Francesco e gli attacchi dei tradizionalisti cattolici

Critiche che vanno nella direzione di una Chiesa poco ecumenica
Opinioni

di Bruno Di Pilla - In questi biblici tempi di vacche magre, con molti cuori induriti dalla paura dell’immigrato e con l’indifferenza che regna sovrana nella moderna società (come già Alberto Moravia, nella celebre opera “Gli indifferenti”, denunciava negli anni Trenta del Novecento), si moltiplicano gli attacchi ed i venefici strali polemici che vengono scagliati contro Papa Bergoglio dai sedicenti tradizionalisti cattolici, intransigenti e legati, con anacronistica fermezza, alla Controriforma del cinquecentesco Concilio di Trento. Costoro, apertamente nemici degli slanci cosmopoliti del Concilio Vaticano II, criticano ogni forma di ecumenismo, parlano a vanvera di sincretismo ed auspicano (udite, udite) un ritorno alle nefaste contrapposizioni ed alle inflessibili barriere divisorie che caratterizzavano, prima del 1963, i rapporti con i Fratelli Maggiori Ebrei, che hanno insegnato al mondo quale sia il nome dell’unico Dio, e con le altre Confessioni religiose, non escluse le stesse molteplici “anime” del Cristianesimo.

Sacerdoti e laici “tridentini”, in gran numero presenti anche a Perugia ed in Umbria, si augurano che la Messa, come in epoca medioevale e rinascimentale, venga celebrata solo in latino, con l’immediata abolizione dell’italiano e degli altri idiomi parlati nel mondo. Inoltre, non gradiscono le provvidenziali aperture ai Sacramenti per i divorziati, l’uso di chitarre e strumenti musicali da parte dei fedeli durante i riti nelle Chiese, né il conferimento ai laici dei Ministeri straordinari e neppure l’attività dei gruppi neocatecumenali e di altre congregazioni cattoliche, che tanti giovani accolgono nelle periferie urbane, in tal modo strappandoli alle perfide sirene della società edonista e secolarizzata. Non basta. I cosiddetti tradizionalisti storcono pure il naso quando si rammentano le virtù dei Pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI, massimi artefici del Vaticano II e non a caso elevati agli onori degli altari da Papa Francesco. Ecco perché Salvini e l’estrema destra si vantano di poter contare, nell’ostinato contrasto al fenomeno dell’immigrazione, sul sostegno di una non irrilevante schiera di alti prelati (ma anche sacerdoti e parroci) della Chiesa cattolica. A costoro è pressoché inutile ricordare il celebre monito di Paolo VI, pronunciato l’8 dicembre 1965 alla chiusura del Vaticano II: “Per la Chiesa di Gesù Cristo nessuno è estraneo, escluso o lontano”.