L’AST, l’italica giustizia, il Vajont, i nuovi reticolati, i vecchi No green pass

Oggi facciamo cronaca con alcune notizie della settimana
Opinioni

di AMAR - Alcune note brevi per richiamare taluni accadimenti riferiti alla settimana scorsa. A Terni, importante occasione di confronto, promossa dal Consiglio regionale. Tema: Il futuro prossimo dell’A. S. T. nel passaggio di proprietà al Gruppo Arvedi. Presenti i massimi gradi delle Istituzioni regionali e locali, oltre alle Organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro. Si è ragionato del nuovo Piano industriale, dell’occupazione, fino al probabile ritorno del “magnetico”, la lavorazione dismessa dai tedeschi che, quasi, quasi, finì in sommossa.

Ma c’è una “spada di Damocle” ancora sospesa in testa: Il giudizio vincolante dell’Antitrust europeo, la stessa pietra d’inciampo che fece cadere l’acquisto da parte della finlandese Outokumpu. Quando l’impedimento sarà rimosso (guai seri se non lo fosse), di aspetti da affrontare ce ne saranno molti. Mancando un valido presidio di difesa di Terni in Parlamento, saranno Regione e Comune a giocarsi la reputazione politico - amministrativa, sul domani del cosiddetto meridione dell’Umbria (perché non resti meridione).

Nell’articolo di qualche giorno fa, ho cercato di evidenziare più d’uno dei problemi attuali. Ne vorrei aggiungere un altro di particolare urgenza: Il potenziamento della rete logistica e di trasporto che, per una azienda come l’AST, rappresenta fondamentale strumento di lavoro e contenimento dei costi di produzione. Per il completamento della superstrada Terni - Civitavecchia è rimasta appena una manciata di chilometri, pregiudiziali al fine di eliminare la “strozzatura” di Monteromano e sboccare sull’Aurelia. Ci sarebbe inoltre qualche cavalcavia sulla tratta Terni - Viterbo da rivedere. Considerato che molti manufatti dell’Acciaieria viaggiano su rotaia, un fattivo occhio di riguardo va rivolto alla rete ferroviaria in modo da attivare un più rapido e funzionale collegamento con il porto sul Tirreno. Livorno e Ancona vengono subito appresso.

Dalla dimensione locale a quella nazionale. Racconta il titolo di stampa: Smontata l’accusa al processo UBI Banca. Dopo la recente (settembre corrente anno) decisione assolutoria della Corte di Palermo sul presunto intrico Stato - mafia, eccone un’altra tal quale. Quando il castello accusatorio, che ha causato l’ennesima eclatante rivoluzione politico - finanziaria, con le macerie addosso agli imputati, finisce con l’ennesima più una assoluzione “perché il fatto non sussiste”, è giorno di liberazione per gli ingiustamente incolpati, ma l’ennesima caduta di credibilità per il potere giudiziario nel suo complesso. Che pone - è l’ennesima volta - la questione del potere e della responsabilità in una materia costituzionale di rilevante impatto morale e sociale. E riguarda la libertà (anche la dignità) delle persone che è sacra e inviolabile. Con l’Europa che continua a chiederci le necessarie riforme. Questa volta poste tra le condizioni per l’accesso al PNRR. Travisando l’adagio, se volere moneta, vedere cammello.

Ancora in Europa, onde segnalare l’aberrante richiesta di alcuni Paesi (non soltanto sovranisti): Pretendono il finanziamento da parte dell’U.E. allo scopo di costruire barriere fisiche quale misura, ritenuta efficace a bloccare l’accesso dei migranti dentro gli (inviolabili) confini dei padroni del Continente ariano. Vuol significare: Invece di perdere tempo appresso a discorsi sul dovere morale dell’accoglienza, meglio usare il cemento armato oppure i cavalli di frisia, molto utili in tempo di guerra contro il nemico invasore. Ogni valore, legato alla salvaguardia dei diritti umani, rimosso. Prima, dunque, gli europei. E prima pure gli italiani, così sostiene sacrosantamente (parola di Cetto Laqualunque) il nostro signor Capitano.

Tornando in Italia, non possiamo trascurare la ricorrenza di un tragico evento accaduto proprio nel mese di ottobre. Era il giorno 9 del 1963, quando la trabordante valanga d’acqua saltò al di là della diga del Vajont, spinta, come un sasso nello stagno, da mezzo monte Toc, franato nell’invaso. Rase al suolo Longarone, investi di striscio i borghi di Erto e Casso, appollaiati in alto sulla sponda sinistra, spazzò via diversi centri valligiani. Bilancio: quasi 2.000 morti, tra i quali alcune centinaia di bambini, l’ultimo nato 21 giorni prima. Il fango a fare da Cimitero. Meritano memoria perenne.

Quel disastro fu omicidio colposo plurimo, aggravato da interessi privati. La responsabilità si tentò di trasferire insieme al passaggio dell’impianto all’ENEL, conseguente la nazionalizzazione dell’energia elettrica, decretata nel 1962. Al processo, celebrato con il solito gioco delle perizie contrapposte e dello scarica barile, furono comminate un paio di condanne. Rimase in piedi, oltre alla diga dismessa, l’ipotesi di incriminare il destino cinico e baro. Non si potette procedere per irreperibilità dell’imputato.

A Roma, un paio di giorni orsono, per dare ulteriore fascino all’immagine della città tricolore (vedi l’epiteto Roma ladrona, poi il marciume di Roma capitale) soprannominata pure caput mundi, i soliti avversari del Green pass hanno mandato in scena la loro consueta gazzarra demenziale. Accessoriata dalle aggressioni alla sede della CGIL e del Pronto soccorso ospedaliero. Nell’occasione, con l’alto patrocinio dei mestatori professionisti di Forza Nuova. Ferma è stata, come è d’uso ipocrita, la condanna di tutte le componenti politiche. Compresa quella dei cugini di campagna (della predetta Forza Nuova), guidata dalla ineffabile Miss Giorgia M. Emme maiuscola, simile ma non uguale, all’altra che ebbi fanciullo sul petto, all’incrocio della striscia bianca, nella divisa da figlio della lupa. Mi raccomando: della lupa!