La “guerra dell’acqua” non sarà più soltanto una questione africana

L’aumento della temperatura rischia di inaridire il pianeta
Opinioni

di AMAR - La mancanza di pioggia di questa estate sta insegnando anche a chi vive tra le acque -Terni, per esempio, Interamna Nahars - quanto sia prezioso questo bene naturale. L’erba dei prati urbani è seccata, molta vegetazione ingiallita anzitempo. Così, è possibile comprendere perché, in qualche parte del Pianeta, ancora oggi, si rischia la guerra dell’acqua. Ci sono terre che soffrono storicamente la sete ma, stando al Rapporto dell’ONU sul clima, è il mondo intero che sta patendo il caldo anomalo. E l’ONU insiste nel dire che si pone un limite al riscaldamento globale, molto vicino alla presente generazione, al di là del quale “le condizioni ambientali cambieranno oltre la capacità di adattamento di molte specie viventi”. Quella umana per prima. E avverte: Per riportare il termometro in equilibrio, siamo obbligati a ridurre drasticamente le emissioni di gas serra (ormai è notorio a tutti) altrimenti saremo presto al punto di non ritorno.

In Africa, la guerra dell’acqua è una minaccia reale. Dalla parte occidentale del Continente nero, c’è il Nilo, il fiume campione del mondo in lunghezza (6854 km). All’inizio ha due affluenti, il Nilo Bianco che nasce dal Lago Vittoria, a più di mille metri di altezza, in territorio tra Uganda, Tanzania e Kenia; il Nilo Azzurro che inizia sull’altopiano etiopico, presso il Lago Tana. Procedono separati per centinaia di chilometri, sino a Khartum, la capitale del Sudan, dove si riuniscono e formano il Grande Nilo, che attraversa da ultimo l’Egitto e sfocia nel Mediterraneo.

Il “casus belli” della guerra dell’acqua è rappresentato dalla diga che stanno finendo di costruire in Etiopia, uno dei sette Stati attraversati dal fiume. Ogni diga ha bisogno di un bacino di carico, che, nella fattispecie, l’acqua la deve prendere dal Nilo. E l’invaso ha una capacità di 10 milioni di metri cubi, mentre lo sbarramento, cominciato a costruire nel 2011, è alto 170 metri, lungo 1780. Sta sul Nilo Azzurro che ha una portata “altamente stagionale”. Quindi la sottrazione dell’enorme quantitativo di acqua ha già provocato un rilevante impatto ambientale e crisi idriche ricorrenti alle zone agricole dei Paesi a valle. Sudan ed Egitto sono i più tenaci avversari del “mostro”.

Si chiama GERD, acronimo per Grand Ethiopian Renaissance Dam, vale a dire “Grande diga della rinascita etiopica”, sulla quale proprio gli etiopi fondano notevoli speranze di sviluppo, stante il fatto che il 70% della popolazione è priva di elettricità. Negli ultimi tempi la situazione si è fatta incandescente per il fallimento dei negoziati finalizzati ad una soluzione concordata della disputa che va avanti da un decennio e rischia seriamente di deflagrare.

E’ enorme la GARD, ma non campione del mondo perché battuta dalla cinese Jimping - 1, alta 305 metri che, si dice, presto verrà superata dalla Diga di Rogun, in Tagikistan, con i suoi 335 metri. Non c’è competizione tra Asia ed Africa, neppure tenendo conto degli altri due giganti, ormai da tempo in funzione, uno sul Nilo, la Diga di Assuan e l’altro la Diga di Kariba sullo Zambesi. Ad Assuan la fece costruire il rais egiziano Nasser nel suo momento di maggiore potenza politica. Ha rilievo, sia per le dimensioni dello sbarramento, alto 111 metri e lungo 3 km e 600 metri, sia per l’invaso, il Lago Nasser, lungo 480 km e largo fino a 16. Altro soggetto per gigantografie è lì impianto costruito a Kariba nei lontani anni ’50 del ‘900.

La diga sullo Zambesi ha una altezza di 128 metri ed un invaso da primato, capace di contenere circa 190 miliardi di tonnellate d’acqua. L’ha realizzata un Consorzio di imprese italiane ed è costata la vita ad un centinaio di nostri connazionali (compreso l’operaio ternano Gino Bicelli). Recenti controlli tecnici della struttura hanno segnalato “fenomeni erosivi” alla base e consigliato urgenti “lavori di riabilitazione”: gli esperti sostengono che il cedimento potrebbe investire tra i 3 e i 4 milioni di persone. Il primato italiano in fatto di dighe è poca cosa di fronte alle enormità appena citate. Appartiene ad un impianto inattivo: il Vaiont, famoso per aver provocato, nel 1963, l’onda assassinai, quando un pezzo del Monte Toc andò a finire dentro l’invaso: oltre 2000 morti, centinaia di dispersi, Longarone devastato, danni per 900 milioni di lire.

Questi monumenti artificiali che hanno generato effetti positivi ed altri no, su paesaggi da secoli strutturati come natura li ha fatti. C’è stata l’estensione della rete elettrica a beneficio di milioni di persone, ma l’impatto sull’ecosistema quasi sempre sconvolgente. Al pari dell’altro sulle ataviche condizioni di vita degli indigeni presenti sulle vaste aree “aggredite” da laghi che sembrano il mare.

Pensiero vagante, foraneo al tema. Dal tempo ormai quasi remoto della sua entrata a Palazzo Spada, il Governo comunale di Terni va segnalandosi per la mediocrità dell’azione politico - amministrativa. Anonima, inadeguata e sconnessa dalla gravità dei problemi che pesano sulla collettività. Al contrario, la cronaca di questi giorni racconta decisioni d’alto profilo. Il primo riguarda un misuratore di velocità installato a cavallo di una arteria della prima periferia urbana. L’apparecchio castigatore, in poco più di due settimane, ha elevato quasi 10.000 (dicesi, diecimila) multe, con i ternani, passati sotto le “forche caudine”, altamente inca … ttiviti. Purtroppo, l’immagine disordinata del traffico che c’era prima dell’arrivo dei “rinnovatori al comando” è tal quale a quella di oggi. Per fortuna, il marchingegno di Via Lessini ora risolverà ogni problema di circolazione stradale. Poi, di buono, ci sono le “palanche” entrate nelle casse del Municipio.

Municipio che con una mano ha preso e con l’altra ha speso. Attizzando non poche polemiche. Per via di un concerto breve, breve, tenuto da tale Sangiovanni, “ugola d’oro” cresciuta nell’alta scuola musicale degli Amici di Maria. Il “concertino” pare sia costato nientemeno 45.000 mila “euri”, dei quali 33.000 per l’appannaggio all’ugola. Pare! La protesta avverso la manifestazione risulta vibrante e plurima. Ha riguardato lo “spessore” culturale, la esigua promozione turistica e l’elevata cifra investita. Dice: Non si poteva trovare un Santantonio che costasse di meno? Comunque, quando l’intelligenza amministrativa sfavilla, come nella fattispecie, i risultati, prima o poi, arrivano. Basta avere un po’ di pazienza. Oppure pentirsi nel prossimo segreto dell’urna.