Papa Francesco criticato dai tradizionalisti cattolici

Porporati e sacerdoti “nostalgici” negano gli universali valori dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso
Opinioni

di Bruno Di Pilla - Malgrado i nobili contenuti dell’enciclica “Fratelli tutti”, che tanti consensi ha riscosso in un mondo impaurito ed economicamente sconvolto dalla pandemia dilagante, Papa Francesco non gode delle simpatie dei tradizionalisti cattolici, legati alla Controriforma del cinquecentesco Concilio di Trento. Apertamente ostili alle provvidenziali metamorfosi cosmopolite del Concilio Vaticano II, i tridentini eredi del defunto Mons. Lefebvre criticano ogni forma di ecumenismo, che si ostinano a definire sincretismo religioso, ed imperterriti continuano ad auspicare un ritorno alle barriere divisorie che caratterizzavano, prima del 1962, i rapporti con i fratelli maggiori ebrei e le altre confessioni religiose, non escluse le stesse molteplici anime e varianti del cristianesimo.

Cardinali e sacerdoti “nostalgici” vorrebbero che la Messa venisse celebrata in latino, con esclusione delle lingue nazionali, non gradiscono le aperture ai divorziati (e tanto meno ad un crescente ruolo delle donne nella Chiesa), né l’uso di strumenti musicali alternativi all’organo durante le celebrazioni eucaristiche e neanche il conferimento ai fedeli laici dei ministeri straordinari. Figurarsi poi le loro reazioni quando si citano le innegabili virtù di Giovanni XXIII e Paolo VI, massimi artefici del Vaticano II, non a caso elevati agli onori degli altari da Papa Francesco. Eppure ancor oggi risuona “urbi et orbi” l’energico monito di Paolo VI, pronunciato l’8 dicembre 1965 e puntualmente ribadito dall’attuale Pontefice: “Per la Chiesa nessuno è da considerarsi estraneo, escluso o lontano”. Non è proprio questo lo spirito del Vangelo?