Gli errori giudiziari sono gli orrori del diritto

Hanno un alto costo economico e sociale
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di AMAR - La notizia sorprendente, a dir poco, sta in un titolo di prima pagina. Dice: “Errori giudiziari, rimborsi record”. L’incipit dell’articolo, firmato dalla collega Michela Allegri, è questo: “Le cifre sono da capogiro. Dal 1991 al 2019, in Italia, ci sono stati 28.893 errori giudiziari. E la spesa per lo Stato, tra risarcimenti e indennizzi, è altissima: oltre 28 milioni di euro l’anno. Significa che, nel nostro Paese - è specificato più avanti – 1025 persone ogni anno, sono state sottoposte a custodia cautelare pur essendo innocenti.”

Quando l’opinione pubblica (cioè, in democrazia, “il popolo sovrano”), sulla base di questi dati, è portata a giudicare la giustizia, significa che qualcosa così non va e la nobiltà della funzione è in pericolo. Insomma, una maschera indesiderata rischia di finire su uno dei poteri costituzionali che sono alla base dello Stato di diritto; perché i risarcimenti e gli indennizzi non possono ritenersi la sanatoria legale e morale di qualsiasi libertà violata. Guardando al passato più o meno remoto, anche l’Umbria è presente nella statistica, almeno con un paio di “inciampi” che hanno invaso la cronaca a caratteri di stampa cubitali.

Il 1° novembre del 2007, una studentessa inglese viene trovata uccisa in un appartamento, a Perugia. Un giovane italiano, studente anche lui, è ascoltato prima come persona informata dei fatti, poi in qualità di testimone, infine accusato del delitto e tratto in arresto. Per lui, appena poco più che ventenne, inizia il solito calvario dei tanti (troppi) imputati in attesa di giudizio. L’incriminazione è pesante: Omicidio volontario e violenza sessuale in associazione con altri. Si fa quattro lunghi anni di carcerazione preventiva, compresi sei mesi di isolamento.

In primo grado, nel 2009, lo condannano a 25 anni di reclusione (il movente del delitto “erotico sessuale violento”), al termine di un processo lungo e complesso che suscita vasta attenzione mediatica. Nel 2011, in Appello arriva l’assoluzione “per non aver commesso il fatto” e l’immediata scarcerazione. Intanto l’eco del “giallo di Perugia” ha valicato addirittura i confini nazionali e la faccenda assunto il solito contrasto tra innocentisti e colpevolisti. La Procura ricorre in Cassazione, articolando il castello accusatorio in un atto ponderoso. Ed ha successo: la Suprema Corte annulla la sentenza d’Appello e rinvia il giudizio all’Assise di Firenze.

Nuovo procedimento e verdetto ancora ribaltato: l’imputato è ritenuto “colpevole del reato ascritto” e ricondannato a 25 anni di carcere. Entra in campo di nuovo la Cassazione, questa volta, su ricorso della difesa ed è l’accusa a soccombere: l’imputato di omicidio (mica di furto nel pollaio!) viene definitivamente scagionato da ogni accusa “per non aver commesso il fatto”. E la ragazza morta? E gli anni trascorsi dal giovanotto dietro le sbarre? E le imputazioni reiterate e i numerosi processi in contrasto tra loro? E la diffamazione e le ingenti spese sostenute dall’innocente? Tutto è stato surreale come la trama di un romanzo poliziesco? Oppure, cos’altro?

L’altra storia giudiziaria è abbastanza recente e quindi non ha bisogno d’essere riassunta. Scoppiò come una bomba, buuum!, seminando sconcerto nell’opinione pubblica non soltanto locale. L’inchiesta su taluni fatti di turbativa d’asta era in corso da diversi mesi. Poi, all’improvviso, il provvedimento eclatante: il Sindaco di Terni arrestato per essersi macchiato di reati pesanti in correo con membri della Giunta comunale. Un vento di crisi travolse l’Amministrazione locale: dimissioni del Primo cittadino, il governo della città passato di mano, da sinistra a destra, nelle immediate elezioni. Un terremoto di alto grado nella scala sismica della politica. Anche, in tal caso, un clamoroso rimbombo in prima pagina. E – a parere di un Avvocato – “alterato il percorso cittadino, non soltanto politico”. Per gli imputati una serie di conseguenze negative d’immagine pure sul piano personale e professionale.

Quando la parola è passata dalla Procura al Tribunale, ecco il colpo di teatro: tutti gli imputati assolti perché “il fatto non sussiste”. Ovviamente, siamo al primo grado di giudizio, però il Tribunale avrà di sicuro basato la sentenza su un saldo fondamento giuridico se ha ritenuto di emettere una assoluzione piena. La speranza è che la vicenda non venga aggravata, nei contenuti e negli effetti, da un iter interminabile di rinvii, ricorsi e controricorsi.

Ora mi sia concesso di uscire dai confini regionali per fare un altro esempio tratto anch’esso dalla recente cronaca quotidiana. Nel mese di maggio del 2016, una ragazza di belle speranze professionali, la trovano appesa ad un albero, vicino casa. L’interrogativo che sorge spontaneo è: suicidio oppure omicidio? Per gli inquirenti prevale la seconda ipotesi. Ad essere incriminato è il fidanzato: dopo aver strangolato la donna, ha simulato l’autoimpiccagione. Reato gravissimo per il quale viene richiesto l’arresto. Ma, il GIP nega l’autorizzazione. La palla passa al Tribunale del Riesame, che, a metà ottobre, ha depositato la sentenza con la quale il presunto assassino viene scagionato in quanto “si ritiene che non vi siano gravi indizi di colpevolezza a carico dell’accusato”. Di più: “Si ritiene che la morte non sia stata cagionata da terzi”. Conclusione: anche qui un castello accusatorio - tenuto in piedi per 4 lunghi anni - che ha perso consistenza in sede collegiale.

Tutto quanto sopra, messo insieme agli oltre 38.000 errori (orrori?) indicati nell’articolo citato all’inizio, dovrebbe sollecitare una attenta e responsabile riflessione. Se non altro nel rispetto dei “Principi fondamentali” della Costituzione ove è sancito che “la libertà personale è inviolabile”. Così dev’essere in un vero Stato di diritto. E tenuto conto che, in Italia, tra gli uffici delle Procure e le aule dei Tribunali, il passo non è affatto breve.