Il Natale, i valori, le tradizioni che la modernità ha modificato

Abbiamo bisogno dell’annuncio solenne di S. Francesco e del suo Presepio
Opinioni

Di Adriano Marinensi - Un tempo di Natale, ridotto a luminarie, vetrine scintillanti, pubblicità commerciale, mi immalinconisce. E’ il Natale senz’anima, né religiosa, né civile; il Natale degli “Auguri, Auguri!”, frettolosi per la strada, con tenui segni di sentimento. Durante le Festività di fine anno, quel terribile “forestiero” (la Televisione) - che, in tutte le case fa quotidiana violazione di domicilio e costringe la famiglia silente in poltrona - ha sepolto la tombola che invece riuniva tutti vocianti, dai nonni ai nipoti: 47, morto che parla! E noi fanciulli a recitare la “poesiola”: Buone feste e Buon Natale, fammi la mancia se ti pare. Io non voglio né oro, né argento, solo di poche lire mi contento. Ammoniti spesso così: Babbo Natale, ai bambini buoni porta tanti doni, agli altri, solo cenere e carbone. Un modo di dire agli uomini – fintanto essi sono innocenti – che la vita compensa chi si comporta bene e punisce i cattivi. Dopo, da grande, ti accorgi che la realtà è diverso testimone. Per esempio, premia in ricchezze i “signori della guerra” e i grandi spacciatori di droga, malvagi venditori di strumenti di morte. Del corpo e dello spirito.

Dinnanzi al Presepio, il simbolo millenario del Natale, si ritrovano un po’ tutti, con devozione oppure con il pensiero riverente, per quel senso di pace che esso diffonde. Con le immagini ed i canti. Non è raro ascoltare, le soavi note di “Astro del Ciel”, quasi una invocazione, che, senza dirtelo, sollecita alla concordia ed alla serenità. E’ un canto antico di almeno due secoli, intitolato, nella lingua d’origine, Stille nacht, perché composto in Austria. Poi, in Inghilterra, divenne Silent night, in Francia Douce nuit, in Spagna Noche de paz.

Tra i regali natalizi che ho ricevuto da fanciullo, conservo in memoria l’aeroplanino di latta. Caricato con la chiavetta, camminava mezzo metro in avanti, poi si rovesciava all’indietro con una curiosa capriola e ripeteva l’operazione finché aveva finito la “corda”. Oggi, se lo regali ad un nipote, ti sghignazza appresso. Oggi, se hai appena una decina d’anni, “pretendi” almeno un telefonino d’ultima generazione oppure un’altra delle diavolerie tecnologiche presenti sul mercato. Dicono sia il progresso ed al progresso occorre inchinarsi. Io, al progresso “sterile”, sicario d’ogni memoria, non m’inchino. Per esempio, col cellulare, ci telefono e basta. In tanti invece ci trasformano la fantasia in realtà. Però virtuale. Come gli amici trovati a casaccio, pigiando i pollici sulla tastiera, in un alienante andirivieni di messaggini. Nel “tempo delle mele”, trovi amici che non conosci e non hai neppure modo di incontrare. Mentre l’amicizia è sentimento che ha bisogno di dialogo, di stare insieme per parlare, per esprimere manifestazioni d’affetto, magari con intima riservatezza. Riservatezza cancellata dalla messa in rete dei “profili” a libro aperto.

Sono convinto che il nuovo per forza non riuscirà mai a cancellare la suggestione, la magia del Natale, il segno più alto dell’anelito di pace. Nel messaggio del Natale, l’Umbria ha una voce importante. Il Natale richiama il Presepio e il suo “inventore: S. Francesco d’Assisi, il fratello di tutti, dell’uomo e della natura, mendicante d’amore, modello esemplare di santità. Il Presepio, che da sette secoli affascina non soltanto il mondo della cristianità. Da quando, nel 1223, a Greccio - minuscolo paese di collina, divenuto, da allora, la nuova Betlemme - il Poverello regalò l’icona del miracolo, accompagnandolo con la voce del riscatto che bandisce le ingiustizie, la violenza, il sopruso. Scrive Alessandro Manzoni: In poveri panni, il Figliol compose e nell’umil Presepio soavemente il pose. E molti pittori umbri a rappresentare, con arte sublime, le scene della Natività, come la mirabile Adorazione dei Magi del Perugino esposta, nei giorni scorsi, all’omaggio dei milanesi, nel Palazzo Marino.

Greccio sta proprio sul confine tra l’Umbria e la Sabina, terra anch’essa ricca di testimonianze francescane, con gli altri tre Santuari di Poggio Bustone, La Foresta e Fonte Colombo. In Umbria, a parte i Presepi monumentali delle città storiche, tanti altri meriterebbero la citazione. E allora, solo per esempio, quelli che raccolgono l’ossequio della fede a Città della Pieve, a Penna in Teverina e nei Comuni dell’Amerino, a Montefranco, a Massa Martana. Oggi, come in passato, dell’annuncio solenne di Francesco, del Presepio, delle sue atmosfere si ha bisogno, perché vengano rimossi gli egoismi, le intolleranze, le crescenti forme di disagio economico e sociale.

In campagna, dove vissi fanciullo, il mese di dicembre “uccideva” il maiale. Anzi lo straziava di coltello. La povera bestia, con le sue carni saporite, diventava ospite gradito e onorato re della tavola. A proposito di costumanze, una ce n’era simpatica e bizzarra. Chi ha le rughe in fronte, ricorderà il calendarietto profumato e “arricchito” di immagini femminili un poco osé, disegnate con garbo, una per ogni mese. Lo porgeva il barbiere, insieme agli auguri, solitamente contraccambiati con “il resto, mancia”. Non esiste più neppure il mio silente Natale, avvolto nell’armonia delle ciaramelle, perché il frastuono delle città ha bandito la quiete. Anche gli zampognari erano una simpatica strenna natalizia.

Di sera, nel vasto focolare che tentava invano di scaldare l’ambiente domestico (“Gira sui ceppi accesi lo spiedo scoppiettando…”), si consumava il tronco d’ulivo benedetto che – mia nonna diceva - arde verde e secco. Per i più piccini in trepida attesa, Babbo Natale scendeva dal camino. Oggi, i camini, nell’edilizia grigia di cemento armato, sono diventati una rarità. Babbo Natale e la Befana non possono più passare dalla cappa e le porte sono quasi tutte blindate. Ha raccontato, in un libro di “quadri d’altri tempi”, il compianto Amico Sandro Boccini, che alcuni decenni orsono, nelle piccole comunità rurali, per far entrare chi aveva bussato, bastava dire “Avanti!”. Durante il giorno la porta era sempre aperta. Soltanto di notte, nella mia vecchia dimora, dietro l’uscio, si metteva la “stanga” di legno massello.

La civiltà ha portato l’emancipazione (direi un affrancamento) dalle tradizioni, compreso il “cerimoniale” natalizio. Negli “agglomerati urbani”, affollati di palazzi alti, alti, a differenza dei borghi antichi, vigono le frenesie e l’incognito sociale. Nelle odierne comunità cittadine, c’è bisogno di maggiore democrazia e solidarietà, di sensibilità e rispetto verso qualunque persona. Comunque, caro lettore, sia tu urbanizzato o periferico, cultore del passato o estimatore del tempo presente, giovane col cellulare o anziano col bastone: un fraterno BUON NATALE!