A quando la legge a garanzia professionale e tutela legale per tutte le Forze dell’Ordine?

Sulla rapina a Napoli interviene il Generale dei carabinieri Antonio Cornacchia.
Opinioni

Per aver appreso la notizia dai mass-media non entro nel merito della vicenda. Non posso, comunque, sotto l’aspetto prettamente umano e non solo, non immedesimarmi nello stato d’animo, nel dolore, nel dramma sia vissuto dai familiari del povero Ugo Russo che del militare dell’Arma. Lasciamo che la Magistratura esamini a fondo la dinamica del tragico evento per trarne le dovute conclusioni. Non posso esimermi, comunque, dal rilevare il riproporsi di situazioni, a dire poco, paradossali, mera apologia della malavita, del crimine.

Ad accadimento determinatosi, privo anche degli iniziali elementi indispensabili ad inquadrarlo nel modo più obiettivo possibile, si è voluto, come per prassi consolidata, a scapito della verità, gridare all’assassinio gratuito, quindi, volontario ai danni di un sedicenne, imbattutosi sfortunatamente, ma in veste di rapinatore, in un carabiniere 23enne. Ad indagini, quindi, appena iniziate si è voluto, mediaticamente, dare voce a chi ha aggredito per compiere una rapina. A classificare, catalogare un fatto-reato non ci si può far leva solo ed esclusivamente sulle dichiarazioni assunte nell’immediato, comunque, importanti, ma acquisire le informazioni, i dati, gli elementi desunti dal cosiddetto sopralluogo, preziosi e necessari a delineare il quadro della relativa dinamica; il tutto suffragato, come nel caso di specie, dai risultati degli esami autoptici, di quelli balistici, dalle immagini riprese dai sistemi di video-sorveglianza. Si eviti, pertanto, di lasciarsi andare ad anticipazioni di circostanza. “Aspettiamo che la legge faccia giustizia” è stato reiteratamente avanzato, più che comprensibile, ma pretendere che si “punisca il carabiniere” è un non senso. Come per dire che se non lo si punisce, la legge non avrebbe fatto giustizia! Siamo alle solite. Il “bravo” o i “bravi” ragazzi e il “cattivo” poliziotto o carabiniere che, tra l’altro, non si sarebbe qualificato. Non solo non era in servizio ma non aveva neanche fermato il giovane Ugo, (in altre faccende affaccendato) per fermarlo e controllarlo. Ugo, che non ha avuto la fortuna di venire al mondo in una famiglia benestante, serena ed onesta: non è colpa sua. Non sarà mai sufficiente affermare l’importanza educativa dei genitori e, soprattutto, il loro esempio. Possiamo rovinare il futuro dei nostri figli se si viene meno al dovere di padre, di genitori, di responsabile della propria famiglia.

Spiace per il ragazzo, appena 16enne, per la vita che non credo si sia scelta. Nella quale è nato e che forse era segnato. Spiace anche per il carabiniere 23enne per aver stroncato la vita di un ragazzo, se lo porterà dentro per sempre, e spiace per i rischi cui potrebbe andare incontro, nonostante abbia reagito per difendere se stesso e la fidanzata da una rapina. Siano di fronte ad una realtà crudele, giovani vite bruciate per una rapina, il cui ricavato sarebbe servito per andare in discoteca. Questo, purtroppo, è quello che la società evoluta, progressista, non più dotata di valori, offre, di uno Stato in cui, causa il buonismo senza limiti, la legge è costantemente violataChi sono i veri responsabili? Vorrei sbagliarmi! Sono quelli seduti in un attico lussuoso a sfruttare i loro simili in nome di una superiorità fittizia che non esiste o coloro che, nelle vesti di vittime, per dare sfogo agli istinti irrefrenabili, sono stati artefici di un raid al Pronto Soccorso del nosocomio mettendo a soqquadro l’intera struttura sanitaria da renderla inservibile, da costringere a trasferire altrove dei degenti e non poter soccorrere e prestare le cure ad una paziente appena giunta. Non si vorrà dare la colpa ai medici, ai paramedici e, non sarebbe strano, alle forze dell’ordine intervenute numerose, per non essere state in grado di far fronte a tanta irruenza. Pessimo esempio, comunque, per i futuri malintenzionati che oltre sulla giustizia buonista potranno contare sulla non reazione delle forze dell’ordine. Cosa si sarebbe detto, scritto, diffuso se agli spari ad altezza d’uomo contro la caserma Pastrengo del Comando Provinciale Carabinieri di Napoli, ci fosse stato un’analoga reazione da parte dei militari aggrediti?  A Londra, a New York, città di Stati democratici, tali tipi di malviventi e/o buontemponi come quelli del blitz al Pronto Soccorso e del ‘tiro al piattello’ alla caserma dei Carabinieri, non avrebbero avuto modo neanche di pentirsi.

