Il “Ponte dei sospiri” tra Scilla e Cariddi (e di che pasta è il Capitano)

La “Stretto di Messina s.p.a”, il baraccone mangiasoldi
Opinioni

di AMAR - Siccome siamo nel periodo dell’anno che santifica la grande vacanza e il divertimento scaccia pensieri (con l’ansia godereccia del post Covid, però mica tanto), mi sono messo a scrivere questa nota leggera, seguendo, come traccia, alcuni argomenti tratti dal il Venerdì di Repubblica del 31 luglio appena scorso. Scrive Filippo Ceccarelli: “In definitiva gli italiani hanno un ottimo rapporto con le bugie. Non solo le perdonano e le dimenticano, ma le apprezzano... gli italiani promuovono i bugiardi, li esaltano, li votano.” Qualche volta li trasformano in uomini di Stato del paese delle banane.

E allora eccola una di quelle bugie ricorrenti che certa politica, di tanto in tanto, ripropone al solito scopo di adescare, nella fattispecie, il consenso elettorale della vasta platea siculo - calabrese: Il ponte sullo stretto di Messina, tema ampiamente trattato nel settimanale appena citato. Tenendo conto che le promesse (soprattutto quelle dei cacciatori di voti) non sono altro che bugie in elegante abito da sera, ecco allora il “ponte dei sospiri”, ideato da menti sublimi per andare da Scilla a Cariddi e unire il tacco alla punta dello stivale. Nel tempo moderno, però remoto, è diventata una storia grottesca in quanto tale, e infingarda in quanto raccontata sapendo di mentire. E’ l’opera omnia del dire senza fare, del garantire senza mantenere, della fanfaluca istituzionalizzata.

Sotto il titolo Tienimi stretto, Paola Zanuttini sostiene “la demagogia dei politici, l’ombra delle mafie, il no degli ambientalisti, tutto è rimasto uguale”, significando che, tra le due sponde, la distanza di tre chilometri e cento metri è rimasta vuota. Come vuote erano le esternazioni di chi ha millantato, ad intervalli sapientemente ritmati, la costruzione dell’enorme viadotto, sempre a poco tempo data. Aggiunge Ceccarelli: “Nel 2003, sarebbero partiti gli espropri dei terreni sulle due sponde; il rituale della prima pietra era fissato nel maggio 2005; così come il completamento sarebbe giunto nell’anno di grazia 2010.” Una favola ben arzigogolata, ma uguale, per concretezza, a quella di Cappuccetto rosso. Intanto, al posto del cemento armato, si fascicolavano montagne di carta. Ancora Ceccarelli: “Sono stati prodotti relazioni, studi, cartine, grafici per 15.000 pagine ed un peso di 29 quintali, partoriti dall’irresistibile baraccone mangia soldi che è stata la società pubblica Stretto di Messina s.p.a”.

Su Il Venerdì, si ammira anche l’immagine gioiosa, ancora d’aspetto giovanile, di Silvio Berlusconi, allora Capo del Governo, quando andò alla trasmissione Porta a Porta (oppure Lecca, Lecca?) per presentare il suggestivo plastico della straordinaria “campata unica”, da aggiungere alle meraviglie del mondo. Ad oggi siamo ancora alla recita della commedia, anzi dell’avanspettacolo (Billi, Poselli, Riva, che risate!). Con la squadra dei ”pontefici” (così li chiama Ceccarelli), cioè i fans del ponte, che cresce di numero, mentre, lo diceva mio nonno per le opere interminabili, la cera si consuma e il morto non cammina. Questo ponte dovrebbe essere una entità mitica ed avere capacità soprannaturali, perchè più volte defunto e altrettante tornato in vita.

Berlusconi non è stato manco il primo ad usare l’arte della recitazione per magnificare l’opera. Prima di lui, Bettino Craxi immaginò “una città unica tra Reggio Calabria e Messina”. Più volte la realizzazione dell’immane viadotto è stata inserita tra le infrastrutture di massima priorità, con l’aggiunta di proposte nuove e bizzarre come il tunnel sottomarino. Conclude Ceccarelli: “La società Ponte di Messina (costata all’erario un pozzo di inutili risorse, n.d.a.) è stata posta in liquidazione, nella sua ex sede, sulla terrazza della stazione Termini, c’è oggi una vasta area ristoro con caffè, pizza, frittini e stuzzichini”. La testimonianza - mi sento di dire - che, spesso in Italia, persino le vicende strane finiscono a tarallucci e vino. Alleluia!

Adesso, come al solito, l’annesso sconnesso. Riguarda una dichiarazione del Capitano, il campione assoluto della allegra e poco responsabile politica di lotta e di governo. Ne parla nello stesso numero de il Venerdì, Diego Bianchi. Richiama un pensiero espresso dall’anzidetto Capitano, all’indomani dello scambio pugno - rivoltellata, che ci è scappato il morto. Lui ha affermato: “Altro che Far West, a Voghera si fa strada l’ipotesi della legittima difesa... Accidentalmente è partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero... Prima di condannare una persona per bene, aspettiamo la ricostruzione dei fatti. La difesa è sempre legittima.” I termini “purtroppo” e “cittadino” sono in omaggio. Diego Bianchi conclude: “Queste parole, a poche ore dall’omicidio di Younes El Boussettaoui, marocchino di 39 anni, ucciso da un colpo di pistola sparato dall’assessore leghista Massimo Adriatici, costituiscono ad oggi il picco della vergogna. La ricostruzione dell’accaduto... la giustapposizione del curriculum dell’omicida a quello della vittima... la teorizzazione della legittima difesa realizzata accidentalmente, sono passaggi indelebili di un atto osceno in luogo pubblico che, così sprezzante della decenza, non avevo visto ancora”. Su questo giudizio, nulla da eccepire e da aggiungere. Anche per quanto riguarda i governanti locali che vanno al bar, come nel saloon, con la pistola alla cintola e il colpo in canna. All’insegna della sacra difesa dei diritti individuali e della pace sociale. Gentile signor Capitano, l’Italia che verrà, sarà a mano armata?