Autunno 1938: perdemmo la dignità con le “leggi razziali”

L’odio verso gli ebrei sconvolse i rapporti umani e sociali in Italia
Opinioni

di Adriano Marinensi - Era d’autunno, ottantatre anni fa, quando l’Italia venne trascinata nel gorgo della vergogna con l’entrata in vigore delle leggi razziali, anzi razziste. Un intero popolo, quello ebreo, che faceva parte del nostro Paese, che viveva da anni insieme a noi, nella stessa città, nel medesimo quartiere, fu radiato di colpo dalla società. Il regime ci rese complici di una azione ignominiosa: Gli ebrei esclusi dalle scuole (un no netto in tutta la filiera educativa), dagli uffici statali, da tanti luoghi di lavoro. Venne creata una umanità disperata, in molti costretti a fuggire per evitare peggiori pericoli. Pagò anche l’Italia quella scelleratezza con la perdita di preziose intelligenze e di professionisti di valore. Furono umiliati gli ebrei, ma non poco danno subì il nostro Paese.

Il significato di questo racconto è fare memoria viva, non cerimoniale. Particolarmente utile il richiamo nell’Italia di questi giorni che vede rigurgiti violenti di simile matrice ideologica. E’ la storia breve di una colonna infame. Più tardi, perdemmo la guerra: la dignità l’avevamo persa, accodandoci al sodale nazista, offendendo il minimo senso di rispetto umano con le discriminazioni che tanti lutti provocarono. Perché, un filo rosso ha legato la cancellazione dei diritti civili agli ebrei con il sacrificio successivo nei campi di sterminio. Alla sbarra vanno messi il fascismo e il suo capo, seguiti dal Monarca e, giù, giù, sino a coloro che i provvedimenti li scrissero.

Il Re Vittorio Emanuele III avrebbe potuto opporsi e non lo fece; avrebbe potuto smentire, astenendosi dalla firma dei decreti, la campagna di rancore antisemita, montata dal regime, e non lo fece. Gli mancò il coraggio, prevalse l’opportunismo. Al limite dell’ alto tradimento. Per quella colpa, per le precedenti (aver aperto le porte allo squadrismo), per le altre successive (aver condiviso le decisioni belliche), ha meritato la condanna decretata dagli italiani con il referendum del 2 giugno 1946. Durante il ventennio, aveva consentito al dittatore di aumentare il potere, mettendo in ombra l’autorità della monarchia, garante della morale politica e della legalità. Fuggì da Roma, dopo l’8 settembre 1943, per salvare la corona. Un comportamento in contrasto rispetto alla dimensione regale dei suoi avi. Ci fu da indignarsi in diverse occasioni, Maestà! Invece, pure il comando delle Forze armate finì di fatto in mano al duce. Il quale riuscì a portare dalla sua parte la maggioranza degli italiani, vestiti - nel corpo e nell’anima - in camicia nera.

Le principali leggi razziali contennero “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista” (non era italiana la scuola, invece fascista) e, subito dopo, “Provvedimenti nei confronti di ebrei stranieri”. Corredate di ordinanze e circolari, realizzarono l’abominio. Fu antisemitismo di stato, che rese possibile la mobilitazione di tutte le Istituzioni e di tanti cittadini. Un crimine contro l’umanità. Il regime ci aggiunse l’accusa di essere gli ebrei una setta di sabotatori dello sforzo bellico dell’Italia verso la vittoria. I decreti furono preceduti dal Manifesto della razza, firmato da 10 scienziati, ma predisposto - sta scritto nei diari di Galeazzo Ciano - dallo stesso Mussolini.

Insomma, una gabbia ferrea di rancore e paura per deliberare l’ostracismo politico, morale, culturale della razza ebraica, ritenuta flagello del mondo. Mutarono rapporti umani e sociali, consolidati persino sui banchi di scuola, si interruppero legami d’affetto; perché divenne, prima inopportuno, poi vietato intrattenere amicizie con l’ebreo. Fu il trionfo dell’intolleranza assurta ad ideologia, il passo decisivo verso le deportazioni di massa. Per esempio, il rastrellamento del Ghetto di Roma messo in atto dai nazisti il 16 ottobre 1943, quando furono arrestati oltre 1000 ebrei, intere famiglie, vecchi, donne e tanti bambini, inviati al famigerato campo di Auschwitz. Ne tornarono 16: nessun bambino.

Per facilitare la caccia da parte della Gestapo, si resero utili gli elenchi all’epoca redatti dalla polizia fascista e contenenti, con burocratica precisione, i nomi e gli indirizzi d’ogni nucleo familiare, d’origine ebraica, esistente a Roma. E altrettanto utili le delazioni, quando l’azione della aggressiva propaganda antisemitica creò il nemico della porta accanto. I sodali di Hitler misero in vigore addirittura una sorta di prezziario per i compensi agli spioni: Maschio adulto lire 5.000, donna lire 3.000, bambino lire 1.000. Un collaborazionismo al massimo della nefandezza.

Il giorno successivo alla pubblicazione del Manifesto della razza, il Papa Pio XI disse: “Oggi siamo venuti a sapere qualcosa di molto grave. Una vera apostasia”. E aggiunse: “Il genere umano è una sola universale razza di uomini. Non c’è posto per delle razze speciali”, specificando, “questo è il pensiero della Chiesa”. Il Cardinale Alfredo Schuster, Arcivescovo di Milano, parlò di “una specie di eresia … che rinnega ogni valore spirituale e costituisce un pericolo… è il cosiddetto razzismo”. Anche se le alte sfere ecclesiastiche avevano libertà di parola, occorreva andarci piano con i giudizi, in vigenza delle norme che, nel nostro Paese, proibivano tassativamente di “pubblicare commenti sulla questione della razza, divergenti dal senso del Governo nazionale”.

Concludo per ribadire l’esigenza di narrazioni aventi lo scopo di rinnovare il ricordo di azioni inumane, che oggi la morale e la politica democratica rifiutano. Da un lato dunque la damnatio memoriae per i responsabili di tanta viltà e dall’altro il dovere di non dimenticare le sofferenze inflitte ad un popolo sulla base di accuse costruite dalla ideologia (nazifascista) che è stata la causa delle macerie materiali e civili: il “raccolto” della semina di avversione e violenza.

Concludo con una considerazione di tema diverso. Un cittadino romano, alla vigilia del ballottaggio ha richiamato - con lettera a Il Messaggero - un problema strettamente legato alle consultazioni per gli Enti locali. Insieme al nome del Primo cittadino candidato, sarebbe importante conoscere anche coloro che andranno a formare il “governo” della città. Mi ha colpito la proposta, perché ritengo di averla ripetuta, nel passato, in una pluralità di articoli e di occasioni. Un mio “pallino”, si potrebbe dire, però un elemento di sostanza politica. Sono convinto che candidare insieme Sindaco e Giunta comunale, anche in assenza dell’obbligo di legge, elevi di molto la scelta democratica del voto. Cerco di spiegarmi con un esempio: Se i ternani, tre anni fa, avessero conosciuto lo spessore dell’attuale Esecutivo, di sicuro, migliaia di essi si sarebbero orientati diversamente. Vista la povertà dell’Amministrazione attuale, si spera lo facciano la prossima volta.