato: si è parlato di 16.000 morti, del mare impazzito sotto l’effetto del materiale eruttato. Ci volle l’opera tenace di Adriano, Imperatore romano dal 117 al 138 d. C., per riportare segni di vita nei territori colpiti dal cataclisma.

Il primo megadisastro dell’era moderna, che vede imputato un vulcano, è accaduto in Indonesia. Forse occorre localizzare geograficamente questo arcipelago, lontano dall’Europa, in un altro Continente. Si trova nel sud – est dell’Asia ed è formato da 17.500 isole ed una popolazione superiore ai 270 milioni di abitanti, sparsi in quasi 2 milioni di chilometri quadrati, tra gli oceani Indiano e Pacifico. Sopra una di quelle isole (Rakata, tra Giava e Sumatra) stava un vulcano; i nativi lo chiamavano Krakatoa. Pure lui, d’agosto come il Vesuvio, del 1883, si mise a fare il pazzo e realizzò una catastrofe unica nella storia conosciuta. Gli scienziati hanno calcolato che l’eruzione sviluppò una energia pari a 200 megatoni, vuol dire migliaia di bombe atomiche fatte scoppiare insieme. Il “ruggito” più forte del mondo lo avvertirono fino a 5000 chilometri di distanza. Attorno fu l’apocalisse. Il mare fece il resto. Ricevendo la grande massa di materiale, produsse onde devastanti alte fino a 40 metri che correvano ad una velocità di 300 km l’ora. Rimasero uccise 36.000 persone e un numero imprecisato di feriti. Nell’atmosfera vennero espulsi 21 milioni di chilometri cubi di materiali sotterranei. Enormi le conseguenze di carattere climatico, perché le polveri rimasero sospese al alta quota per anni.

Quando quella fine del mondo ebbe termine, la bocca del vulcano era scesa di 800 metri, una voragine mostruosa, circondata dal nulla. Oggi è attivo, da quelle parti, l’Anak Krakatau, nella lingua locale “figlio di Krakatoa”. Sulla base dei parametri ricavati dalla esplosione del 1883, si è concluso che i vulcani possono rappresentare una minaccia globale per il genere umano.

E siccome siamo in gennaio ed in tema di vulcani e terremoti, eccolo un altro sisma accaduto in un giorno che reca una data singolare: 21.1.21. Sembra il numero ventunomilacentoventuno, invece è una data (esattamente di 100 anni fa) che racconta un evento politico di effetto quasi sconvolgente. Quel giorno del ‘900 nacque a Livorno il Partito Comunista Italiano. Prima, a sinistra, c’era il Partito Socialista e, durante il XVII Congresso, avvenne la scissione. Le due “anime” riformista e rivoluzionaria si divisero. L’ultimo confronto si accese proprio durante quella Assise intorno alle direttive fissate dall’Internazionale comunista. Tra queste, l’allontanamento dal partito degli esponenti moderati e la nuova denominazione comunista, non più socialista. Occorreva rafforzare le posizioni rivoluzionarie, ritenute l’obiettivo del movimento dei lavoratori.

L’occasione per rilanciare l’idea originaria, l’avevano data gli eventi del cosiddetto “biennio rosso” (1919 - 20), durante le lotte operaie e contadine, con l’occupazione delle fabbriche e delle proprietà terriere. Un “sovversivismo” che parve la dimensione giusta di una nuova politica. Il “gradualismo riformista” non era più l’arma vincente per la conquista del potere da parte del proletariato. Una curiosità: l’adesione al nuovo partito da parte della Federazione giovanile socialista fu annunciata, durante il Congresso, da tale Secondo Tranquilli che, negli anni a venire, diventerà Ignazio Silone, giornalista, scrittore (Fontamara) e drammaturgo.

Fu così che una “costola” della sinistra generò il P.C.I. Il resto, vale a dire la maggioranza dei dirigenti e degli iscritti, restò al suo posto. Il quotidiano “La Stampa” parlò di vittoria della logica e di “cacciata del rivoluzionarismo anarcoide” che avrebbe potuto avvelenare la vita del Paese. Ebbe torto, perché il nuovo “soggetto politico”, costituito a Livorno in quella data curiosa (21.1.21), verso la metà del secolo XX, avrebbe dato un grosso apporto alla Liberazione dell’Italia ed al cambio istituzionale. Poi, venne la scoperta delle scelleratezze di Stalin, il fallimento del progetto ideologico ed economico sovietico, la caduta del muro di Berlino e della cortina di ferro, la dissoluzione dell’URSS. Ma questa è un’altra storia, vissuta in tempi recenti e fissata in fatti ben conosciuti. Comunque, a sinistra, esattamente nel gennaio di cento anni fa, l’eruzione non c’e stata, ma la “scossa sismica” di grado elevato si.