La burocrazia al potere ostacola lo Stato di diritto

In Italia, 8.500 appalti su 10.000 programmati restano fermi
Opinioni

di Adriano Marinensi - Da qualche tempo - in nome del metodo usato per la ricostruzione del ponte di Genova - la parola più vituperata, durante i logorroici dibattiti televisivi, è burocrazia. Non si tratta di un malanno, è una iattura. Una forma mentale “strutturata” soprattutto nelle alte e medie sfere dell’apparato pubblico. Comprende anche la tecnica della lungaggine e del rinvio: non fare oggi ciò che potresti fare domani. Insomma, una mala pianta. E si realizza, in Italia, pure nelle tantissime opere pubbliche finanziate e ferme al palo oppure a metà strada. Infatti di tante strade, rimaste a metà strada, si parla. Altra eclatante testimonianza nazionale riguarda gli interventi per mettere in sicurezza il territorio, interessato da continui dissesti idrogeologici. Dice la Corte dei Conti, ci vorrebbero 23 miliardi di euro per tentare di realizzare quanto il burocrate tiene con il freno a mano tirato. L’eliminazione della sovra – burocrazia è anche tra gli otto punti programmatici presentati al recente Forum Ambrosetti di Cernobbio.

Ho letto su un giornale, solitamente informatore veritiero che – ancora in Italia – “8.500 appalti su 10.000 programmati, sono fermi perché mancano i progetti esecutivi, perché gli Enti coinvolti non si mettono d’accordo, oppure per sciatteria.” La stessa sciatteria che – a livello locale – ha fatto invecchiare la Rieti – Terni – Civitavecchia (è l’esempio più eclatante, e non posso fare a meno di citarlo all’infinito), l’arteria viaria ideata come volano di sviluppo per il centro dello stivale, alla metà degli anni ’60 del secolo passato. E, al presente, incompiuta ai due capolinea, in Sabina e sul Tirreno. Malgrado i quasi 40 anni di età, molto avanzata per una infrastruttura di tanta importanza. Se poi dovessimo osservare da vicino la realtà ternana, di casi altrettanto esemplari, relativi a lavori di lungo corso, ne troveremmo più di uno. Tutti rimasti “inesauriti” per sciatteria.

Dunque, la burocrazia, malattia cronica della quale soffre (e si giova) soprattutto l’apparato pubblico. Si potrebbe definire scuola di pensiero che insegna a mettere i bastoni fra le ruote per scopi di difesa del proprio potere. Il potere del burocrate, meccanismo decelerante della macchina statale, regionale e municipale. Talvolta esercitato addirittura con metodi scorretti, al limite della sopraffazione. Ritardare le procedure è un altro “mestiere” praticato dal burocrate: anch’esso procura spazi di potere; così come la farraginosità di molta normativa, bisognevole di circolari esplicative, non di rado più “sibilline” delle disposizioni stesse. Non di rado il “governante”, sia a livello centrale, ancor più locale, è improvvisato, non se ne intende e quindi deve affidarsi al burocrate di antico pelo che, marpione com’è, finisce per dettare lui i tempi e i modi dell’amministrare. Sono questi e molti altri gli “attrezzi del mestiere” in uso nelle “cattedrali”, grandi e piccole, della burocrazia: il barocchismo del lavoro amministrativo. Non quello vecchio delle “mezze maniche” indossate sulla giacca, invece l’altro di oggi che condiziona la politica, la vita civile ed economica. Magari con un linguaggio arcaico e contorto. Quasi criptato.

E’ un animale tentacolare il burocrate che condiziona, complica, tenta di ingarbugliare matasse dipanate. Qualche volta con l’obiettivo della conservazione. Scrivo con cognizione di causa per aver lavorato in una pubblica amministrazione (quella delle Dogane) strettamente coordinata ai ritmi incalzanti dell’industria e degli scambi commerciali. Ogni lungaggine rimossa. Una professione quindi antiburocratica per eccellenza. Invece, un fatterello, occorsomi in passato, in forte odore di burocrazia, lo voglio raccontare. Telegraficamente.

Ci fu una mia zia morta, lasciando in eredità un piccolo rateo di pensione non riscosso. Per passare alla cassa occorreva inserire la somma nella denuncia di successione e pagare il dovuto. Usando i termini dell’Ufficio incaricato di gestire la pratica (di qui in avanti denominato soltanto Ufficio incaricato), tra i quattro documenti richiesti, c’era anche “il certificato (in bollo) da rilasciarsi dall’Ufficio del Registro, attestante l’eseguita denunzia e il pagamento della imposta di successione.” Dichiarai per iscritto all’Ufficio incaricato e in maniera circostanziata, l’avvenuto adempimento del dovere tributario, invitandolo ad acquisire direttamente la comunicazione a norma della Legge 7.8.1990, n.241. Infatti, l’art.7 disponeva: Qualora l’interessato dichiari che fatti, stati e qualità sono attestati in documenti in possesso della stessa Amministrazione o di altra pubblica Amministrazione, il responsabile del procedimento provvede d’ufficio alla acquisizione dei documenti stessi.

Il legislatore aveva ritenuto di apportare una semplificazione procedurale a vantaggio del cittadino. Il burocrate era di opposto parere, invocando a sostegno una disposizione del suo regolamento interno. Feci notare l’incongruenza, in una lettera ad una Autorità superiore. La quale, forse condividendone il contenuto, la trasmise tal quale all’Ufficio incaricato. E l’Ufficio, nella replica ribadì al sottoscritto la sua testarda posizione: spettava a me presentare il documento richiesto. Mi permisi, scusandomene, di chiedere ancora l’attenzione dell’Autorità superiore sulla vicenda. In particolare, evidenziando l’impossibilità giuridica del prevalere di una norma regolamentare su una legge dello Stato, per di più emanata successivamente.

A tal punto l’Autorità superiore trasmise ancora qust’altro mio scritto all’Ufficio incaricato, accompagnato da una direttiva nella quale scrisse: “Si ritiene che le recenti disposizioni contenute nella L. 241/1889, abroghino le disposizioni precedenti con essa incompatibili.” Chiuse la vertenza l’ultima nota firmata dal Capo dell’Ufficio incaricato, indirizzata all’Autorità superiore. Faceva presente di aver disposto il pagamento del rateo in questione, seppure in presenza di documentazione formalmente carente. In quel “formalmente carente” sta il colpo di coda del burocrate: ho pagato perché sono stato costretto, ma non dovevo. L’esempio appena descritto è piccolo, piccolo, però testimonia che le velocizzazioni delle procedure, in taluni ambienti, sono considerate nemici da combattere senza quartiere. Pure a costo di fare pessime figure.

L’attuale Governo ha predisposto il D. L. 16.7.2020, n.76, contenente “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale.” Riusciranno i nostri eroi (burocrati) a snaturare pure quest’ultimo tentativo di snellimento dei farraginosi iter amministrativi?