Erano 962 gli “affacciati” alla Loggia P2

L’elenco comprendeva uomini di potere d’ogni appartenenza
Italia

di Adriano Marinensi - Questa storia (pessima storia) comincia proprio durante le scorse settimane del 1981. Ci sono due Magistrati – si chiamano Colombo e Turone - che stanno indagando sugli aspetti oscuri del “caso Sindona”. Michele Sindona è un banchiere siciliano (nato a Patti, nel 1920) che odorava di mafia lontano un miglio. All’inizio della sua carriera di finanziere d’assalto ha aiutato parecchi “commendatur” meneghini ad imboscare “palanche” nei paradisi fiscali. Poi miracolosamente si è comprato un Istituto di credito, la Banca Privata Italiana, finita presto sull’orlo del dissesto.

Per le debite procedure fallimentari, la Banca d’Italia nomina un Commissario liquidatore, l’avv. Giorgio Ambrosoli. Il quale scopre numerose “anomalie” di bilancio e movimenti di denaro sporco dei capimafia Gambino, Bontade, Inzirillo e Spatola. Mette tutto nero su bianco in una dettagliata relazione piena zeppa di contestazioni aventi valenza penale. Non fa in tempo a presentarla perché l’11 luglio 1979, lo eliminano con 4 colpi di pistola. Il mandante dell’omicidio, manco a dirlo, è Michele Sindona. Minacciato da questa ed altre accuse, finge un rapimento e, per renderlo credibile, si fa sparare ad una gamba. Lo arrestano negli USA, estradato in Italia, si becca una condanna all’ergastolo. In carcere, a Voghera, il 22 maggio 1986, gli offrono un caffè corretto (al cianuro) e così finisce la sua mirabolante esistenza. Avvolta dalle ombre lunghe di un misterioso occaso, che Carducci avrebbe definito “pieno di voli”. Voli di corvi neri.

Ma, torniamo ai due Magistrati impegnati a dipanare la intricata matassa del crac Sindona. Uno dei fili porta verso una villa che si trova ad Arezzo e ad una azienda di Castiglion Fibocchi, in Toscana. E li entra in scena un altro personaggio, che, a chiamarlo un pezzo grosso vuol dire fargli torto, in quanto è ancora più grosso. Si tratta di Licio Gelli, Maestro Venerabile (nientemeno!) di una loggia massonica denominata P 2 (Propaganda 2), agguerrito centro di potere, quasi una cosca, configgente con quello dello Stato. Mira chiaramente a manovrare le Istituzioni italiane e ad intervenire nella vita civile del Paese. Durante le perquisizioni, salta fuori un elenco di affiliati alla loggia, destinato a scatenare un sisma politico che neppure la scala Richter sarebbe riuscito a classificare.

Ufficialmente, sono 962 i “tesserati”, quasi tanti, quante le “giubbe rosse” di Garibaldi, però arruolati per scopi molto meno patriottici. Gelli dirà, in una intervista, di averne reclutati 2400. Ci sono dentro 2 Ministri e 5 Sottosegretari in carica, una quarantina di Deputati, un esercito di alti gradi delle varie Armi (43 Generali, 8 Ammiragli, un cielo pieno, pieno di “stellette” di appena minore splendore). Ci sono qualche “tutore” della legge (18), forze dell’ordine (208), uomini politici generici (67), funzionari pubblici (52, nessun usciere!), imprenditori (18), giornalisti (27), diplomatici (9), dirigenti RAI (10). Quindi, una consorteria, simile ad una piovra, con tanti carichi da undici, scelti nel mazzo per giocare una partita sporca e far vincere il Venerabile Maestro, comodamente assiso sopra un frondoso albero della cuccagna. Con la scoperta di quell’elenco, finirono prestigiose carriere, pur se non pochi rimasero al loro posto o nei dintorni.

