Le tombe disadorne e i sepolcri sontuosi

Novembre porta l’omaggio devoto ai cimiteri
Opinioni

di Adriano Marinensi - Quando Ugo Foscolo scrisse I Sepolcri, Napoleone Bonaparte aveva appena emanato un editto (Saint Cloud – 12 giugno 1804) che imponeva la sepoltura soltanto nei cimiteri e senza distinzione alcuna tra morti qualunque e morti illustri.

Quella dell’uguaglianza, in vita ed oltre la vita, è una idea fondante derivata dalla Rivoluzione francese. Non la prese bene il poeta di Zacinto, veneziano di adozione.  A suo dire, “i monumenti, inutili ai morti, giovano ai vivi perché destano affetti virtuosi, lasciati in eredità dalle persone dabbene; solo i malvagi, che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano”. Quindi – a parer suo - le rimembranze delle “persone dabbene” vanno celebrate a dovere per la sopravvivenza dei loro meriti terreni. Si riconosce ne I Sepolcri il mausoleo dei grandi che vissero lasciando tracce non comuni. Come dire, l’immortalità, conferita dalla monumentalità dei sacelli, non spetta a tutti, invece soltanto ai degni di ricordo.  Poi però, al di fuori di questa concezione aristocratica, all’inizio della sua famosa poesia, egli pone un interrogativo esistenziale che vale per buoni e cattivi, ricchi e poveri : “All’ombra dei cipressi e dentro l’urne confortate di pianto, è forse il sonno della morte men duro ?” Insomma, le onoranze, i simulacri, i marmi, le lacrime servono ad alleviare la tragicità del riposo eterno ? Di novembre, quando credenti e non credenti rinnovano la mesta tradizione delle visite al camposanto e le tombe si abbelliscono di fiori, le riflessioni ingombrano la mente sul grande mistero che da sempre pone l’uomo di fronte al suo essere di passaggio su questa terra. Vedi cappelle gentilizie e loculi semplici, senza fregio alcuno e il rovello nascosto nell’interrogativo foscoliano, si ripropone irrisolto. Alcuni anni fa sono entrato nel cimitero di Staglieno, a Genova, forse più per conoscenza che per devozione. Cimitero noto al mondo per la sua parte monumentale, fatta si di religione, di fede, ma anche di arte e di storia mescolate insieme, un uno straordinario museo dell’oltretomba. Foscolo vi riconoscerebbe di certo il suo senso estetico della sepoltura, riservata e distintiva delle vite di maggior valore. 

A Staglieno, il suffragio si traduce in espressioni grandiose, perché ogni tomba tramuta la prece, la pietas in opere scultoree giganti, di grande pregio scenografico, fors’anche con l’intento di destar meraviglia, di certo per magnificare il sepolcro, il sepolto e il suo lignaggio. Tutto è testimoniato con magnitudine, oserei dire, con effetti speciali, la rappresentazione mistica mischiata a iconografie quasi teatrali. Comunque, una visione d’assieme imponente, quasi fosse catartica, per i sepolti, purificatrice d’ogni colpa terrena.   C’è – solo per fare qualche esempio esplicativo – l’immagine eburnea dell’ultimo capezzale con sopra il defunto e i familiari attorno in atteggiamenti di profonda mestizia. C’è l’avello con la sposa che, per l’amato suo, ha voluto catturare un afflato di notorietà nel viatico e sta lì ginocchioni nel pio gesto di deporre una corona di mirto, segno di imperitura dedizione. Nei pressi la solenne effige dei coniugi inumati insieme e immortalati in un reciproco slancio di tenero idillio. E ancora la vedova affranta, il velo indossato come un cilicio, nell’atto di sollevare il sudario per l’ultimo sguardo. E’ celebrata ovunque la maestà degli angeli, palesi guardiani del riposo e del rispetto dovuto agli eccellenti; poi le grandi croci sovrastanti, le colonne, le architetture di pregio, i giganti di pietra dall’espressione tribolata e ingrigiti dal tempo, però ugualmente sublimi. Al centro, sopra una grande scalinata, la Chiesa del cimitero, parimenti degna di riconoscimento artistico. Infine, in un canto quasi nascosto e in dissidio con quanto attorno, i tumuli dei bambini, tanti bambini sotto la nuda terra, senza ornamento alcuno se non le loro foto che ti guardano e sembrano chiedere “perché la nostra vita, appena cominciata, è già finita Uscendo da quel sontuoso famedio, così dai nostri cimiteri, in questi giorni dedicati alla prece ed al rimpianto, di nuovo Foscolo con quel suo “All’ombra dei cipressi e dentro l’urne  confortate di pianto …” a riproporre l’ermetismo della vita e della morte, insieme al contrasto di identità e non solo, tra chi ha il tributo del  mausoleo e i tanti per i quali l’ultima dimora è fatta soltanto di una pietra ed una lapide. Pur se il destino è comune e non si può cambiare.