Il “ventennio” che segnò il trionfo della retorica populista e bellicosa

Colpir e seppellir ogni nemico che si incontra sul cammino: Come il Cremlino oggi
Opinioni

di AMAR - Come s’usa dire (ed è vero), la peggiore democrazia è migliore di qualunque dittatura. Lo seppero, per esperienza diretta, gli italiani nati all’inizio del secolo scorso; lo sanno, gli ucraini di oggi, pesantemente colpiti dal despota neo sovietico. Esaminando gli eventi di quell’epoca lontana, una delle domande che si pongono diventa spontanea: L’arte del politicante è forse saper infinocchiare, con destrezza di atteggiamenti e di linguaggio, i propri seguaci? Forse che si, forse che no. Il bellicoso maestro di Predappio pensò forse che si. Non ci sarebbe bisogno di spiegare chi fu il (cattivo) maestro in questione, che manco un giorno di insegnamento mise nel curriculum: di nome si chiamava Benito e di cognome Mussolini, classe 1883, nato dal fabbro Alessandro e da Rosa Maltoni che la maestra elementare la faceva davvero. Cominciò da giornalista, ma preferì il mestiere dell’arruffapopolo. Occorre riconoscere che gli riuscì egregiamente.

Ogni pulpito parve buono per i suoi editti. Sentite quello del funereo 10 giugno 1940 (l’entrata in guerra) dal balcone affacciato su Piazza Venezia e sulla storia: “Combattenti di terra, di mare e dell’aria. Camice nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne dell’Italia e dell’Impero. A-s-c-o-l-t-a-t-e! L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili è giunta.” A seguire, un campionario di proclamazioni, per suscitare le frenesie della sottostante e plaudente folla delle grandi occasioni. La stessa che, alla fine della tragedia bellica, dovette piangere, per averli persi in battaglia, figli, fratelli, mariti, padri e parenti.

Dicevo, cominciò da giornalista, Benito, ma, quasi subito, cambiò pelle, come i serpenti. E si mise a sparare sentenze ad effetto: E’ l’aratro che traccia il solco, è la spada che lo difende; meglio un giorno da leone che 100 anni da pecora; libro e moschetto, balilla perfetto; non bisogna essere preparati alla guerra domani, ma oggi. Insomma, un motteggio birbone per infuocare gli animi dei maccheroni, conditi con l’iperbole affabulatrice. Poi, parate e gagliardetti al vento, sempre in uniforme (tessuto preferito l’orbace), sembiante maschio, passo romano, innario travolgente. Fiero l’occhio, svelto il passo; colpir e seppellir, ogni nemico che s’incontra sul cammino. E l’entrata in esercizio dell’autarchia, componente essenziale del nazionalismo esasperato.

Il fascio come simbolo del legame cameratesco, fascio legato saldamente dal Lui che aveva sempre ragione. Il sole al centro, pianeti e pianetini (gerarchi e gerarchetti) accalcati attorno. Così da fare, di tanti italiani, un gregge di ovini ruggenti. Simulando la disputa su chi vale di più - il numero uno o lo zero - Trilussa conclude: “A un dipresso, è quello che succede ar dittatore, aumenta de potenza e de valore più so’ li zeri che je vanno appresso.” Già, 1 seguito da tanti 0 diventa 100, 1.000, 100.000.

Tutto l’amore di tutti per la Patria, persino il dono delle fedi nuziali, segno aureo dell’avere figliolate numerose da vestire, all’inizio, da figli della lupa, quindi balilla, avanguardisti e infine palle di cannone da sparare su ogni fronte, nel torrido deserto africano e nelle gelide steppe russe. Rincorrendo la gloria. L’eroismo, un dovere assoluto e molti nemici, molto onore. O facevi l’ardito oppure eri un disfattista. Sullo sfondo, i colli fatali dell’antica Roma, dove il sole sorgeva libero e giocondo, per domare i suoi focosi cavalli. Focoso Lui e sconsiderato il suo sodale Adolf, il nazista. In coppia due autentici signori della guerra, somiglianti, per malanimo, a certi attuali uomini soli al comando del Cremlino.

Tra i tanti libri, stampati durante l’era che si indicava con i numeri romani, ne ho pescato uno che ha per titolo “La storia della Rivoluzione fascista”. Riproduce una lunga sfilza di discorsi dove trionfa l’albagia e la burbanza. C’è anche addensata la scienza dell’arringare ad effetto, sempre in attesa dell’applauso. Se lo spazio non fosse tiranno, sarebbe il caso di trascriverne molti che sono lo specchio di quel costume oratorio, con al dritto la passione fatua e sul rovescio la dannunziana fiaccola sotto il moggio (avere una verità celata). “Anch’io, anch’io ho una fiaccola rossa sotto un moggio vecchissimo nascosta…”, scrive il Vate d’Abruzzo, poeta e prosatore ineffabile. Tantissime le verità dissimulate nelle pagine del libro appena citato. Tanto spazio ci vorrebbe per replicarle.

Un esempio però lo voglio trascrivere. E’ il testo di uno delle migliaia di manifesti affissi nei tempi della famigerata impresa d’autunno (era nera la camicia, come il cielo che pioveva), firmato da un Comitato di Azione fascista. Tra il predicozzo e l’invettiva, annuncia: “E’ sorta finalmente l’alba radiosa del grande giorno! La Marcia fascista su Roma, su Roma grande, su Roma eterna, su Roma immortale, si è iniziata. Essa giungerà fatalmente e inesorabilmente, travolgente ed irresistibile, sino alla presa piena, intera, completa di quei poteri che solo il fascismo deve assumere ed esercitare. Perché esso è e rappresenta il solo ed unico partito, tra l’incancrenita putredine degli altri partiti e degli uomini che li rappresentano, veramente degno, capace di guidare, di comandare, di governare la nuova Italia.“ E’ l’archetipo della dottrina autoelogiastica, connaturata con ogni regime totalizzante.

Ora, in chiusura, l’osservazione telegrafica attinta dalla cronaca dei giorni correnti. Sono arrivati, in Italia, fuggendo dalle proprie case distrutte dalla guerra, alcune centinaia di bambini non accompagnati (i genitori sono rimasti a difendere i loro diritti in Ucraina). Si sono aggiunti ai molti arrivati, in passato, sui barconi, anch’essi non accompagnati. Hanno bisogno di pronto soccorso e di tanto calore umano. C’è ancora in giro qualcuno che pubblicizza lo slogan Adottate un cane?