Allarme: il mondo è appesantito da un eccesso di razza umana

Siamo già a 7 miliardi, nel 2050 a popolare il pianeta saranno 9,8 miliardi di individui
Mondo

di Francesco Castellini - Il mondo è afflitto da un grave e preoccupante problema. Un cancro che si chiama sovrappopolazione. Una patologia grave che se non affrontata e presa in tempo rischia di farlo implodere e “affondare”.
  Un tema trascurato, perfino più urgente e inquietante di tutti gli altri mali che tormentano il pianeta, per questo è tempo di ribadire a chiari note che la Terra è letteralmente “appesantita” da un eccesso di razza umana.
  Basti dire che nel 1500 il mondo era popolato da “soli” 500 milioni di persone, e che sono occorsi centinaia di migliaia di anni per superare la soglia del primo miliardo di abitanti del pianeta.
 Poi poco più di un secolo per raggiungere il secondo miliardo.
 Ma si badi bene, i salti dal quinto al sesto e dal sesto al settimo hanno richiesto appena dodici anni.
 E stiamo crescendo in maniera esponenziale. Tanto che nel 2050 si calcola che a popolare il pianeta saranno 9,8 miliardi di individui, gran parte dei quali concentrati nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo e nelle grandi megalopoli urbane.
  Il quadro che si prospetta è fatto di contrasti e chiaroscuri esagerati. Da una parte ci sono le nazioni “organizzate”, che peraltro sono quelle che fanno meno figli di tutte, dall’altra si agita incontrollata sulla crosta terrestre un’orda di persone che prolifica e si moltiplica in maniera esponenziale, che è poi quella più affamata e assetata del pianeta. Già oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive in condizioni disagiatissime, al limite delle possibilità di sopravvivenza. Un fenomeno tristissimo, di dimensioni planetarie e che è destinato ad aggravarsi ancora negli anni a venire.
  Perché se è vero che da parte delle organizzazioni mondiali non mancano gli appelli, nessuno ancora oggi è in grado di fare qualcosa per sollevare quei popoli da un simile catastrofico “destino”.
  Che fare? Va da sé che è una questione politica e culturale. Sì, perché se fino a ieri a fare da calmiere fungevano i cosiddetti regolatori naturali che facevano leva sulla selezione che consentiva la vita al più adatto; oggi, nell’era della scienza e della tecnologia avanzata, questi equilibratori sono del tutto mutati, e si chiamano inquinamento, carestie, morte da sottonutrizione, guerre nucleari.
 C’è di che avere paura!
  E nei fatti si sono rivelate inutili tutte le discutibili politiche di pianificazione familiare, le sterilizzazioni di massa che hanno provocato solo mutilazioni e ulteriori orrori. Non a caso Pannella, che a questi temi ha dedicato gran parte del suo impegno politico - parlando di un “rientro dolce” - ha sempre puntato ad un calo della popolazione attraverso la riduzione volontaria della natalità, contrastando le politiche demografiche autoritarie, perché “violano le libertà individuali e sono anche meno efficaci di mezzi come l’istruzione, l’emancipazione femminile, l’informazione sessuale, la pianificazione familiare attraverso la contraccezione, la riduzione della mortalità infantile”.
  Il problema è dunque “ quello di far capire a tutti i ceti sociali, anche ai più poveri e incolti, che mettere al mondo troppi figli è una follia: innanzitutto per gli stessi discendenti – condannati ad una vita di stenti – e poi per la società, che non è in grado di assicurare condizioni di vita accettabili. Un compito che spetta da un lato ai governi dei singoli paesi, alla Fao, ma anche alle grandi religioni. E dunque come non essere d’accorco con la ministra per la Cooperazione del governo danese, Ulla Tornaes, che in una conferenza a Londra, ha parlato delle misure per la riduzione della natalità come di “una priorità della politica estera e di sicurezza”. Per questo anche il governo italiano - visto che il nostro paese è quello che paga il più alto prezzo al dramma dei migranti - dovrebbe far sentire la propria voce su questo tema, che condiziona pesantemente il futuro dell’Africa e di tutti i paesi europei.
   (Articolo pubblicato su Umbria Settegiorni - settembre 2019)