Allarme: il prodotto è nocivo, però te lo dicono dopo l’uso

È accaduto con il D.D.T, con il teflon ed altre volte ancora
Opinioni

Di Adriano Marinensi - Il fatto che voglio raccontare oggi è accaduto tempo addietro, però conserva ancora il suo significato ammonitore. Riguarda certe conquiste della scienza (chimica) che, dopo un uso prolungato, vengono “squalificate” perché ritenute nocive per la salute. Il “campione mondiale” fu il D.D.T., micidiale ammazza mosche e insetti vari. Si mostrò efficace nella lotta alla zanzara che provoca la malaria. Nel 1948, lo svizzero Paul Muller fu insignito del Premio Nobel “per la scoperta del D.D.T. come veleno da contatto contro molti artropodi”. Lo spruzzammo in giro negli ambienti domestici per quinquenni, poi gli americani cominciarono a dire che era tossico ed aveva un forte impatto sull’ambiente. E il prodotto - che in Italia, si chiamava flit - uscì dal commercio.

Se mi chiedete dove cucinava le uova mia nonna, vi rispondo che le cuoceva nel tegamino di coccio, posto, d’inverno, sopra la brace del camino sempre acceso, in quanto unica fonte di calore della casa. Correva il tempo durante il quale il fuoco a legna forniva anche i carboni per lo “scaldaletto”, un arnese di rame, con il coperchio tutto forato e il manico lungo per infilarlo sotto le coperte. Altrimenti duro sarebbe stato il coricarsi. Pure il paiolo, usato al fine quasi quotidiano di lessare i fagioli, era di coccio. Lunga la cottura, ma i sapori restavano genuini. Le uova “sapevano” di uova e i fagioli di fagioli. Poi, nel dopo mia nonna, arrivarono il pentolame di metallo ed il fornello elettrico. Sopra il gas non si fa in tempo a rompere l’uovo che è bello e fritto.

Però, c’era un però. Quel tipo di padelle di ferro aveva un difetto: gli alimenti si appiccicavano sul fondo. In vernacolo ternano, si diceva: Questa padella non ‘ardà. La solita chimica venne in soccorso della massaia, inventando una sostanza che, spalmata sul fondo del tegame al momento della fabbricazione, lo faceva diventare antiaderente, cancellando il rischio del sapore di “attaccaticcio”. Siffatta scoperta la battezzarono teflon. Ora, siccome è risaputo che il diavolo fa le pentole e non i coperchi, dopo un lasso di tempo non certo breve, l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente disse mai più il teflon in quanto inquina i cibi e nuoce alla salute. Come al solito, questa tesi ebbe i suoi sostenitori e gli interessati detrattori; mise comunque in serio imbarazzo le cuoche, alcune delle quali tornarono al tegame di coccio che, in tal modo, aveva consumato la sua vendetta.

Comunque, fosse il teflon nemico dell’uomo, il mondo non correrebbe troppo pericoli. Invece, con molti altri “aggressori”, dobbiamo fare i conti. Un esempio per avvicinare la realtà: a Terni, sappiamo per certo, che l’alto livello di polveri sottili (le famigerate PM10, PM 5, PM 2,5), presenti nell’atmosfera, mette a repentaglio i nostri polmoni, in combutta con una serie di “complici”, tutti indiziati del reato di tentato omicidio. Chiamati in correo con q uanti dovrebbero compiere atti (amministrativi) per rimpicciolire il problema e invece negligentemente lo ignorano. Visto il tanto tempo passato in ozio, i ripetuti allarmi suonati, la condizione oggettiva assai degradata, l’atto d’accusa – sempre a Terni - potrebbe configurarsi nell’attentato alla salute pubblica. Dato un colpo al cerchio, c’è da darne un altro alla botte. E la botte è riempita dalle diverse fonti inquinanti.

