Alleanze e fusioni indispensabili contro la crisi industriale italiana

Anche l’Umbria è in fase di stagnazione. Per le imprese, nel mondo globalizzato, non vale più il motto “piccolo è bello”
Economia

Di Bruno Di Pilla - All’Italia non bastano produzioni artigianali e medio-piccole imprese, tipo Ferrero, Barilla e Campari, operanti con successo nel settore dei beni di largo consumo. Anche l’Umbria, malgrado i benemeriti Monini, Farchioni, Bartolini, Cucinelli e Spagnoli, è in fase di stagnazione.

Per salvarsi dal naufragio industriale, pressoché irreversibile se venisse smantellato il fondamentale polo siderurgico, il vagone italico deve agganciarsi al poderoso treno dell’Unione, fuor di metafora rappresentato dalla locomotiva franco-tedesca, da tempo impegnata nel ridurre gli effetti, in Europa, del dumping tecnologico di Cina e USA. Esemplari sono le fusioni FCA-Peugeot e Luxottica-Essilor.

In effetti le due massime potenze mondiali, ormai archiviata la reciproca sfida doganale, riversano negli Stati del Vecchio Continente sofisticati prodotti d’ogni genere a prezzi competitivi, con l’evidente fine di annullare ogni forma di concorrenza. Di fronte al prepotente duopolio Cina-Usa, con India, Giappone e Russia in costante ascesa, si capisce l’arduo tentativo transalpino e tedesco di resistenza, mentre inconcepibili appaiono le scelte indipendentiste di alcuni Paesi unionisti. Che senso ha il nazionalismo isolato, in uno scenario planetario dominato da giganti in cui abbondano materie prime e che sono specialisti nei settori-chiave dell’innovazione e della ricerca?

Bene fa il premier Conte, pur avendo alle spalle la vitalità di Cassa Depositi e Prestiti, a cercare ulteriori alleanze con Macron e la Merkel, non solo per salvare Alitalia e l’acciaio, ma anche per sfuggire al mortale “flusso circolare” di cui, nel secolo scorso, parlò l’economista austriaco Joseph Schumpeter che, per evitare la dannosa ripetitività dei processi aziendali, invocava nuovi metodi di produzione e forme alternative di organizzazione industriale. Altrimenti la crisi dello Stivale, ormai privo di grandi imprese chimiche, farmaceutiche, energetiche, perfino tessili e lattiero-casearie, rischia di trasformarsi in endemica depressione.

Il Governo ascolti gli appelli di Bankitalia e Confindustria e predisponga un organico piano d’investimenti, in parte finanziabili dalla BEI-BCE, anche per arrestare l’emorragia dei tanti giovani in fuga verso lidi stranieri. E non sottovaluti le negative previsioni, sul trend del PIL italiano, delle maggiori agenzie internazionali di rating, alle cui analisi sono da sempre sensibili i mercati finanziari ed il comportamento degli operatori di Borsa. Si può scherzare con il fuoco?