La P 2 ebbe il (dis)onore d’essere accusata d’una sfilza di correità. Dallo scandalo del Banco Ambrosiano, al golpe Borghese, al rapimento di Aldo Moro, alla strategia della tensione, alla morte di Calvi, alla strage di Bologna, sino a tangentopoli. Quando scoppiò il ciclone giudiziario e mediatico, il Venerabile fuggì in Svizzera dove lo arrestarono (1982); tempo un anno, riuscì ad evadere rifugiandosi in Sud America: vi godeva ottime amicizie con i caporioni del tempo dei “desaparecidos”. Poi, nel 1987, si costituì di nuovo in Svizzera. Estradato in Italia, ottenne la libertà provvisoria per motivi di salute. Un documento, sequestrato nel 1982, descrive gli scopi della P 2: uno, per esempio, la trasformazione del sistema italiano attraverso il controllo dei principali mezzi di informazione. Manovre “avvolgenti” furono messe in atto dal “triunvirato” Gelli – Ortolani – Calvi per l’acquisizione del Corriere della Sera, con la partecipazione dello IOR e dell’Editrice Rizzoli. Volevano metterlo a capofila di una catena di testate, sotto la “coppola” mafiosa della P2.

Il 1981 è anche l’anno di una svolta politica storica: dopo la lunga serie di Governi D.C., a Palazzo Chigi, entra Giovanni Spadolini, repubblicano. Cambiano gli equilibri e le maggioranze. Resta però l’effetto dirompente della setta massonica P2 e del suo “piano di rinascita democratica” che doveva guidarne l’azione; una sorta di studio di fattibilità per la presa in mano delle leve di potere in Italia. I nomi di rilievo contenuti nella lista, testimoniano l’avvenuta penetrazione nei settori chiave dello Stato. A Gelli, in conseguenza dei suoi intrighi fiscali, sequestrarono la sontuosa villa di Arezzo, ma dovettero restituirla perché i reati s’erano prescritti. Ci fu pure chi se la prese con la Magistratura – Bettino Craxi – con l’accusa di aver fatto di ogni erba un fascio, mischiando – disse - “notori farabutti a molti galantuomini”. Sicuramente suoi pari.

Il Parlamento decise di nominare una Commissione d’inchiesta, presieduta da Tina Anselmi, che lavorò dal 10 novembre 1981 all’11 luglio 1983. Espresse rigorosi e severi giudizi, anche se – sta scritto –“ si deve riconoscere è del tutto illusorio sperare di raggiungere dimostrazioni che poggino su prove inconfutabili”. E già, altrimenti che loggia segreta sarebbe stata? Segreta e coperta, in quanto la Commissione ipotizzò che Gelli fosse “persona appartenente ai Servizi italiani che gli avevano assicurato, per anni, una protezione sia passiva, sia attiva”. Apparve comunque evidente che lo scopo della P2 era stato l’esercizio di una potestà illegittima, non priva di ricatti, attività eversive, complotti, imbrogli finanziari, sino all’omicidio.

I Tribunali fecero qualcosa in più a carico di Licio Gelli: formularono diverse accuse e qualche condanna, per reati come il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e il coinvolgimento diretto nella bancarotta del Banco Ambrosiano. Condanne scontate agli arresti domiciliari sulle colline di Arezzo. Disse: “Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza”. Forse, invece di voci avrebbe dovuto dire rimorsi. In precedenza aveva affermato: “Con la P2 avevamo l’Italia in mano. Con noi c’era l’Esercito, la Polizia, la Guardia di Finanza, tutte comandate da appartenenti alla loggia”. Gelli è morto in villa il 15 dicembre 2015, alla “venerabile” età (questa si) di 96 anni. Sul manifesto funebre c’era scritto: “Ieri sera, si è spento, nella pace del Signore, il Nobiluomo Conte Licio Gelli. Non fiori, ma opere di bene”. Lui, in vita, di opere di bene ne aveva fatte poche. O punto, come s’usa dire dalle sue parti.