Recovery Fund, cosa arriva (o non arriva) all’Italia dalla Ue

Pensavate mica di ottenere 209 mld così, senza pagare pegno? L'analisi di Luigi Pecchioli
Opinioni

Dopo la sbornia dei festeggiamenti per il risultato di Conte, che secondo (quasi) tutti i media avrebbe portato a casa un assegnone di 209 miliardi per l’Italia, come plasticamente il Fatto Quotidiano ha evidenziato con la sua foto in prima pagina, stile Signor Bonaventura, andiamo un po’ a vedere meglio questo Recovery Fund (RF) e facciamo due calcoli in base a quanto è stato pubblicato dal Consiglio Europeo (EUCO).
Innanzitutto va notato che, rispetto alla proposta spagnola e italiana e sotto la pressione dei cosiddetti Paesi frugali (Olanda, Austria, Danimarca, Svezia più altri minori) il finanziamento complessivo di 750 miliardi ha visto aumentare la quota prestiti da 250 mld a 360 mld e diminuire le sovvenzioni, da 500 mld a 390.
Ma attenzione: queste sovvenzioni (grant) non sono, come ripetono politici e media, versamenti a fondo perduto, ma fondi che la UE dovrà rimborsare, attraverso l’aumento del budget europeo a carico degli Stati aderenti.
Poiché infatti la UE finanzia ogni suo piano, compreso il RF, attraverso l’emissione e il collocamento di titoli, chi acquista i suddetti si aspetta di essere alla scadenza rimborsato con gli interessi.
La UE quindi dovrà aumentare il proprio bilancio per far fronte a questo debito e pertanto i Paesi che contribuiscono al bilancio dovranno versare qualcosa di più.
Ma non tutti.
La Germania e i soliti “frugali” hanno ottenuto uno sconto (rebate) sulle somme che dovranno versare al bilancio UE, quindi il maggior onere dovrà essere sopportato dagli altri contributori.
Senza entrare troppo nello specifico basti sapere che per l’Italia è stato calcolato che il maggior costo sarà di 1,5 mld all’anno.
Facciamo due conti: il versamento di sussidi spettanti all’Italia, secondo il progetto di ripartizione, sarebbe di circa 80 mld, a cui vanno detratte le somme di partecipazione al fondo che sono calcolate in circa 50 mld.
Rimangono quindi sui 30 mld che suddivisi per gli anni di durata del RF, sette, portano a un versamento netto all’Italia a partire dal 2021 di circa 4,2 mld, ovvero a un sussidio pari al 0,25% del PIL.
E già qui ci si chiede se tutto questo discutere e battagliare per ottenere uno scostamento di bilancio di un quarto di punto percentuale avesse senso.
Ma non è finita: alla suddetta somma va detratto quanto versiamo annualmente al bilancio europeo, al netto di quanto riceviamo.
Ora, tranne qualche sprovveduto, tutti sanno bene che l’Italia è contributore netto della UE, ovvero che versiamo più di quanto riceviamo e nell’ultimo ciclo di bilancio abbiamo mediamente versato 3,8 mld in più che quindi vanno detratti al sussidio, almeno per capire se e quanto ci guadagniamo col RF.
Restano così 0,4 mld, ovvero 400 milioni di differenza in attivo.
Ma non abbiamo contato i rebates… siccome il maggior onere per l’italia come abbiamo detto sarà di 1,5 mld all’anno, il risultato è che anche dopo il Recovery Fund rimarremo contributori netti della UE per circa 1,1 mld.
Poi ci sono i prestiti per 129 mld e quelli evidentemente andranno restituiti con gli interessi. Ma anche quelli non sono disponibili subito, anzi! Secondo l’accordo EUCO infatti tali prestiti potranno essere richiesti solo dopo che siano stati erogati i sussidi.
E qui si apre un altro capitolo: come si fa a ottenere questi sussidi, questi 4,2 mld lordi annui?
Il documento è chiaro sul punto: dovrà essere presentato entro il termine per il primo versamento un piano di investimenti chiamato Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (RRP) per il triennio 2021-2023 e tale piano dovrà necessariamente tenere conto, sia delle raccomandazioni che la Commissione ha dettato per ogni singolo Paese (CSR), sia delle priorità stabilite dall’EUCO, ovvero investimenti nel campo del “green” e del digitale.
Perché necessariamente?
Perché il RRP dovrà essere approvato dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata e non verranno presi in considerazione piani che non prevedano queste caratteristiche.
Quindi scordatevi manutenzioni o altre spese anche necessarie: se una scuola ad esempio ha bisogno di lavori di consolidamento non se ne parla, in compenso potete dotarla di computer nuovi, sperando che il tetto non gli crolli sopra…
Per ottenere tutto questo (se vi sembra nulla siete solo dei cattivi e invidiosi sovranisti…) c’è però un prezzo da pagare: dovrete fare le riforme e dovrete garantire che rimborserete i prestiti e onorerete i versamenti dovuti.
Come?
Attraverso un percorso di consolidamento dei conti, quindi riduzione del debito pubblico, tagli alla spesa per le pensioni, la sanità, l’istruzione e qualche mirato aumento delle tasse.
A vigilare su questo percorso sarà il Comitato Economico e Finanziario, ma anche i singoli Paesi europei, che amorevolmente e fraternamente, soprattutto i “frugali”, nel caso vedessero segnali di scostamento dal piano di risanamento, segnaleranno la cosa al Comitato che a sua volta lo segnalerà al Consiglio il quale sospenderà gli ulteriori versamenti e in massimo 3 mesi darà il suo verdetto a maggioranza.
    Pensavate mica di ottenere 209 mld così, senza pagare pegno?
        Luigi Pecchioli