12 Ottobre 1946: data storica per la Repubblica Italiana

Quando il “Canto degli italiani " di Goffredo Mameli e musica di Michele Novaro divenne Inno nazionale
Italia

Di Adriano Marinensi - C’è una data, nella storia d’Italia, che non si ritrova nella memoria collettiva. Eppure ha particolare importanza. Si tratta del 12 ottobre 1946, quando i nostri Padri costituenti dichiararono l’ “Inno di Mameli” inno nazionale.

Per molti anni, il titolo originario era stato “Il canto degli italiani”.

Con il Referendum del 2 giugno 1946, si decise di fare a meno della Monarchia e quindi la Marcia reale, che avevamo suonato in occasione delle cerimonie ufficiali, non andava più bene. Siccome, dal Risorgimento in avanti, “Il canto degli italiani” era stata la canzone patriottica dei combattenti, diventò inno tricolore. In verità, in epoca recente, per distinguersi dalla nazione Italia, qualche “nordista” s’era messo in testa di adottare, insieme ad un’altra bandiera, il “Va pensiero” per la pseudo nazione “Padania”. Però questa è una vicenda ridicola che è meglio sorvolare.

Dunque, dal 1946, niente più Marcia reale. D'altronde, l’ultimo sabaudo non si era mostrato all’altezza (non soltanto per la statura) dei suoi predecessori, avendo sopportato troppo a lungo il fascio e il suo profeta di sventure. Per farsi perdonare la sudditanza a Mussolini, non era bastato l’atto finale, adottato da Vittorio Emanuele III e cioè l’arresto del duce (26 luglio 1943), sfiduciato dal Gran Consiglio del fascismo. Neppure l’abdicazione a favore di Umberto II, il re di maggio.

Ma, torniamo all’Inno, prima di tutto per conoscere gli autori. Se fossimo al Festival di Sanremo, il Carlo Conti di turno lo presenterebbe così: Ecco a voi, Fratelli d’Italia, parole di Goffredo Mameli e musica di Michele Novaro. Una coppia che, di mestiere, non componeva canzonette come facevano - ai tempi della mia gioventù – Bixio e Cherubini, Bovio e Valente, Danzi e Galdieri oppure il grande E. A. Mario (al secolo Giovanni Gaeta). Melodie suonate, ai microfoni della RAI dalle orchestre di Cinico Angelini e Armando Fragna, con le voci di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Luciano Tajoli, Achille Togliani e tanti altri.

Goffredo Mameli è un giovane genovese, classe 1827, di ottima famiglia, Ammiraglio il padre Giorgio e la madre Adele Zoagli di lignaggio aristocratico. Mameli, non ancora ventenne, entra nelle file dei sostenitori delle riforme liberali. Poi si innamora di una leggiadra marchesina; però gode fama di ragazzo turbolento e il padre di lei si oppone al rapporto amoroso. Goffredo, deluso, si ritira in una casa di campagna a scrivere poesie.

Una la intitola “Il canto degli italiani”, piena di ardore verso le idee risorgimentali. Per farla diventare un inno ci vogliono le note. Ha un amico patriota, poco più grande di lui e genovese come lui. Si chiama Michele Novaro, musicista, secondo tenore e maestro del coro al Teatro Regio e Carignano di Torino. Riposa oggi nel Cimitero monumentale di Staglieno, accanto alla tomba di Mazzini. Mameli gli affida il testo e Michele lo legge ad altri patrioti durante una riunione. Riceve il pieno assenso di tutti e subito si mette all’opera per trovare la musica giusta. La Banda di Sestri Levante presenta il Canto degli italiani, a Genova, di fronte a migliaia di persone, con immediato successo. Di li a poco, l’Inno comincia a fare il giro degli stati italiani. Persino durante le 5 giornate di Milano (18 – 22 marzo 1848), gli insorti lo intonano sulle barricate. Di li a poco, il patriottismo dei versi e l’impeto melodico ne fanno la canzone in voga per tutto il periodo delle Guerre d’Indipendenza.

Gli anni ’60 e ‘70 del XIX secolo sono alla base dell’Italia sognata da Mameli e Novaro. Operano, ormai da tempo, sulla scena i protagonisti a vario titolo, da Pio IX a Vittorio Emanuele II, a Cavour, Mazzini, Garibaldi, Crispi, Giolitti. Nasce, in quel tempo Giovanni Agnelli (1866), fondatore della FIAT. Nasce anche la lira (1862), mentre scompare Gioacchino Rossini (1868). All’indomani della breccia di Porta Pia, Roma diventa capitale d’Italia (1871), mentre muoiono Giuseppe Mazzini (1872), Alessandro Manzoni (1873) e Pio IX (1878), sostituito da Leone XIII. Di li a poco, Guglielmo Marconi inizierà a mostrare al mondo le sue rivoluzionarie scoperte.

Di nuovo Mameli e la sua poesia che è molto più lunga del nostro inno attuale. Un concetto esprime e ripete: l’unità del popolo italiano (“raccolgaci un’unica bandiera” e “uniamoci e amiamoci, l’unione e l’amore”). Quindi richiama, sintetizzandoli, ciascuno in un paio di versi, episodi di storia patria come la Battaglia di Legnano, l’eroismo di Francesco Ferrucci, la figura di Giovan Battista Perasso, detto il Balilla, i Vespri siciliani. Insomma, avvenimenti simbolici nei quali si legge la volontà di riscatto e di libertà, propria dei moti risorgimentali.

Intanto, preso da fervente amor di Patria, il poeta Goffredo Mameli diventa combattente. A Roma, c’è la Repubblica di Mazzini, Saffi e Armellini. Durerà soltanto pochi mesi, dal 9 febbraio al 4 luglio 1849. All’art. 1 del suo “Decreto fondamentale” sta scritto: “Il Papato è decaduto di fatto e di diritto dal Governo temporale dello Stato romano”. Troppo drastico il pronunciamento. Pio IX, fuggito a Gaeta, chiama i francesi e libera Roma. Proprio in uno scontro con i francesi, Goffredo riporta una ferita ad una gamba, mentre combatte con Garibaldi nella difesa di Villa del Vascello. Non viene curato a dovere e la ferita si infetta. Il 6 luglio 1849, il poeta – soldato muore a soli 22 anni. Nel 1941, le sue spoglie, prima seppellite al Verano, vengono traslate sul Gianicolo.

C’è un episodio successivo che da lustro al nostro Inno nazionale ed ai suoi autori. Ne è protagonista Giuseppe Verdi. A Londra (1862), in occasione dell’Esposizione Internazionale, nel suo Inno delle Nazioni, insieme al God Save the Queen per l’ Inghilterra ed alla Marsigliese per la Francia, fa suonare, al posto della Marcia reale, il Canto degli Italiani. Lo intonarono anche i Bersaglieri durante la Breccia di Porta Pia e i legionari, in Libia (1911 – 12). Infine, nel 1946, divenne Fratelli d’Italia, per la memoria perenne di Mameli e Novaro. E delle lotte per l’unificazione del nuovo Stato.