Il “campionato” delle statue più alte del mondo

Il rapporto dell’ONU e la COP 26 sull’emergenza climatica
Opinioni

di Adriano Marinensi - Talvolta, usando il telecomando (chi lo impugna detta i tempi della vita domestica), ti puoi imbattere in trasmissioni che si elevano al di sopra della mediocrità dei quotidiani palinsesti, spesso infarciti di chiacchiere ripetitive e di pubblicità. Una me n’è capitata sere fa, mentre saltabeccavo con il bastone del comando. Stavano scorrendo le immagini della Statua della libertà che si erge maestosa a New York. Si parlava della sua storia, dell’essere simbolo di civiltà e progresso. Anche punto di riferimento monumentale e culturale, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Ho sentito dire che è visitata mediamente da cinque milioni di turisti ogni anno, a testimonianza della sua notorietà mondiale.

Il nome completo è Libertà che illumina il mondo, lo “stemma” del principio fondamentale americano: Freedom, liberty. Sta collocata, dal 1886, all’entrata del porto della Grande mela, sul fiume Hudson, sopra la piccola Liberty Island. Costruita in Francia dalla coppia geniale Bartholdi - Eiffel (quello della Torre parigina), l’hanno donata agli Usa in occasione dei 100 anni della Dichiarazione d’Indipendenza (1776). Incluso il basamento, raggiunge i 93 metri d’altezza e, quando era un faro, si vedeva da 40 chilometri di distanza.

Ha l’aspetto spettacolare di una donna potente (la dea Ragione) che tiene sotto i piedi delle catene spezzate, il braccio destro eretto (lungo 13 metri) che regge in una mano la fiaccola (due metri e mezzo) e nell’altra il libro della legge. La simbologia è evidente e raccoglie i valori sui quali si fonda la democrazia americana. Per trasportarla a New York, via mare, ci vollero 1883 casse di materiale che fu assemblato sul posto. Dentro è cava: ci sono, a sostegno oltre 100 tonnellate di tubi in acciaio ed il “vestito” di fogli di rame. Uno straordinario capolavoro di ingegneria.

Il servizio televisivo ha evidenziato la particolare somiglianza costruttiva (tralicci e fodero di rame) della Freedom con la statua del Sancarlone, esistente in Piemonte, ad Arona. Siccome la sua realizzazione risale a due secoli prima della Statua americana, l’interrogativo è: i francesi si sono ispirati ad essa? Anche il Sancarlone è un gigante: alto 35 metri e mezzo, compreso il piedistallo, guarda dall’alto il Lago Maggiore dove si trovano le splendide Isole Borromee (Isola Bella e Isola Madre) di proprietà dell’omonima famiglia. Come la Statua di New York, si può visitare attraverso una scala a chiocciola.

A San Carlo, l’onore di quel simulacro venne riconosciuto per l’attivo apostolato, spirituale e materiale, a favore dei colpiti dalla carestia e dalla peste, quando era Arcivescovo di Milano. Per celebrarne la memoria, il cugino Cardinale Federigo (il Prelato che accoglie la conversione dell’Innominato nei Promessi Sposi) fece costruire la singolare immagine. Ha nella mano sinistra un libro, mentre la destra è tesa in segno di benedizione. Insomma, grazie ad un intelligente servizio televisivo, bene impostato pure dal punto di vista giornalistico, ho potuto conoscere, nei particolari, due mirabili statue che fanno parte della storia d’America e d’Italia.

Per i miei conterranei che non lo sapessero, scrivo: la Grande Croce, ammirata da ogni angolo della città di Terni e meta di tanti amanti della montagna, sta sul monte Torricella, a 927 metri s. l. m. Nel nostro piccolo, è anch’essa un’opera maiuscola. E’ alta 10 metri e mezzo, con il braccio orizzontale di m. 4,50 e pesa 3.500 chili. Sul basamento sta impressa la data di nascita: 6 luglio 1902, “per festeggiare il XX secolo dedicato a Gesù Redentore”. Venne costruita dalla SAFFAT (oggi AST), con il contributo di tanti cittadini. Laicamente funziona anche da servizio meteorologico perché - detto in vernacolo - “se la Croce porta lu cappellu (è avvolta dalle nuvole), lu ternanu scappa (esce di casa) co’ l’ombrellu.

Argomento numero due. L’ultimo Rapporto di valutazione dell’ONU ha certificato, in termini di scienza, che “il clima va cambiando in ogni regione della Terra, in maniera rapida e con fenomeni estremi, sempre più frequenti”. Dovrà essere questo uno dei temi fondamentali e urgenti della Conferenza in programma dall’1 al 12 novembre prossimo a Glasgow. In sigla la COP 26. E’ prevista la partecipazione dei 190 Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi sul clima, del 2015. Stante l’allarme rosso lanciato da tanta prestigiosa altezza, c’è da attendersi decisioni concrete e vincolanti.

Purtroppo, dal linguaggio degli studiosi, è ormai uscito definitivamente il termine crisi climatica per lasciare il posto al più sgomento emergenza climatica. C’è un indicatore sostanziale: l’anidride carbonica presente in atmosfera che - durante gli ultimi 30 anni - ha continuato a crescere. E la CO2 in eccesso, si sa, rappresenta il fattore primario del riscaldamento globale. Sul banco degli imputati, siede l’uomo per le azioni contrarie alle regole ecologiche. Non l’imponderabile destino. Si tratta di un addebito pesante che però ha un aspetto positivo: potrà essere l’uomo stesso, cambiando radicalmente e ragionevolmente i suoi comportamenti, a salvare la casa che brucia.

E che, il rialzo delle temperature sia concausa dei furiosi incendi divampati, in diversi Paesi, durante l’estate, dimostra l’urgenza di interventi a dimensione mondiale. Se prendiamo giugno 2021 come periodo di riferimento, le statistiche sostengono che è stato il mese più caldo di sempre in Nord America, in Asia, in Africa, in Nuova Zelanda. Dunque, il termometro in salita è pregiudiziale alla salute dell’intera umanità.

Ho avuto modo altra volta di sottolineare il contributo non marginale che i boschi, le foreste e gli alberi in generale arrecano nella sottrazione dell’anidride carbonica dall’aria che respiriamo. Già abbastanza inquinata da additivi perniciosi di varia derivazione. In tale ambito, la parola d’ordine è piantare alberi, tanti alberi, attraverso una politica del verde eretta a sistema amministrativo. Per spiegarmi meglio, cito l’esatto contrario di quella praticata a Terni nel tempo recente. Inventando pericoli dovunque, una miriade di pini adulti, vivi e vegeti, sono finiti sotto le grinfie dei taglialegna, per miopi decisioni municipali.

Una strage che ha fatto scomparire il patrimonio importante per una città come Terni bisognosa di filtrare l’aria come mangiare il pane. Dovremmo essere i primi sul fronte di combattimento contro gli inquinanti; invece facciamo strame di alberi che, più dei cani, sono amici dell’uomo (almeno non imbrattano la città con gli escrementi liquidi). Recentemente, dalla ricerca scientifica americana e giapponese, all’unisono, è arrivato un messaggio, forse un po’ bizzarro: Quando la stanchezza vi affligge, lo stress ingarbuglia la vita, abbracciate un albero. Starete subito meglio.