L’amicizia tra la bambina Flavia e l’albero Faggio

Il pronto soccorso alle solitudini che gravano sull’ “orgasmo moderno”
Opinioni

di Adriano Marinensi - C’è un libro che, come tantissimi altri, narra una favola. La racconta ai piccini, ma suggerisce comportamenti di vita pure ai “grandicelli”. S’intitola Il Faggio che voleva fare il girotondo di Daniela Palumbo. Vagheggia, con fantasia, l’amicizia nata tra una fanciulla ed un albero piantato da solo in mezzo al cortile della scuola. Il collega Gabriele di Donfrancesco, nel commentarlo, scrive: “L’amicizia con un albero è una cosa molto poetica, ma richiede alcuni sacrifici: bisogna sempre andarlo a trovare, perché la pianta non può ricambiare la visita. Inoltre non si può correre insieme nel parco o fare i giochi di tutti i giorni. Persino chiacchierare diventa una sfida, se non si è abbastanza sensibili da comprendere il linguaggio delle foglie.” Ecco appunto, al di la della finzione, la sensibilità ecologica si impone come virtù. Per migliorare hac lacrimarum valle.

Parimenti alla gran parte delle fiabe, ha una morale. Anzi, due. Malgrado gli esseri umani siano di genere diverso dai vegetali, la bambina Flavia insegna che un Faggio si può adottare. Un Faggio siccome un pino, un oleandro e qualsiasi essenza arborea, posta a fare da isola verde (di salvataggio) in mezzo al mare grigio del cemento armato. Sarà pure un amore singolare, forse bizzarro, quale quello ricambiato di Faggio per Flavia (“che spesso faceva cadere un sorriso sopra una foglia”), però qualunque testimonianza d’affetto dell’uomo moderno verso il verde, assume il valore di difesa sociale e di dovere civile. E’ un sentimento da diffondere sotto ogni forma per farlo diventare linea di condotta collettiva e progetto politico – amministrativo. Chiedo scusa per questo mio insistente discorso in materia: probabilmente si diventa più attenti al destino delle piante quando il vivere s’accorcia e ci si sente “come d’autunno, sugli alberi, le foglie”. E la macchia si adorna dei colori della tavolozza, mischiati al profumo dei funghi.

E’ vero ciò che scrive Donfrancesco: “I piccoli sono capaci di umanizzare il creato”, a differenza degli adulti troppo spesso incuranti degli effetti negativi causati dalle loro azioni. A Terni, per esempio, la strage “ecumenica” dei pini d’alto fusto (all’insegna del “taglia ch’è rosso”, lungo interi viali, senza salvarne alcuno) avrebbe dato un gran dolore alla bambina Flavia e fatto piangere l’albero Faggio. Una mania insensata, nascosta dietro l’esigenza di tutelare la pubblica incolumità. Mi pare proprio il caso di acquistare alcune copie de “Il Faggio che voleva fare il girotondo” e distribuirle tra i membri della Giunta comunale ternana. Con una dedica particolare all’Assessore all’Ambiente. Per stimolare il dovere di amare, meglio venerare, la vegetazione. E avversare il cemento, ormai, a Terni, “colato” dovunque: ogni spiazzo un palazzo!

Certo, una esistenza da albero può apparire solinga e derelitta, però è assai più lunga di quella dell’uomo. Spesso d’estate, quando salivo sul Terminillo, dove di faggi ce ne sono milioni, mi capitava di ammirarli i giganti. In molti, dall’alto della lunga vita, perpetuano la capacità di purificare l’aria e creare ombre silenti. Senza alterigia, chiedendo in cambio soltanto il rispetto che si deve all’immagine della natura in costruzione da secoli, ai boschi ed alla fauna ch’essi custodiscono. Ogni taglialegna da considerare bandito.

Nella novella di Daniela Palumbo è possibile cogliere un secondo “messaggio”. Rivolto ai figli perché i genitori intendano. Nell’attuale anonimato urbano - che agli ambienti di vita ha sottratto molti valori essenziali - di faggi con le sembianze d’uomo, rimasti soli in cortile, ce ne sono troppi. C’è il vecchio di poca pensione, senza famiglia (ricordate Malot e il crepacuore del piccolo Remi?), la porta di casa invalicabile e invalicata. Lui resta immobile, similmente all’albero Faggio. Però, una solitudine diversa, malinconie diverse del corpo, dell’anima, del cuore.

Pure per sfuggire ai pericoli della quotidianità esterna, del movimento a scoppio forsennato, che rassomiglia al nido delle formiche al quale qualcuno ha messo un piede sopra. Come alberi, i rimasti soli vorrebbero fare il girotondo, invece sono confinati in ambienti asociali. In casa loro, in condizione peggiore di quella di Faggio che la bambina Flavia tenta di alleviare, offrendo compagnia ed amicizia. Per questi cittadini, persi nei meandri di un destino amaro, ci vorrebbe l’intervento di tante Flavie a fare il pronto soccorso nelle schizofreniche comunità. Onde rimuovere gli egoismi e diffondere il sentimento dello stare insieme, del dialogare, nel riguardo dei veri principi dell’indole umana.

Ho fatto cenno poc’anzi al “governo locale” della città di Terni, un altro mi preme rivolgere a quello dell’Umbria. Giorni addietro, il Consiglio Regionale ha approvato alla unanimità una mozione che chiede l’impegno diretto della Giunta verso l’Esecutivo nazionale per il risanamento e la valorizzazione del Lago Trasimeno, considerato che “esso rappresenta un volano economico e turistico per l’intero territorio dell’Italia centrale.” La lodevole azione intrapresa ha un forte significato politico e tende ad attivare interventi concreti - è stato detto - “anche con i finanziamenti del Recovery Fund”.

Quanto a bacini imbriferi di riguardo, c’è, in Umbria, un altro “gioiello ambientale”: il Lago di Piediluco. Che alimenta pure la Cascata delle Marmore, il salto d’acqua tra i più alti d’Europa. Il lago ternano è inoltre sede del Centro remiero nazionale. Purtroppo, anch’esso (insieme al pittoresco borgo sovrastante), tal quale al Trasimeno, è gravato da annosi problemi… di salute (per esempio, l’eutrofizzazione idrica), tutti meritevoli di considerazione e rapida soluzione. Egregi Signori Legislatori regionali, del Lago di Piediluco ce ne vogliamo interessare fattivamente? Oppure l’Umbria finisce a Ponte S. Giovanni?