Silvia Romano vittima delle Organizzazioni non governative

Il bersaglio su cui indirizzare la nostra rabbia sono queste evanescenti Ong che raccolgono denaro con la scusa di un fine nobile
L’opinione

di Alberto Laganà - Per nascondere la verità molti mezzi d'informazione hanno affermato che l'opinione pubblica ce l'aveva con Silvia Romano, la cooperante recentemente liberata dagli aguzzini islamisti. Niente di più falso perchè la ragazza è vittima di una sorta di giungla costituita da cosiddette organizzazioni governative che agiscono senza regole e mandano allo sbaraglio decine di giovani... e non dimentichiamoci di Regeni che lavorava per una Ong inglese ed è stato ucciso in Egitto.

La Romano ha avuto un comportamento eroico dovendo affrontare fanatici assetati di sangue che non hanno in nessun conto la vita delle persone. Il bersaglio su cui indirizzare la nostra rabbia sono queste evanescenti organizzazioni (lei stessa ha dichiarato di essere stata mandata allo sbaraglio) che raccolgono denaro per un fine che a molti pare nobile ed è invece un modo come un altro per carpire la buona fede della gente.

Non per niente in questo periodo di coronavirus sono stati raccolti decine di milioni di donazioni finiti in mille rivoli senza un vero controllo di come sono stati utilizzati, se sono stati utilizzzati.

Un esempio illuminante sono i soldi raccolti recentemente per i terremotati e che sono spariti.

Il governo deve far luce su queste associazioni, a dir poco opache, che mandano in luoghi pericolosi giovani che hanno il desiderio di aiutare il prossimo e restano vittime di situazioni aberranti.


Ora lo Stato può chiedere i danni alla Ong di Silvia Romano

di Gabriele Laganà

La liberazione di Silvia Romano è certamente una bella notizia non solo per i suoi familiari ma per tutti gli italiani ma ora, dopo la gioia, inevitabilmente crescono le domande in merito al suo sequestro.
Come racconta La Stampa, l'associazione Onlus marchigiana Africa Milele, per conto della quale la giovane prestava volontariato nel villaggio di Chakama in Kenya, è finita nel mirino della Procura di Roma e del ministero degli Esteri. Ci sono due aspetti che si vorrebbe chiarire. Innanzitutto ci si chiede se ci sarà qualcuno che dovrà rispondere per i soldi spesi dallo Stato per la liberazione della 25enne milanese. E poi la domanda non meno importante: il sequestro si poteva evitare?

Riguardo il primo punto, la Farnesina potrebbe chiedere all'Ong i danni economici in sede civile. Questa possibilità sarebbe legata non al riscatto, che il governo nega di aver versato mentre fonti dell' intelligence somala parlano di 1,5 milioni più altre "spese" per le informazioni, quanto per i costi sostenuti per i viaggi dei nostri 007 e degli inquirenti.

La possibilità di un risarcimento, da parte della Ong, potrebbe essere reale. In base all' articolo 19 bis della legge 43 del 2015, a proposito "dell'incolumità dei cittadini italiani che intraprendono viaggi in Paesi stranieri, resta fermo che le conseguenze dei viaggi ricadono nell' esclusivo responsabilità individuale di chi assume le decisione di intraprendere o di organizzare i viaggi stessi". In questa vicenda bisogna valutare il ruolo della giovane che non era dipendente ma una volontaria dell'onlus di Fano.

Poi c'è l'indagine penale. Il pool antiterrorismo guidato dal pm Sergio Colaiocco è al lavoro per verificare se alla cooperante erano state garantite condizioni di sicurezza dalla Onlus. Vi è un precedente. La Procura di Roma, oggi diretta da Michele Prestipino, era già riuscita a inchiodare alle proprie responsabilità i vertici della Bonatti spa di Parma, società da anni nel settore oil and gas con cantieri in varie zone del mondo, dopo il sequestro nel 2015 di quattro tecnici in Libia. Due lavoratori, purtroppo, poi persero la vita in un conflitto a fuoco.

Al processo di primo grado erano state condannate quattro persone. ll giudice Tomaselli, accogliendo le richieste del pm Sergio Colaiocco per il quale il rapimento dei quattro tecnici si sarebbe potuto evitare se la società avesse attuato le misure di sicurezza previste per chi lavora in quell'area, al termine di un processo con rito abbreviato aveva condannato a 1 anno e dieci mesi Paolo Ghirelli, presidente della Bonatti e i componenti del cda, Dino Martinazzoli e Paolo Cardano. Per tutti la pena è sospesa. Rinviato a giudizio, invece, l'altro amministratore Giovanni Di Vicenzo che ha scelto il rito ordinario. Per Dennis Morson, responsabile nel paese nordafricano della Bonatti, via libera al patteggiamento sempre a un anno e 10 mesi di reclusione (pena sospesa). Alla società era stata comminata una sanzione di 150mila euro.

Va sottolineato che tra questa vicenda e quella di Silvia Romano ci sono differenze. Nel caso dei lavoratori si trattava di una società con dipendenti mentre nella circostanza della 25enne figura un'associazione di volontariato. Gli inquirenti, però, vano avanti per accertare se la ragazza operasse in condizioni di sicurezza o meno.

La presidente della Onlus Africa Milele, Lilian Sora, ha assicurato che la ragazza lavorava in un contesto di sicurezza. "Ci tengo a precisare che Chakama non era zona rossa e che Silvia non è stata mai lasciata sola. È partita dall' Italia il 5 novembre con due volontari. Ad aspettarli inoltre c'era il mio compagno, che è il referente in Kenya dei progetti e della sicurezza, e un altro addetto alla sicurezza, entrambi Masai", ha affermato la presidente dell’associazione di volontariato. Quest’ultima ha aggiunto che i due volontari partiti con Silvia dovevano rientrare il 19 novembre e lei doveva andare con loro a Malindi per accogliere i nuovi che però hanno ritardato di due giorni perché avevano trovato un volo più economico. "Così Silvia- ha aggiunto- per caso è rimasta sola a Chakama. Il 20 è stata rapita". Inoltre, è stato spiegato la Ong per Silvia non aveva ancora stipulato l'assicurazione che copre da infortuni e malattia "perché non c'era stato il tempo materiale" per compiere questa operazione.

Il pm Sergio Colaiocco attende risposte dalle autorità somale dopo l'invio di una rogatoria internazionale. Sembra che un qualcosa nel Paese africano si stia muovendo. Dopo l’apertura di una indagine sula vicenda del sequestro Romano, Sulaymaan Maxamed Maxmuud, giudice federale della Corte Suprema e procuratore generale della Repubblica federale della Somalia, ha chiesto ufficialmente "supporto all' Italia per le indagini e nello sviluppo della azione penale contro i sequestratori".