Esiste un grave problema, in Sicilia, diceva Benigni nel film Johnny Stecchino. La mafia? Macché, il traffico. Qui da noi c’è poca mafia e tanto traffico. I responsabili della caotica circolazione sono i governanti locali (compresi “quelli del cambiamento” oppure dell’incompetenza). Il cittadino “a scoppio” non possiamo dichiararlo innocente. Anzi colpevole a metà, in quanto gli va addebitato un uso spesso sconsiderato del mezzo a motore, che alimenta non poco la componente inutile. E’ proprio il traffico inutile che merita l’accusa di reiterazione del reato, in quanto nessuna presa di coscienza è riuscita a ridurre il fenomeno. Certo, il trasporto collettivo, a Terni, non brilla per efficienza e funzionalità, le industrie, in fatto di immissioni inquinanti e sonore, non si possono assolvere; va detto però che, se ciascun motorizzato superfluo, almeno un paio d’ore al giorno, lasciasse il volante in garage, la riduzione dell’inquinamento sarebbe di sicuro possibile.

L’ultimo capitolo qui trattato – come spesso accade - è d’altra natura. Lo introduco con una domanda: Chi è l’animale maggiormente amico dell’uomo? La risposta in coro, manco a dirlo: il cane! Sbagliato. Più del cane, fedele amico dell’uomo è il pollo. Si, il pollo. Basta dare una occhiata ai contenitori refrigerati al supermercato dove il pollastro offre se stesso in tutte le forme: petto, cosce, busto, intero oppure in quarti, pronto per essere arrostito alla brace. Lo si trova infilato, da parte (capito quale?) a parte, sui grandi spiedi delle rosticcerie, per soddisfare le esigenze del pronto in tavola. Oggi, l’uso della carne di pollo è universale e non sono pochi quelli che vengono fatti passare per ruspanti e invece sono cresciuti, attruppati l’un l’altro, sofferenti in piedi, dentro enormi gabbioni industriali: mangime sofisticato a volontà, bere solo quanto basta, dormire poco, antibiotici che non vi dico. Comunque, seppure in questa penosa condizione lui, il pollo, sopporta i patimenti per testimoniare l’amicizia all’uomo. Altro che il cane, trattato a croccantini sfiziosi e cappottino rosso appena l’aria si raffredda!

Nel lontano tempo andato, la vita del pollo era sostanzialmente diversa. Scorazzava nell’aia della casa colonica, dormiva nel comodo pollaio al riparo dalla famelica faina, mangiava il granturco fornito dal campo. Donava la vita, con una rapida tirata di collo, per lo più in occasioni particolari (la carne solo una volta la settimana). Chi aveva censo e poteva recarsi dal macellaio, i polli maschi li trovava esposti in vetrina, nudi e senza decoro alcuno. Un campare crudele era quello del cappone, al quale venivano dolorosamente sottratti gli attributi e ridotto in forzata astinenza per l’ingrasso. In un harem popolato di appetitose pennute, diventava il classico eunuco, in quel senso lì, nullafacente. Le femmine campavano più dei maschi, addette alla ovulazione, pur se talvolta, in tarda età, finivano in acqua bollente. Perché, come s’usa dire, gallina vecchia fa buon brodo.

Un torto marcio il pollo lo ha subito nel periodo dell’aviaria, la pericolosa epidemia che fece pure un bel po’ di morti. Della diffusione del virus, l’uomo incolpò il pollo e, per lunga pezza, bandì le sue carni dalla tavola. Di siffatta peste, il pollastro divenne l’untore. Così tanti sinceri “amici dell’uomo” furono oggetto di esecuzioni sommarie e numerose. I pochi rimasti in vita, si mostrarono malinconici e depressi per il disperante epilogo di una appassionata storia d’amore e di morte. Poi, per fortuna dell’animale – ripeto, per questi ed altri meriti, grande amico dell’uomo - c’è stato un forte ritorno di fiamma ed oggi, ruspante oppure no, il volatile domestico è tornato al centro della nostra “catena alimentare”. Grazie pollo!