Le opere dell’uomo pesano più di quelle della natura

Il negativo traguardo mai raggiunto è stato superato
Opinioni

di Adriano Marinensi - Che l’uomo, negli ultimi decenni del suo soggiorno sulla terra, avesse strapazzato la natura (la scelleratezza maggiore l’uso dell’energia nucleare in guerra e in pace), mi era ben noto. Ora però, la recente rivelazione della scienza ha fatto, al pari della goccia, traboccare il vaso. Siamo forse arrivati proprio all’apertura del “vaso di Pandora”, contenitore di tanti mali. Sulla prestigiosa rivista Nature è stata pubblicata una notizia che può apparire bizzarra e invece ha senso e preoccupa. Dice: Nel 2020, per la prima volta nella storia del nostro Pianeta, la massa e quindi il peso dei materiali che abbiamo aggiunto a quelli del Creatore, ha superato “la biomassa vivente del mondo vegetale ed animale messi insieme.” Significa che, se mettessimo su un piatto della bilancia tutto il costruito dall’uomo, cioè palazzi, strade asfaltate e ferrate, insieme a tutto il “circolante”, gli aeroporti e gli aerei, le fabbriche grandi e d’altra dimensione (il resto lo tralascio) e sull’altro piatto le foreste, la vegetazione, gli animali e il vasto “bendidio”, si avrebbe uno squilibrio dalla parte dell’ “aggiunto da noi”. Il massimo del contro natura. E se la “palla” finisse sottosopra?

A pesare di più, ovviamente, il cemento armato, quello disarmato e quanto siamo andati sventolando come bandiera del progresso. Con le nostre diavolerie, abbiamo barattato il (falso) benessere in cambio dei principi e valori fondamentali dell’esistenza. Imputato principale alla sbarra è il cosiddetto “secolo breve”, il XX, autore di ogni possibile rivoluzionaria scoperta. E pure - lo scrivo per esempio - dell’urbanizzazione incontrollata e della densità demografica, portatrici di abnormi dimensioni (a)sociali, di violazioni libertarie, di isolamenti morali e solitudini. Allora, basta uno sguardo in giro per capire che un ettaro di costruito, alto, alto sino all’attico quasi astruso alla vista, ha peso specifico di gran lunga superiore ad uno spazio equivalente destinato a verde d’alto fusto. Se poi dilaga il malcostume della deforestazione, si rende palese l’assurdo sorpasso e l’attentato agli equilibri naturali di ogni specie, umana, animale e vegetale.

Dell’aggressione al paesaggio fa testo un altro esempio: la fabbricazione delle materie plastiche e la loro dispersione, soprattutto nei mari e negli oceani; dove oggi vanno alla deriva enormi “iceberg” che non sono di ghiaccio, ma di rifiuti urbani e industriali, di tipo artificiale e, quasi sempre, ridotti a dimensioni appena visibili, però agglomerati in superfici di grande spessore. Adesso, occorrerà combattere una battaglia difficile contro queste microplastiche che attentano alla esistenza delle specie ittiche ed alla salute delle persone che le mangiano. Una recente ricerca ha infatti ritrovato nella placenta di numerose donne analizzate, tracce di sostanze plastiche, un segnale di allarme rosso da tenere in debita considerazione. Chi sa far di conto rivela che, durante gli ultimi anni e ciascun anno, sono finiti alla deriva 8 milioni di tonnellate di scarti di origine plastica. Una vergogna destinata ad impattare pesantemente sul più importante ecosistema del mondo. Oltre ad entrare, in maniera anomala, nella catena alimentare.

E siccome siamo in argomento idrico, non vanno dimenticate le modifiche territoriali provocate -altra citazione ad esempio - dai grandi bacini realizzati sbarrando i corsi d’acqua con dighe gigantesche a fini di reperimento di energia, indispensabile per le molteplici esigenze produttive e civili. Il dissesto idrogeologico, provocato dal costruito d’ogni genere e dalla sottrazione di aree protette dalla vegetazione, è un altro dei temi ricorrenti nella teoria e purtroppo negletti nella pratica. Sappiamo per esperienza che quelle ferite non si cicatrizzano facilmente. Ulteriore strumento nocivo alla integrità ambientale sono stati i “cambi di destinazione” nelle pianificazioni urbane: hanno consentito le speculazioni edilizie e imprigionato l’uomo dentro le mura delle megalopoli. Non di rado, contribuendo all’imbarbarimento dei costumi e dei rapporti comunitari.

In talune parti del mondo, allo “squilibrio di peso” sopracitato (le “aggiunte” più grevi del creato) ha contribuito la pratica degli incendi boschivi usata per conquistare nuovi terreni da coltivare (leggi foresta Amazzonica), mentre è scientificamente dimostrato il ruolo strategico delle superfici forestali nel tenere alta la qualità dell’aria e quindi della vita. Gli alberi respirano per noi e sottraggono utilmente dall’atmosfera parte dell’anidride carbonica che proprio noi abbiamo immesso in dissennata quantità. Sino a provocare il deleterio effetto serra, causa prima dello scioglimento dei ghiacciai e del sovvertimento climatico.

Ora, una curiosità per concludere. Nell’epoca contemporanea del “secondo illuminismo”, del trionfo della tecnica, quindi della scienza palese, sopravvive il mercato delle (pseudo)scienze occulte. Con la complicità di talune emittenti televisive di bassa lega, un plotone di sensitivi, maghe magò, cartomanti, divinatori e simili (mio nonno li avrebbe chiamati “cacciammicchi”); quel plotone anacronistico continua nei suoi fasulli vaticini ad onta della normativa che prevede reati come la millanteria, la cialtroneria e la circonvenzione d’incapace. Va invece guardata con simpatia un’altra sussistenza legata ai rituali della buona ventura. Ed alla buona fede. La collega Valeria Arnaldi ha raccontato, la “ricca mappa dei luoghi italiani legati alla sorte”. Luoghi di fronte ai quali, per gioco e per scaramanzia, “si cerca d’incontrare la fortuna”. Nelle fontane: a Firenze (la Fontana del Porcellino) e a Roma (la Fontana di Trevi) dove - dice la canzone – se butti un soldino, costringi er destino a fatte tornà. A Firenze i desideri li esaudisce un cinghialetto di bronzo: pure a lui metti in bocca un soldino e costringi il destino a materializzare il pensiero.

A Fano (è sempre l’elenco redatto da Arnaldi) esiste altra Fontana della Fortuna, realizzata “con le fattezze di una giovane nuda”, pronta a sorriderti con dolcezza. A Gubbio, il presagio si cerca di renderlo favorevole facendo tre giri attorno alla Fontana del Bargello. Detta anche Fontana dei pazzi, perché, a Gubbio, si sa, le alienazioni hanno aspetti folcloristici. La collega aggiunge “tra le mete più frequentate dai cercatori di fortuna”, la città di Verona e la statua di Giulietta, la morosa di Romeo: basta “una strofinatina al seno per assicurarsi un amore forte”. Care giovani fanciulle, se agognate maritarvi entro un anno, andate a Ravenna e baciate sulla bocca la maschera mortuaria dell’apollineo condottiero Guidarello Guidarelli. In Abruzzo si trovano interessanti punti di riferimento (cabalistici) sia a l’Aquila, sia a Sulmona. E, a Napoli, c’è il Cimitero delle Fontanelle “dove si andava a chiedere protezione e fortuna”. Insomma, tutte forme legate alla tradizione che sanno di innocenza e simpatia. Diversamente dall’esoterismo ciurmatore.