Sono passati tre anni dal terremoto, da allora sui Sibillini il tempo si è fermato

Tutto procede a ritmi lentissimi e anche il prossimo inverno sarà per molti abitanti più freddo del previsto, per questo occorre invertire la marcia a discapito della troppa burocrazia
Norcia

di Francesco Castellini - Sono passati tre lunghi anni dalla prima forte scossa di terremoto che ha messo in ginocchio il centro Italia.
 Da allora sui Sibillini il tempo sembra essersi fermato.
 Dall’alba di quel 24 agosto 2016 qui tutto procede a ritmi lentissimi, mentre a grandi passi il quarto inverno si avvicina minacciando di congelare ancora una volta i tanti sogni e le vacue speranze di rinascita della tenace e coraggiosa gente del posto. Norcia, Castelluccio, Campi, San Pellegrino, da allora vagano senza meta in un vuoto cosmico. Satelliti senz’anima, dove si aggira persa un’umanità residuale, sconsolata, che rincorre fantasmi e promesse tradite, e dove molte case sono rimaste diroccate come allora. L’intera area del cratere è un posto piagato, dove anche quei pochi “fortunati” a cui sono state consegnate le casette d’emergenza, sono costretti a vivere nel disagio. La fotografia, che viene fuori dai dati diffusi dall’Ufficio speciale per la ricostruzione del Dipartimento della Protezione Civile, è impietosa. Chi abita nelle Sae si muove in spazi angusti, peraltro afflitti da svariati problemi, dalle muffe all’assenza degli allacci necessari per luce, gas e acqua.
  E non va meglio a quegli sfollati che vivono in bed and breakfast o hotel che hanno resistito alle scosse, oppure dislocati in varie strutture ricettive qua e là per l’Umbria. Un numero non certo altissimo ma significativo, soprattutto perché, come spiegano alcune associazioni di cittadini, “quelle condizioni di vita tolgono qualsiasi umanità”. In tutto sono oltre 50mila le persone che tra Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo tuttora fuori dalla propria abitazione. La maggior parte degli evacuati percepisce il Cas: il contributo di autonoma sistemazione.
  L’assegno erogato ai terremotati che hanno trovato soluzioni in affitto, che può arrivare anche a 900 euro a famiglia.
  La spesa per lo Stato è enorme: facendo i calcoli a ribasso, in tutto si parla di 7 milioni di euro al mese. L’alternativa è ovvia, secondo il commissario per la ricostruzione Piero Farabollini: «Riconsegnare presto le case a chi presenta richiesta di contributo per la ricostruzione». Già, come se fosse cosa facile! La verità è che il nodo che non si riesce a sciogliere è proprio questo. “A rallentare la ripartenza, così come la rimozione delle macerie, è la burocrazia”, sostengono in molti tra sindaci e cittadini, ancora in attesa di capire se riceveranno o meno un aiuto concreto per ricostruire. Si calcola che le richieste che dovranno ancora arrivare alle quattro Regioni colpite saranno in tutto 80mila, ma per ora solo 2.967 sono state accolte. Andando avanti a questi ritmi ci vorranno almeno 80 anni per vagliarle tutte.
  E se poi si prende atto che per ora solo il 4% degli edifici distrutti è stato rimesso in piedi, di questo passo si tornerà alla normalità non prima del 2041.
  “Non vi lasceremo soli”
Su tutto risuona ormai come una minaccia quel coro di “non vi lasceremo soli” che tutti si sono affrettati ad innalzare nel cielo polveroso fin da subito come un mantra. Lo disse per primo Matteo Renzi quando visitò Amatrice la mattina dopo la tragedia. Lo ripeté Paolo Gentiloni appena insediato, qualche mese dopo. Lo ribadì Giuseppe Conte, poco più di un anno fa, quando scelse le zone terremotate per la sua prima uscita pubblica da presidente del consiglio. Si tratta di una frase che, oggi, provoca solo rabbia e sconforto, e forse le parole giuste le ha trovate Papa Francesco lo scorso giugno, quando andò in visita a Camerino: «Questo non sia il terremoto delle promesse».
