I morti in monopattino e il gioco delle “manette facili”

Entrambi i problemi necessitano di regole di sicurezza
Opinioni

di AMAR - Trattando gli aspetti positivi del passaggio dal motore termico a quello elettrico, scrissi, in un articolo del dicembre scorso, anche di qualche inconveniente connesso. Per esempio: “Siccome, nella circolazione tacita, sono entrati pure i monopattini (e le biciclette elettriche), occorrerà ragionare della loro ordinata presenza sulla strada, onde evirare situazioni di pericolo. Diversamente, tali mezzi alternativi finiranno per diventare dei vasi di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Il monopattino che fu il giocattolo sognato da noi fanciulli, si sta trasformando in un mezzo di locomozione. A chi lo usa (soprattutto ai giovani) va specificato che, nel movimento veicolare promiscuo, giocattolo non lo è più”.

Fin qui, la considerazione nella nota di alcuni mesi orsono, dalla quale emerge l’esigenza di fare opera di convincimento a maggiore disciplina e, nel contempo, formulare norme che regolino l’uso del monopattino elettrico. Occorrerà disporre, con nuove norme e la massima urgenza, di limiti di velocità, casco obbligatorio, assicurazione, dispositivi segnaletici, sosta selvaggia, visto il ripetersi di incidenti che hanno già causato alcuni morti e numerosi feriti. In agosto, a Firenze, un ventisettenne è stato travolto e ucciso da uno scooter, di notte, ad un incrocio; due giorni fa, a Sesto San Giovanni, questo l’accaduto: Morte in monopattino a 13 anni. Causa presunta, la velocità e la mancata protezione del capo che ha battuto sul marciapiede.

Il Sindaco di Firenze aveva emanato una ordinanza per obbligare i monopattinatori (neologismo) a mettersi il casco in testa: il TAR l’ha bocciata. In precedenza, una giovane mamma era finita sotto l’autobus a Genova e una donna travolta sul marciapiede a Milano. Dimostrano, insieme ad altri, il rischio che si corre muovendosi, con il monopattino, nel traffico, spesso contravvenendo alle dovute cautele, talvolta disinvoltamente. Non va ostacolato il boom di questi silenti dalle ruote minuscole, però il codice della strada dovrà tener conto della loro presenza. In modo adeguato e subito.

Ora una recente notizia positiva: Sta per essere varato un provvedimento di legge riguardante alcune procedure penali. Si tratta, tra l’altro, della permanenza in gabbia dell’imputato in Tribunale, dell’uso delle manette al momento dell’arresto e della traduzione nell’aula di giustizia. Occorrerà l’ordinanza del Giudice, motivata ed emessa dopo aver sentito le parti in causa. Una procedura nuova dunque stabilita per elementari ragioni di garanzia d’ogni diritto nel corso dell’inchiesta e per adempiere alla direttiva dell’Unione Europea sul rispetto della presunzione di innocenza sino alla condanna. Insomma, è il Giudice a disporre le opportune cautele soltanto se il soggetto sia pericoloso e la sua custodia richieda l’applicazione dei cosiddetti “schiavettoni”.

C’è voluto un po’ di tempo per ritrovare il senso di civiltà, essendo passati decenni dagli accadimenti clamorosi che riguardarono (sono soltanto due esempi, ma una infinità di altri è possibile fare) Enzo Tortota (Presentatore televisivo) ed Enzo Carra (Capo ufficio stampa della D. C.). Il popolare personaggio, mattatore del teleschermo, venne mostrato, al momento dell’arresto, tra due carabinieri, saldamente ammanettato, come fosse un minaccioso malfattore. Salvo poi, al termine di un contorto iter giudiziario e di una penosa detenzione, venir assolto da ogni accusa, perché riconosciuto estraneo ai fatti delittuosi per i quali lo avevano imputato.

Quanto ad Enzo Carra, la sua vicenda la inserirono nel grande spettacolo di Mani pulite, quando il “tintinnio delle manette” e la carcerazione preventiva erano utilizzate quali strumenti dell’inchiesta (Arnaldo Forlani disse che “anche la Gestapo faceva così”). Malgrado l’accusa fosse limitata a “false dichiarazioni rese nel corso dell’istruttoria”, toccò pure a Carra di essere esibito in diretta televisiva (al pari di Tortora), costretto in vincoli e saldamente mantenuto sotto braccio, da due vestiti uguali.

L’indignazione, per il provvedimento e la esagerata immagine, fu generale, ma la responsabilità non gravò su alcuno. Anni dopo, il “pericoloso” imputato è stato riabilitato “in ordine alla precedente condanna” dal Tribunale di Sorveglianza di Roma. Per entrambi, le loro mani considerate sporche da Mani pulite e private brutalmente della libertà di movimento, sono rimaste negli archivi della giustizia malandata: O, se preferite, giustizia d’assalto. Come l’altra dei baldanzosi pretorini, ai miei tempi giovanili. Ora le carte in tavola sono state sparigliate con un rafforzamento positivo delle norme esistenti, consentendo all’imputato (salvo casi giustificati) di comparire da cittadino libero al processo, nel rispetto della civile presunzione d’innocenza.

Concludo: A proposito del Ponte sullo Stretto di Messina, del quale ho raccontato di recente, leggo, con meraviglia, “l’opera fantasma è già costata al contribuente italiano un miliardo di euro. Adesso il Governo ha stanziato altri 40 milioni per uno studio che serve solo ad una nuova generazione di consulenti ed esperti ben remunerati”. Mi viene in mente Giacomo Leopardi: ‘O Patria mia, vedo le mura e gli archi e le colonne … ma la gloria non vedo! E manco il Ponte.