L’acqua bene primario e indispensabile da difendere

Una breve riflessione nella giornata mondiale del 22 marzo
Opinioni

di AMAR - Il collega Bruno Di Pilla ha fatto opportunamente suonare, da queste colonne, un serio campanello d’allarme riguardante i pericoli di una futura siccità in Umbria. Sorgenti, fiumi e laghi sono già vicini al livello di guardia (inferiore). Nel conto dei rilevanti danni economici del COVID 19 potrebbe entrare, come negatività suppletiva, la crisi idrica. Il calendario ci dice che l’inverno è appena trascorso. In verità, quale inverno? I metereologi informano che si è trattato di uno dei più miti dalla fine del XIX secolo, cioè da quando ci sono le osservazioni sul clima. L’industria moderna produce il tessuto non tessuto; la natura ci ha regalato un inverno non inverno.

Abbiamo avuto il biennio febbraio – marzo che ha fatto registrare temperature sopra la media e precipitazioni ben al di sotto: pioggia e soprattutto neve in scarsa quantità. E le piste da sci rese funzionanti da impianti artificiali che chissà se tutti offrono assolute garanzie ambientali. Valutato lo stato del tempo, le produzioni agricole sono esposte agli innaturali colpi di coda delle gelate; le zanzare sono già in agguato, per tormentare la prossima estate, prevista con temperature afose. Dunque, dopo le cosiddette bombe d’acqua piovana dell’autunno scorso, ci attendono bolle d’aria calda nel tempo del solleone.

Si tratta di fenomeni – è l’avviso dei climatologi – che trasferiscono il calore della terra all’atmosfera, alterando i livelli di normale circolazione. E’ mancata la neve, l’aspetto di maggiore preoccupazione. Infatti, mentre l’acqua della pioggia corre veloce dai monti verso il male, quella derivata dallo scioglimento delle nevi, penetrando lentamente nel terreno, ha il compito di alimentare le falde sotterranee. Meno neve quindi vuol dire meno ricarico e il mutato assetto ambientale sollecita una breve riflessione – ha ragione Di Pilla - sulla esigenza di un uso intelligente delle risorse idriche potabili.

Occupate dai drammatici bollettini di guerra al virus (mi è parso di tornare indietro di quasi tutta la mia vita, quando la guerra la facevano i cannoni), sulle pagine dei quotidiani nazionali è passata sotto silenzio la Giornata mondiale dell’acqua (proprio il 22 marzo). Da molto tempo ormai vige – seppure poco ascoltato – il richiamo ad evitare lo sperpero di un elemento di vita primario perché indispensabile, collocato in cima all’elenco dei beni naturali da preservare, con la massima attenzione. Sappiamo che l’acqua ricopre oltre il 70% della superficie terrestre e di essa soltanto il 2,5% è dolce e potabile; il resto riempie i mari e gli oceani, ma non si può bere. Sappiamo che i ghiacciai sono il grande deposito di acqua dolce e in grande quantità essa deriva dalle precipitazioni atmosferiche, soprattutto nevose. Ci è noto che esistono al mondo ancora milioni di persone le quali non hanno accesso all’acqua potabile.

Sono queste semplici notazioni ad orientarci verso comportamenti responsabili, di cultura civile. Comportamenti collettivi, riferibili, per esempio, alla rete di distribuzione, spesso colabrodo, e individuali riguardanti un regolato uso quotidiano. Due fattori strategici costruiti quanto meno, sulla logica dell’azzeramento degli sprechi. Non fosse altro, in quanto la dissipazione si risolve in un danno sotto forma di ridotte disponibilità per l’agricoltura e il mantenimento della catena alimentare. La attuale contingenza ci impone condizioni igieniche straordinarie, però la parsimonia si pone ugualmente come metodo perché, con gli inverni siccitosi, gli effetti negativi potrebbero essere pesanti. Discutendo con mio nipote, quand’era ancora ragazzo, di usi impropri dell’acqua potabile, gli dissi: Mentre ti lavi i denti. abituati a tenere chiuso il rubinetto. Il giorno prima eravamo stati a pulire l’auto dal lavamacchine che adopera lo “spazzolone” a spruzzo. Rispose mio nipote: L’acqua che io risparmio, in un anno, con lo spazzolino, lo “spazzolone” la consuma in un’ora. E già, pure costui impiega acqua potabile. E come lui, molti altri “operatori” a vario titolo. Non va bene.

Un dato ha fatto notizia: la temperatura registrata, a Mosca, durante il recente periodo di massimo freddo, non è mai scesa ai livelli del passato. I cambiamenti climatici rappresentano il fattore principale destinato a mutare gli equilibri ambientali e il limitato patrimonio di acqua potabile rischia di subirne gli effetti. L’inquinamento dell’atmosfera, gli incendi boschivi, l’innalzamento dei mari invasi da abnormi quantitativi di rifiuti (la plastica è una calamità) meritano l’attenzione di tutti gli uomini di buona volontà (e saggezza ecologica). Pure la giornata mondiale dell’acqua avrebbe potuto essere un momento di riflessione. E l’occasione per accrescere, nell’opinione pubblica in generale e nei singoli cittadini, la consapevolezza di un dovere fondamentale: la corretta visione del risparmio quotidiano dei beni di primaria necessità.

Una considerazione di tema diverso, contenuta comunque nell’ambito delle cause del coronavirus sopracitato, parte da un interrogativo: Perché è stato offeso così pesantemente il territorio tra Milano, Lodi, Bergamo e Brescia? La risposta che qualcuno si è data forse non è pertinente. Dice: A favorire la concentrazione epidemica potrebbe aver contribuito l’elevato inquinamento ambientale. Ipotesi probabilmente peregrina, ma un discorso lo ripropone e cioè quello dell’assalto, operato per anni, ai nostri luoghi di vita, invasi dalle attività umane poco rispettose verso la salute individuale e la sanità pubblica.

Abbiamo realizzato urbanizzazioni d’assalto, mescolando spesso industrie e palazzi, ciminiere e grattacieli (lo squallore abitativo dell’edilizia palazzinara). Ci siamo afflitti con sostanze malsane nell’aria che respiriamo, costretti a disinfettare l’acqua con il cloro, indotti ad alterare il suolo con i rifiuti, talvolta tossici e nocivi. Chissà che siffatta condizione di vita - di sicuro innaturale - non abbia generato patologie polmonari croniche e nascoste in un rilevante numero di persone. Aggrediti, in età avanzata e con ridotte difese immunitarie, da un nemico sconosciuto come l’untore della peste moderna, in tanti hanno perso la vita. L’idea sarà peregrina, però …