Intanto, l’iscrizione nel registro degli indagati, per quanto sia un atto dovuto, anche a tutela di colui che è sottoposto ad indagini, è quanto basta a dare inizio ad un cammino tortuoso, ad ostacoli, caratterizzato da una spada di Damocle sempre più insistente. Senza tacere i deleteri effetti dal punto di vista economico, veri e propri drammi atti a destabilizzare intere famiglie. A quando la legge a garanzia professionale e tutela legale per tutte le Forze dell’Ordine? Servirebbe a tenere a bada i forsennati dall’insultare ad ogni piè sospinto i poliziotti, i carabinieri, le Forze dell’Ordine in genere. Si continui a far finta di sottovalutare certi aspetti che ineriscono al vivere quotidiano dei cittadini ormai sempre più rassegnati, mentre il Paese sta andando a pezzi perché lo Stato non è in grado di difendere le persone oneste. Un Paese, il nostro, dove tutto funziona al contrario: non è escluso che il carabiniere è la vittima mentre il minorenne l’eroe.

Non pochi gli esempi che hanno caratterizzato gli anni della Repubblica italiana. Mi soffermo sul giovane Carabiniere Marco Placanica, protagonista, in negativo, di un G8 svoltosi a Genova nel luglio 2001. In servizio di ordine pubblico a bordo di un blindato, fatto segno ad un lancio di un estintore da parte di un giovane con il volto coperto, Carlo Giuliani, lo colpiva mortalmente. L’inevitabile calvario processuale-giudiziario per il giovane Placanica, indagato per omicidio, poi assolto dalla giustizia italiana e, definitivamente, poi, dalla Corte Europea avendo agito per legittima difesa, con buona pace per i  … forcaioli che lo volevano appeso solo perché vestiva una divisa. Una sentenza che decreta, nel contempo, una volta per tutte, la colpevolezza del giovane Giuliani e, dunque, l’innocenza di Placanica che si è visto la carriera rovinata per colpa di un teppista. L’importante è che tale innocenza sia stata riconfermata da una così alta Corte Europea e che di ciò possa andare a testa alta anche l’Arma. Nel 2005, psichicamente provato, non idoneo più al servizio effettivo, è dimesso dall’Arma “per infermità dipendente da causa di servizio”, ma reimpiegabile nel ruolo civile dello Stato. Il Tar accettando il ricorso del Placanica, a seguito di perizia, lo dichiarava mentalmente sano. Vicenda drammatica con risvolti tragicomici. Nell’ottobre 2006 il gruppo di Rifondazione Comunista italiano al Senato della Repubblica, intitolava a Carlo Giuliani la sede del proprio ufficio di presidenza che non poteva che generare vivaci polemiche da parte di esponenti del centro-destra, dei rappresentanti dei Sindacati di Polizia, e dei Cocer dei Carabinieri. A vuoto l’appello rivolto al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per non aver potuto interferire sulla scelta autonoma della rappresentanza parlamentare comunista. Solo con l’esclusione di detto Partito dalla rappresentanza parlamentare nell’elezioni politiche dell’aprile 2008, l’aula cambiò destinazione d’uso cessando di essere intestata a Carlo Giuliani. Ma perché tanta sensibilità, sincera, spontanea o semplice formalità, di certa sinistra? Del gruppo famigliare del Giuliani faceva parte, come zia acquisita, anche Maria Elena Angeloni, 30enne, del Collettivo Politico Metropolitano (CPM), istituito da Renato Curcio e Margherita Cagol, facendo capo al gruppo delle cosiddette “zie rosse” (brigatiste) che, nel settembre 1970, unitamente allo studente greco-cipriota ma residente a Milano, Giorgio Tsekours, recatasi ad Atene, avrebbe dovuto procedere ad un attentato ai danni della locale sede dell’ambasciata Usa. Entrambi a bordo di un’auto Volkwagen ‘Maggiolino’ color azzurro con targa svedese, effettuato alcuni giri attorno all’edificio dell’ambasciata, parcheggiano nell’area destinata al personale. Il veicolo avrebbe dovuto saltare in aria in nottata, tra il 2 ed il 3 settembre, ma per il timer ‘Lucerne’ difettoso (simile a quello che determinò nel marzo ’72 la morte dell’editore Feltrinelli a Segrate -Milano -), l’ordigno esplose mentre i due erano ancora nell’abitacolo del mezzo. Per l’“eroina”, zia del Giuliani, però, nessuna aula o targa a lei dedicata nel Parlamento greco. Che dire? “Buon sangue non mente”.

Per fortuna sono abbastanza anziano e con prospettive di un futuro breve, perché questo sovvertimento dei valori non lo sopporto più, togliendomi la serenità che credo di meritare per aver servito, e ne vado fiero e orgoglioso, la Patria, l’Italia.

Gen.le Antonio Federico Cornacchia.