Chiusura del corso di Fabio Armiliato con il meglio della Gioventù Musicale fulginate

Sulla pedana del san Domenico i giovani discenti hanno arricchito l’atmosfera con un entusiasmo pari all’impegno profuso
Foligno

«Come avete potuto vedere questo corso è stato frequentato da giovani. Sono ragazzi e ragazze che amano il canto lirico e che testimoniano, con la loro presenza  la vitalità di un genere che è peculiare del nostro paese, è una delle sue ricchezze, un intramontabile patrimonio di idee, di storia  e di cultura». Con parole come queste Fabio Carlo Armiliato, uno dei più grandi tenori della attuale scena mondiale, si è rivolto al pubblico che san Domenico che ieri sera, con quasi duecento presenze, ha attestato il richiamo che uno spettacolo di musica lirica esercita sulla gente.
Al termine di una settimana di studio Armiliato ha confermato la serietà con cui il manipolo di studenti ha seguito le sue lezioni, ricordando come l’operazione effettuata dalla Gioventù musicale di Foligno sia una delle prime con cui il nostro paese ha reagito all’emergenza della pandemia, facendo rialzare la testa alla comunità dei musicisti, mai  come oggi tanto umiliata nel corso della sua esistenza.La parte più cospicua di questa realizzazione va ascritta al presidente e fondatore della Gioventù Musicale fulginate, Giuseppe Pelli. 
Con la sua lunga esperienza e con un lavoro capillare di promozione del corso Pelli è riuscito in una impresa che, sulla carta, pareva impossibile. Eppure nei giorni di  studio e di formazione realizzati sulla pedana del san Domenico i giovani discenti hanno arricchito l’atmosfera con un entusiasmo pari all’impegno profuso.
Da parte sua Armiliato, senza evidenziare mai la sua statura di interprete internazionale, ha saputo e voluto lavorare con l’umiltà dell’artigiano che forgia un prodotto. Ha messo i ragazzi a loro agio e, con pazienza, ha spiegato, corretto e perfezionato ogni dettaglio possibile. Con particolare riferimento a una parte dei suoi discepoli che erano adolescenti dai quindici ai diciannove anni, l’età  più delicata e più importante per intraprendere un percorso musicale. E anche questa è stata  una delle ricchezza del corso, nei pieni pronunciamenti caratterizzanti l’ operato di una Gioventù musicale.

Il concerto finale ha riservato piacevoli sorprese, a cominciare dal Mozart carezzevole del soprano Wen Qi Ruan. Pepita Francia ha rivestito il ruolo più congeniale per una giovinetta di sedici anni, il “Mio babbino caro”,  protome di ogni amore adolescenziale.
L’autorevole baritono Massimo Pergolesi, personaggio già esperto di teatro di prosa ha cantato “Plasrir d’amour”, seguito dal soprano Vanessa Galati con “Tu che da gel sei cinta”. Il soprano Francesca Cocco, folignate, ha interpretato il leopardiano “Vaga luna” di Bellini, introducendo il duetto delle ciliegie dell’Amico Fritz: il diciannovenne Simone Fenotti dialogava, deliziosamente e in piena verosimiglianza, con la quindicenne Margherita Bingrossi. Lo squillo verdiano è arrivato con Alessandro Zucchetti slanciato su “Questa e quella” del Rigoletto,  anticipando un altro duetto, “Tace il labbro” della “vedova allegra”.
Che piaccia o meno questa era l’opera più amata da Hitler, ma l’esecuzione, forse funestata da questa ombra malvagia, ha impedito ai due di allacciarsi nel valzer più amato della storia della lirica. Le leggi sul distanziamento si applicano anche sul palcoscenico ed è giocoforza adeguarsi. Margherita, avvolta dalla sua fragrante giovinezza, è stata successivamente l’interprete dall’aria della Vilja, lasciando poi il passo all’incedere baldanzoso di Fenotti nell’aria dai Lombardi alla prima crociata.
La maturità interpretativa è stata evidenziata dalla tifernate Giovanna Pazzaglia, nata nello storico coro Marietta Alboni,  che ha fatto vibrare la pedana con “O don fatale” dal don Carlo di Verdi. Era una delle arie predilette dalla perugina Antonietta Stella, e con questo risultato il brano “torna a casa”, confermando la persistente attualità della scuola vocale umbra.
Chiusura, e  non poteva essere diversamente, con  il Brindisi della Traviata, emblema sonoro di una Italia che vuole tornare a vivere.
Tra gli applausi del pubblico Armiliato ha voluto sul palco la sua assistente Chiara Giudice che, durante il corso, è stata vigile e premuroso sostegno di ogni studente.
Ha chiuso il maestro Pelli anticipando non solo l’auspicato ritorno di Armiliato, ma anche  la messa in atto di progetti di alto respiro che sono in corso di elaborazione, Foligno è una città piena di cultura che merita una prospettiva internazionale.

   Stefano Ragni