Se le roccaforti (di sinistra) cadono, la resa è vicina

L’Umbria potrebbe essere uno dei prossimi esempi
Italia

di Adriano Marinensi - Le recenti elezioni amministrative, in Italia, hanno avvertito i partiti del centrosinistra che, quando, per un esercito in battaglia, cominciano a cadere le roccheforti, una qua, una là, lungo la linea del fronte, potrebbe voler dire che la guerra è quasi persa. Vale pure per i conflitti politici, soprattutto quando l’avversario, covando in seno persino velleitarie nostalgie, non mostra sufficienti garanzie di rispetto costituzionale e di giustizia sociale.

Se democraticamente, realtà urbane, ad economia industriale, da sempre governate dalle forze di sinistra – due esempi bastano: Pistoia e Sesto S. Giovanni – passano al “nemico”, potrebbe voler dire che, a livello nazionale, per la premiata ditta Renzi and company (l’Armata Brancaleone?), il fallimento è dietro l’angolo. Episodi analoghi sono in Liguria, Toscana, Emilia Romagna. E in Umbria? Perugia è già caduta e ci sono le condizioni perché, alla prossima occasione, Terni subisca il secondo deragliamento della sua storia amministrativa postbellica. Così, per l’ex regione rossa, il paradigma della sconfitta sarà completato. A Terni, la vecchia classe dirigente si presenta ancora frenata da organigrammi mentali obsoleti, propri di nomenclature aculturali, appartenenti al passato remoto. Il tempo della sinistra storica, dei discorsi di scuola partitica, della “dittatura” degli slogans e delle parole d’ordine, è tramontato. Ed anche del consenso garantito dall’ideologia.

Il partito attualmente di maggiore responsabilità, il P.D., chiuso nel suo romitorio, è diventato attore non protagonista, privo com’è di una proposta leggibile e partecipata a livello popolare. Soprattutto capace di ridare passione ai giovani, oggi emarginati, con poche speranze occupazionali, i migliori costretti a costruire altrove il proprio futuro. C’è anche l’esigenza di progetti immediatamente esecutivi, in grado di dare soluzione ad una pletora di annosi problemi, testimoni di non poca trasandatezza amministrativa e scarsa capacità d’azione. La classe politica e la rappresentanza di governo locale (la minoranza, fatta salva qualche rara eccezione, va considerata non pervenuta, capace solo di inseguire rumorosamente la marginalità) debbono ritrovare le coordinate che orientano verso un cammino collegato alla volontà ed agli interessi dei cittadini. Per recuperare anche la crescente disaffezione verso le urne che riduce il valore della democrazia. In questo momento, quella dell’astenzione credo debba essere considerata la “questione pregiudiziale” che può dequalificare il nostro sistema di libertà, di cultura civile, di convivenza solidale. E se la metà degli aventi diritto non vota, la strada del progresso si fa stretta.

Tornando con lo sguardo agli accadimenti generali, il voto ha sottolineato il ritorno della destra - compresa quella xenofoba e populista - al centro dell’attenzione. E’ certo che il successo abbia rilanciato le espressioni più attardate della conservazione e del bempensantismo retrivo, scarsamente dotato di valori sociali. Ho citato, poc’anzi, Sesto S. Giovanni, ma il richiamo formulato da Marco Da Milano su L’Espresso, ci ricorda pure Todi, con l’ingresso in Consiglio comunale di un rappresentante di Casa Pound.

Il successo ha ringalluzzito persino la stagionata “prima cresta” del pollaio. Dicono i maligni che l’ex Cavaliere, per le “galline” non serva più; lui sostiene che, almeno per la politica, è ancora l’ago della bilancia. Comunque sia, pare stia tornando in scena, dopo aver bazzicato gli ambienti dietro le quinte e rivendica, a destra, la posizione di capo bastone. Purtroppo, il nuovo, è un Silvio alquanto soffuso, di stampo salottiero che – lo scrivo perché sia chiaro – a me non piace. Nel dopoguerra della mia govinezza, per esprimere dissenso verso fatti o aspetti innovatori, s’usava dire ironicamente: “Aridatece er puzzone”. Io ribadisco, seriamente, “aridatece” il Silvio di prima. Si è vero, gli anni cominciano a pesargli addosso, però alcune delle sue peculiari caratteristiche, nella odierna veste, le ha perdute. Certo, oltre alle primavere, gli gravano sulla credibilità, i Governi presieduti senza lasciare tracce rilevanti nei libri di storia patria. Ma questo, seppure sia un peccato capitale, ormai ha ricevuto il pietoso perdono di quanti non hanno memoria.

Rimpiango e vorrei riavere il Silvio delle Olgettine a libro paga, delle cene eleganti con le fanciulle vestite da infermiere e sotto il camice niente, del bunga bunga, dello stalliere mafioso, della nipote di Mubarak, dell’igienista dentale, delle leggi ad personam; il Silvio godereccio della esagerata villa in Sardegna con il lettone di Putin, arricchita dal vulcano (finto, come i capelli sotto la bandana). E ancora quello del contratto televisivo con gli italiani, puntualmente disatteso, delle interviste impossibili, del “che faccio, me ne vado?”, dei sodali di specchiate virtù, come Emilio (fido) e Lele Mora, dei processi per evasione fiscale e corruzione in atti giudiziari. Insomma, affermo, anzi rivendico a voce clamante: “Aridatece quel Silvio lì!”.

Ora riprendo la strada della serietà, per concudere con la telegrafica segnalazione di una notizia che, per l’Umbria, è di enorme rilevanza. Le statistiche deigiorni scorsi ci informano che “il numero dei visitatori, affascinati dai piccoli borghi italiani, è in aumento”. Nel 2015, ultimo dato disponibile, 3 milioni di turisti hanno scelto il soggiorno in un piccolo borgo. E siccome, nella nostra regione, i minuscoli centri di grande valore culturale, storico, artistico, sono assai diffusi e parimenti suggestivi, sarà il caso di attivarsi per “riscuotere” una fetta dei flussi di reddito lasciati in giro dai 3 milioni di forestieri. Non vi pare?