I danni all’ambiente causati dalle guerre mondiali del XX secolo

L’impatto delle armi d’ogni genere è stato devastante
Opinioni

Di Adriano Marinensi - Nelle discussioni , talvolta accademiche, sul tema dei danni arrecati dall’uomo all’ambiente, non figurano quelli (esiziali) derivati dalle due guerre mondiali del secolo scorso. La seconda (1939 – 45) soprattutto. Nove anni di conflitti senza quartiere, in ogni angolo del Pianeta, hanno avuto un impatto sconvolgente e forse irreversibile, sugli equilibri naturali. Ai quali sono da aggiungere gli effetti dei numerosi esperimenti in atmosfera, serviti per riempire gli arsenali nucleari durante il periodo dell’altra guerra che ipocritamente abbiamo definita “fredda”. Tutto ciò senza alcuna bonifica effettuata per ricostruire le condizioni di vita.

In mare si sono affrontate flotte poderose, affondate centinaia di navi cariche di armamenti, di carburanti e chissà di cos’altro . Si sono inabissati migliaia di aerei, esplose bombe di profondità e siluri dirompenti; in terra, sparati proiettili da milioni di bocche di fuoco, bombardamenti con ordigni d’ogni tipo, distruzioni e aggressioni devastanti. Incendi che, messi insieme, al confronto, gli attuali in Amazzonia, appaiono semplici focolai. Tutto questo dies irae avrà sicuramente lasciato tracce che non si cancellano in un paio di generazioni. Chissà che qualche autorevole centro di ricerca faccia una indagine che ci dia notizia delle dimensioni del disastro ambientale provocato da quelle apocalissi di violenza.

Ancora in argomento ecologico: il “crescimontone” dei rifiuti sembra aver attivato processi di mutazione storica e genetica. Prendiamo ad esempio Roma, una volta caput mundi, oggi diventata caput rifiuti. Nel suo cielo hanno cominciato a volare stormi di gabbiani, che razzolano la “monnezza”. Il gabbiano, per sua natura uccello acquatico, dal piumaggio candido, planante sulle acque azzurre, ora è diventato un volgare volatile, senza più ritegno alcuno. Scorrazza nell’Urbe in mezzo ai turisti, ai monumenti e sovente entra in contrasto con gli abitatori della cloaca massima di antica fattura, in una metropoli inselvatichita dagli animali e dagli uomini. Il suo canto, sovente ascoltato con orecchio poetico sotto l’ombrellone, è diventato cacofonico sopra il Cupolone.

In passato, per indicare un lavoro inutile, si diceva “vai a scopare il mare”. Al presente, non così. Sarebbe invece un lodevole impegno e il risultato un enorme beneficio per l’umanità. Vai a spazzare l’isola di rifiuti formatasi tra la California e le Hawaii. Chi studia tali processi di accumulo sostiene sia vasta tre volte la Francia e consistente in 80.000 tonnellate di pattume, quasi tutta plastica non biodegradabile. Sono le correnti oceaniche artefici del “pasticciaccio brutto”. Formano un gigantesco mulinello che intrappola le mucillagini artificiali senza più possibilità di uscirne. Si stanno sperimentando “invenzioni” di vario tipo (qualcuna pure di fantasia) per affrontare l’emergenza. Ed anche recuperare il recuperabile, considerato che la “zuppa di plastica” è formata di polimeri diversi e di materiali scomposti. Poi - calcolata la quantità – il “pescato” dove lo metti? E come lo riutilizzi? E’ un problemone. Nel frattempo, le isole diventano sempre più grandi e numerose. Mentre i ghiacciai continuano a sciogliersi e il livello degli oceani ad alzarsi, mettendo in angoscia molte città litoranee. Trema soprattutto chi ha lo “stivale” a bagno.

Adesso parliamo d’altro. Anche al tempo del padre di mio nonno ed ancor prima, il pane si faceva con la farina di grano. Il grano si mieteva con la falce e il mestiere del falciatore era un signor mestiere. Non fu per caso che, ad inizio ‘900, sulla bandiera rossa comparve il simbolo della falce e martello: il contadino e l’ operaio, i motori della rivoluzione. Quindi, venne la trebbiatrice, ma la falce s’usava ancora per i lavori agricoli. Fino all’avvento della meccanizzazione totale in campagna. Che ha obliterato pure le tradizionali feste della trebbiatura sull’aia, al suono dell’organetto e del vinello generoso. Quando scopri che, da qualche parte d’Italia esiste ancora, viva e vegeta, una azienda che produce falci, la notizia ti induce a gioire. Esiste in Piemonte e perpetua, in termini moderni, una forma di archeologia artigianale, che merita d’essere preservata. L’azienda - esporta quasi per intero la sua produzione - è ubicata nello stesso fabbricato di tanti anni fa e sul frontale conserva la vecchia denominazione: “Fabbriche riunite FALCI”. Falci, falciole e falcette, dicono, ancora destinate ad un raccolto sano e silenzioso. Beh, per una civiltà del rumore che, in tavola, si nutre senza sapere cosa mangia, è un dovere augurare lunga vita alla “illustre mietitrice”.

Concludo andando sul serio molto serio. In un articolo recente, l’amico Giacomo Porrazzini, indimenticato e apprezzato ex Sindaco di Terni, ha affrontato il “fenomeno migratorio” in atto, analizzando, con attenzione, due componenti: quella conosciuta, dall’Africa verso l’Europa, e l’altra quasi celata, che interessa il nostro Paese, con pesanti risvolti sociali. Il secondo problema, lo ha scomposto in due parti: 1) i 100.000 giovani che, ogni anno, emigrano all’estero in cerca di occupazione; 2) i cittadini e le famiglie costretti - sostiene Porrazzini – “ad una migrazione obbligata, da un ceto sociale all’altro, verso il basso”, in conseguenza delle mutate condizioni economiche. Insomma, la perdita di energie intellettuali giovanili e le nuove povertà sono criticità entrambe da affrontare con urgenza, anche a livello locale. A Terni, come altrove. A Terni, dove l’offerta di lavoro è pressoché stagnante, il progetto politico – culturale di scarso profilo e sempre più numerosa la richiesta di soccorso da parte dei cittadini, italiani e stranieri, in stato di bisogno. E’ una condizione che accentua il malessere e la sfiducia. La testimonianza è data dalle crescenti percentuali di astensione nelle occasioni elettorali. Si crea così un forte disagio democratico.