10 maggio 1933: al rogo finirono le idee e la libertà

I nazisti, appena giunti al potere, bruciarono sulle piazze i libri come nemici
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di Adriano Marinensi - Era presto, l’altro giorno, per rincasare ed allora mi sono seduto su una panchina dei giardini pubblici di Terni, per dare una fugace occhiata al giornale. “Scusi, signore – così mi son sentito dire da una ragazza che passava di li – posso regalarle un libro?” Me lo ha porto, incartato e legato con un filo di spago e con molto garbo. “Grazie, si” – le ho risposto, un po’ meravigliato. Poi, ho aperto il plico e, insieme al volume, ho trovato un volantino edito dal “Jonas Club” dell’ARCI.

Stava scritto: “Se passeggi per Terni, tieni gli occhi bene aperti. Troverai dei libri impacchettati, in posti nei quali abitualmente non li troveresti. Non sono libri dimenticati, anzi sono messi li per ricordare”. Per non dimenticare che “il 10 maggio 1933, nell’Opernplatz di Berlino, i nazisti fecero un grande rogo di libri sgraditi al regime. Un atto simbolico di annientamento delle culture non sottomesse alla loro ideologia”. La chiamarono, con una delle cacofoniche definizioni linguistiche, bucherverbrennungen (più armonioso, in italiano, “rogo di libri”).

Evidentemente – mi sono detto – dietro questa iniziativa alquanto singolare, ci saranno dei giovani in netta dissonanza con quei predecessori, altrettanto giovani (universitari, mica sprovveduti) che in Germania, oltre 80 anni orsono, misero in scena la tragedia del pensiero e della cultura europea; offesero il pluralismo delle idee, la libertà di opinione, la tradizione democratica. Accadde in molte piazze di città tedesche, quando il caporale Adolf Hitler aveva appena conquistato il potere, per dare inizio alla sua opera di distruzione delle coscienze e della dignità. Costruendo tanti uomini del disonore che a tanti altri tolsero la vita.

Proprio i valori della civiltà - insieme alle parole scritte sulle pagine di 25.000 libri - furono mandati al rogo come le streghe e gli eretici durante il Medioevo. L’Associazione degli studenti germanici, orchestrata dalla nomenclatura nazista, recitò il primo atto dell’amaro dramma, bruciando i testi di autori “contrari allo spirito tedesco”. E il perfido Joseph Goebbels dichiarò in pubblico che quei falò erano “una buona operazione, per eliminare, con le fiamme, lo spirito maligno del passato”. Anche per “dire no alla decadenza ed alla corruzione morale”, secondo il suo credo, contenute nella concezione libertaria dei popoli occidentali. Quel giorno di maggio ebbe inizio, nella Germania della croce uncinata, la distruttiva opera della censura di stato. Persino Ernest Hemingway fu giudicato autore di “influenze straniere corrotte”. In rimembranza dell’evento, ci sono oggi, in alcune città tedesche, dei “memoriali”, in forma di lapide o di monumento, perché – lo ha scritto Heine Heinrich – “dove arde il libro, in fin si abbrucia l’uomo”.

L’uomo minacciato insieme al suo sapere, all’intelligenza critica, alla elaborazione intellettuale. Poi, dopo i libri “uccisi” con le fiamme (alla Goebbels), vennero le nefandezze di una schiatta di criminali, cresciuti nel segno dell’odio e dell’orgia del potere. Segno dell’odio fu – lo scrivoper esempio - pure la “notte dei cristalli” (10 novembre 1938), quando la furia antisemita si abbatté contro le sinagoghe, i luoghi di riunione, le abitazioni e soprattutto i negozi degli ebrei tedeschi. C’erano già state, nel 1935, le leggi razziali di Norimberga e ci sarà, negli anni successivi, la identificazione degli stessi ebrei (dal 1 settembre 1941) con la stella di David al braccio. Per arrivare alla “soluzione finale”, pianificata dalle S.S. di Heinrich Himmler, nei campi di sterminio.

Il nazismo era arrivato alla guida della Germania all’inizio del 1933, conquistando la maggioranza in Parlamento. A favorirne l’ascesa, il peso, in termini di povertà, della guerra perduta, l’inflazione selvaggia del 1922 – 23, la caduta verticale del valore del marco. Hitler aveva tentato di imporsi con il “putsch della birreria”, a Monaco, nel 1923; gli era andata male e lo avevano arrestato. Il fallimento parve porre fine all’avventura delle “camicie brune”. I nove mesi di carcere gli servirono per scrivere il Mein Kampf, quella sorta di “vangelo apocrifo” che usò per teorizzare il progetto politico e ideologico del nazismo. La sua nomina a Cancelliere del Reich pose fine alla Repubblica di Weimar (1918 – 1933) e gli aprì la strada verso il comando assoluto e dispotico.

Quando il rogo dei libri, scritti dagli “infedeli”, ebbe luogo sulle pubbliche piazze, il regime era neonato, però mostrò subito con quale pasta lo avevano concepito. Ogni dissidenza doveva essere rimossa, sulla base di divieti, che seppure ancora non codificati, venivano fatti rispettare attraverso atti intimidatori. Fu anche quello del 10 maggio 1933, a Berlino, uno dei primi momenti della esaltazione simbologia inneggiante al predominio della razza germanica, che poi si espresse attraverso le riunioni oceaniche e le parate militari. Sopra un palcoscenico identico all’altro di matrice fascista. Che parimenti oppose rifiuto ad ogni opinione diversa, ogni pensiero difforme da quello unico, tradotto in regime politico. Negata, con rigore, la cultura del dissenso, che, in Italia, costò a molti il confino e l’esilio e, in Germania, il campo di concentramento.

La storia ha posto il marchio dell’infamia sopra il Mein Kampf e le dottrine da esso prodotte. E l’episodio, raccontato all’inizio, dei libri sparsi per le strade di Terni, nel giorno della memoria dedicata ai roghi del 1933, spero testimoni il rifiuto, ormai definitivo, della stragrande maggioranza dei giovani d’oggi, verso avventure antidemocratiche. Sono proprio loro che, proponendo simili e semplici iniziative, ci invitano a non dimenticare. Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo che il silenzio condanni all’oblio una sequela infinita di scelleratezze e un enorme cimitero di croci.