Sandro Boccini, un pioniere illuminato

Moderno difensore della natura, delle tradizioni, della democrazia
Opinioni

di Adriano Marinensi - Sandro era un mio fraterno Amico. Abbiamo “battagliato” insieme su diversi fronti, sostenuti dal convincimento sincero di Filippo Micheli.

L’ho scritto un’altra volta, ma amo ripeterlo: correvamo come su un tandem, però chi guidava era lui. Sempre aperto alla collaborazione di tutti, lo ricordano in tanti come un precursore dei tempi. Lo ha ucciso, che aveva sessant’anni, la SLA, quella terribile malattia che ti consuma, sino a farti diventare un automa. Con Sandro si è mossa a compassione e gli ha risparmiato il calvario. Era il 1993. Amava il creato e rispettava il Creatore, si specchiava nel progresso, attento però alle cose semplici, vere, autentiche, ai sapori, ai profumi del passato. Credeva nella democrazia senza infingimenti, convinto della bontà dei valori e degli usi del vivere in campagna. Un libro in particolare rivela questo suo fideistico pensiero. Ha per titolo Abbecedario, dieci brevi racconti, tutti dedicati a quadri e personaggi tratti – come sta scritto in copertina – da “una fertile ondata di ricordi, all’insegna della nostalgia”. Leggendo Abbecedario, un paio di figure, tipiche della ruralità di una volta, mi hanno interessato.

Una è Olga, anima innocente, maestra nel cuocere il pane “secondo l’itinerario – scrive Boccini - appreso dalla nonna”. Pane, di sicuro, uguale a quello sfornato dalla nonna mia, che si manteneva gustoso per almeno un paio di settimane. Mentre l’uguale, ch’io compro dal fornaio vicino casa, è già “rifatto” e insipido al pomeriggio, sebbene cotto la mattina. Olga cominciava la “procedura”, la sera prima, impastando insieme la farina casareccia, il lievito naturale e l’acqua di fonte, nella “mattera” di legno. E, per fare un pane benedetto, “vi tracciava il segno della croce”. Durante la notte, il calore del camino, lasciato acceso, favoriva la opportuna lievitazione. Olga si alzava alla buon’ora, quando fuori era ancora buio. “Sopra una tavola, poggiata tra due sedie, di fronte al fuoco ravvivato – racconta Boccini – poneva un panno ruvidamente tessuto alla meglio”. Ci adagiava le forme in fila, che presto sarebbero diventate pagnotte. “Bianchi rabbrividivano i campi – prosegue la narrazione – quando rapida iniziava la delicata operazione dell’infornatura.”.  Poco prima, le fascine erano state accese per portare la temperatura alla giusta gradazione. La mano esperta di Olga doveva, di tanto in tanto “sbraciare” per consentire al calore di spargersi in modo uniforme. Ogni forma, “prelevata con leggerezza e maestria”, finiva allineata sul testo del forno. Appena un’ora ed eccolo il pane “croccante, profumato, magari con un po’ di cenere sul dorso e qualche lieve segnatura di fuoco”. Era pronto e fragrante, il re della mensa contadina, per accoppiarsi con il companatico, fornito soprattutto dal maiale morto di coltello, in prossimità delle feste di fine anno.

C’è nell’Abbecedario, un’altra figura tipica, e forse cancellata: il maestro intagliatore che sa trarre dal legno piccoli capolavori d’artigianato. Si chiamava Falilò. Viveva a Poggio Bustone, un minuscolo borgo della Valle Santa, dove – precisa Boccini – “il 4 ottobre 1209, S. Francesco, entrandovi, salutò i rustici paesani con il suo Buongiorno, brava gente”. Falilò era un creatore di sedie, ma anche “di caole, capestii, pilocche e grolle, pistasale, palette e scodelle, roba costruita a mano con il legno d’olivo, di faggio, di castagno, piante toste, che gli affidano i loro rami senza paura, perché conoscono – sostiene l’autore dell’Abbecedario - la sua lontana saggezza”. Falilò, quando aveva qualche anno in meno, “partiva insieme ad un somaro, carico di sedie, a sera inoltrata e, di buon mattino, arrivava ai mercati”. Uomo di grana grossa, però capace di arricchire abilmente le sue invenzioni, “egli scheggia, scorteccia, caletta, trafora – si legge nel libro - con strumenti che non feriscono il legno, nel solco di una usanza remota”. Per Sandro rappresentava uno degli ultimi resti preziosi di una umanità quasi persasi, tra rimembranze, rimpianti e qualche malinconia.     A merito dei i tanti “messaggi” e felici intuizioni, il mio fraterno amico Sandro ha lasciato una traccia nella cultura dell’Umbria, terra di pregio, prima etrusca, poi romana. Umbria mistica e Umbria guerriera, come l’ha definita don Ansano Fabbi, nel titolo di un numero speciale della rivista “Quaderni Umbri”, stampato a cura del Centro studi Vanoni. Questa regione ha un grande patrimonio da difendere e chi lo difende non è un cantastorie. Invece opera per valorizzare (e questo ha fatto Boccini), i centri storici, gli ambienti ricamati dalla natura, le architetture e le opere d’arte, le Abbazie, i castelli, le rocche. Oltre all’operosità degli uomini. Perché, tanta Umbria è così. In attesa che un po’ di campagna torni ad “arredare”, con la sua quiete, le nostre convulse città.