Qui si narra di “dura lex” non di giustizia

Un cittadino in trentennale attesa di giudizio
Opinioni

di AMAR - Un breve corsivetto per segnalare una notizia non di tutti i giorni (fortunatamente!). E’ fresca, fresca e dice: Il signor Calogero Mannino, detto Lillo, oggi ottantunenne, dopo un inferno lungo 31 anni (sic!), è stato assolto in via definitiva “per non aver commesso il fatto” a lui imputato. Dunque, innocente. Sbagliato il capo d’accusa (e chi sbaglia non paga): parola di Cassazione. Domanda: Ci volevano sei lustri per liberarlo dalla gogna? In verità, la Corte d’Appello di Palermo s’era già espressa per l’assoluzione, ma la Procura aveva proposto ricorso (tanto la procedura è onerosa soltanto per l’imputato).

Ora, per chi è nato durante l’ultimo decennio del secolo scorso, occorre disegnare un rapido profilo del cittadino Calogero, detto Lillo e una sintesi della questione da lui sostenuta adversum justitia. Il cittadino Calogero, detto Lillo, che si è autodefinito vittima di una azione persecutoria, è stato un autorevole pluriministro della Repubblica italiana (Mezzogiorno, Trasporti, Agricoltura, Marina Mercantile) e Deputato al Parlamento durante sei legislature in quanto scelto per sei volte dal popolo sovrano, mica nominato per concorso.

Ed eccola, nel 1994, la clamorosa accusa: Collusione con la mafia, voti in cambio di favori. All’inizio del 1995, lo arrestano e si fa 9 mesi di carcere e 13 di domiciliari che fanno quasi due anni di privazione della libertà (e l’art. 13 della Costituzione?). In prima istanza assolto, in Appello condannato, in Cassazione nuovamente assolto. Con una bizzarra annotazione nel dispositivo. Scrive la Suprema Corte: Nella sentenza di condanna di Mannino non c’è nulla. La sentenza torna ossessivamente sugli stessi concetti, ma non c’è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici, nulla che possa valere a sostanziare l’accusa.” Eureka, una censura palese. Fine atto primo.

Atto secondo. Arriva un’altra indagine a carico di Calogero, detto Lillo. Questa volta si va sul pesante, molto pesante: ha orchestrato lo scabroso affare del patteggiamento Stato – mafia e l’addebito riguarda la minaccia a corpo politico dello Stato. Per un ex Ministro, quasi la manzoniana “colonna infame”. Altri tre gradi di giudizio e altrettante discolpe, ultima quella recente per non aver commesso il fatto. Intanto sono passate all’anagrafe un paio di generazioni e l’imputato – innocente s’è fatto vecchio, avvilito nel fisico e nel morale.

Perché, trent’anni di arresti e processi, ci vuole una forza leonina per superarli indenne. Ci vuole d’essere capace di trasformare in luce il buio pesto. Anche se, alla fine, fai cappotto, vincendo la partita per 13 (assoluzioni) a 1 (condanna). Al pari suo, si trovano molti altri reclusi in attesa di giudizio oppure scagionati in Tribunale. E, per le pene subite, il risarcimento è dubbio. Quasi a dire, se ti abbiamo accusato ingiustamente, molta della colpa è tua. Dunque, rebus sic stantibus, come in tempo di guerra: Achtung, Achtung!