  Fin qui, in effetti, di chiacchiere ne sono state fatte tante, ma di opere concrete se ne sono viste davvero poche. E così, mentre in tutto il cratere cresce il consumo di ansiolitici (+72% rispetto a prima del sisma), il tempo continua a scorrere lento senza che nulla accada. A tentare di dare un’accelerazione ci ha pensato la Corte dei Conti, che a fronte di tale sfacelo ha deciso di agire e di volerci vedere chiaro, per cercare di capire a chi addebitare i gravi ritardi, ma anche per tentare di far luce su gravi “mancanze”, da quella relativa alla totale assenza di una previsione sismica, peraltro basata su mappe inadeguate, alla omessa adozione del Piano di ricostruzione, fino al fallito conferimento degli incarichi tecnici. Il vero problema, comunque, riguarda l’uso intelligente ed oculato dei fondi. Dicono tutti che i soldi ci sono. In ogni “decreto terremoto” vengono fatte “aggiunte”, elencate novità sostanziali, ma nonostante questo la ricostruzione continua a non partire. Tutti guardano al nuovo Governo appena varato, ma anche qui, quell’eco di un ennesimo “non vi lasceremo soli” non sembra far presagire nulla di buono e di fattivo. Non ci crede più nessuno.              Legambiente, da tre anni, insieme a Cgil Fillea promotrice dell’Osservatorio Sisma, sottolinea il rimpallo di responsabilità a livello istituzionale. Stefano Ciafani punta il dito dritto contro la politica. «È necessario - dice il presidente dell’associazione ambientalista - che il nuovo esecutivo metta subito in agenda l’accelerazione di una ricostruzione di qualità, innovativa, trasparente, rispettosa del territorio e del lavoro». Ad oggi, denuncia poi l’Osservatorio Sisma, non esiste un monitoraggio complessivo della ricostruzione né della raccolta e gestione delle macerie. Ogni Regione, infatti, elabora i dati a modo proprio, che poi vengono aggregati dall’Ufficio speciale nazionale, ma spesso utilizzando “metodi di analisi diversi”.
“Il rischio - è il timore dei terremotati resilienti - è quello dello spopolamento dell’Appennino centrale”. “Senza una visione di futuro, è probabile che fra due o tre decenni le case saranno di nuovo in piedi ma sarà troppo tardi, a fronte di una inesorabile desertificazione sociale”. E intanto già ne risente l’intero tessuto economico. Parla per tutti un’imprenditrice, Cristina, che è voluta restare qui per continuare a portare avanti il lavoro iniziato da suo padre, la Fratelli Sensi Marmi di Norcia. Una prova di forza e di coraggio, nella speranza che presto si possa tornare a lavorare e vivere. “Ma qui da ottobre 2016 non si vede più nessuno” è il suo sfogo. “E pensare - dice - che questa montagna, soprattutto nelle stagioni turistiche, è visitata da migliaia e migliaia di turisti. Ci sentiamo lasciati a noi stessi, abbandonati. E pensare che noi siamo artigiani, lavoriamo nel settore edilizio, e qui ci sarebbe tanto da fare.
  Ma è tutto fermo. Tutto è rimasto impastoiato nella burocrazia. Le macerie private non tutte sono state tolte. Non si sa bene dove portarle, chi deve pagare i trasporti. Siamo vittime di una normativa complessa e farraginosa. A cui si aggiungono controlli esasperati. Tanti sono andati via. È necessario un cambio di marcia. Adesso o mai più».
   Insomma la ferita è ancora aperta e in gioco non c’è più solo la storia di un paese, ma anche il rischio di veder perdere in questo crepe la propria identità. C’è anche chi una casetta l’ha già ricevuta, ma non può utilizzarla. È il caso dei lavoratori e dei contadini di Castelluccio di Norcia. “Qui sono arrivate 8 soluzioni abitative - spiega al fattoquotidiano.it Urbano Testa, presidente di un comitato civico -. Inaugurate in pompa magna a giugno, sono ancora prive di allacci”. Così, nonostante i ritmi stressanti e le ore nei campi che sembrano infinite, sono tutti costretti a fare gli eterni pendolari, e i più fortunati a tornare a Norcia per la notte. Il poco che è risorto dopo il terremoto è frutto dell’iniziativa privata, come un container, chiamato “zona Cesarina”, che, racconta Urbano, «è l’unico punto di aggregazione». Ma le realtà nel cratere sismico si assomigliano un po’ tutte. Gente che continua ad fuggire, con la morte nel cuore. Non c’è nemmeno un’area camper, ripetono in tanti, né un luogo di ritrovo, niente. Passata la fioritura, passata la festa. Dappertutto solo pietre e mura crepate. Ma ciò che fa più male è il tessuto sociale, letteralmente strappato.
Tre anni sono troppi anche per gente di montagna abituata a sudarsi la vita.
Ma quel che è peggio è quel sentirsi beffati. Perché sì, tutti dicono che ci sono le condizioni per ricominciare, ma più il tempo passa e più si è lasciati soli, e così viene meno la forza, la voglia di riprendere in mano il proprio destino.
    (Pubblicato su Umbria Settegiorni)